ArtePrimo PianoFrammenti d’Egitto a Roma: l’obelisco della Minerva

Valentina Bortolotti19 Giugno 2019
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Roma è la città con più obelischi al mondo. Gran parte di questi monumenti sono di origine egizia, giunti a Roma a partire dall’epoca di Augusto, a seguito della battaglia di Azio del 31 a.C. Tra questi ce n’è uno che è stato soprannominato dai romani “pulcino della Minerva”, situato nella piazza della basilica di Santa Maria sopra Minerva. L’obelisco fu ritrovato nel 1665 nel giardino di proprietà del convento domenicano annesso alla basilica. Alto circa 5 metri e mezzo e iscritto con geroglifici su tutti e quattro i lati, era una decorazione del luogo dedicato alle divinità Iside e Serapide, che sorgeva nelle immediate vicinanze, il cui culto era stato importato dall’Egitto e riscuoteva molto successo tra i romani.

Quando Papa Alessandro VII decise di volerlo erigere davanti la chiesa di Santa Maria, molti artisti presentarono il loro progetto per la base del monumento a una commissione papale. Tra quelli scartati ne figurava uno elaborato da un prete domenicano, tale Padre Domenico Paglia. Secondo il suo progetto, l’obelisco sarebbe dovuto essere poggiato su sei piccoli colli come omaggio alla famiglia del Papa, cioè Chigi, la quale nello stemma ha proprio dei monti. Venne scartato perché il fine del monumento doveva essere quello di celebrare la Divina Saggezza e non  un’autocelebrazione del Papa.

La corte papale si rivolse quindi a Gian Lorenzo Bernini, il quale scelse come base un elefante: simbolicamente rappresentante della forza, «è necessaria una robusta mente per sorreggere una solida sapienza» recita l’iscrizione su uno dei lati. Nel dialetto dell’epoca “pulcino” stava per “porcino”: così i romani si riferivano all’elefante che ha dimensioni ridotte e forme rotonde, fattezze che si addicono più a un porcellino.

Bernini trasse ispirazione dalla Hypnerotomachia Poliphili (La battaglia d’amore e il sogno di Polifilo), un romanzo di Francesco Colonna, scritto nel XV secolo: Polifilo incontra un elefante di pietra che trasporta un obelisco. Osservando le due immagini  salta immediatamente all’occhio quanto l’illustrazione sia stata fondamentale.

Nel progetto iniziale non era previsto un sostegno al di sotto dell’animale, il che faceva scaricare il peso interamente sulle zampe: un cubo di pietra venne aggiunto a seguito delle critiche mosse dall’invidia di padre Paglia, il quale riteneva che un peso perpendicolare non poteva poggiare sul vuoto altrimenti non sarebbe stato né solido né durevole. La critica non piacque a Bernini, che già aveva realizzato opere nelle quali elementi pesanti gravavano su spazi vuoti (basti pensare alla Fontana dei Fiumi di piazza Navona), ma le sue opposizioni non vennero ascoltate dal Papa. L’artista fece di tutto pur di non mostrare il cubo di pietra, scolpì infatti una gualdrappa che doveva nasconderlo ma nonostante ciò l’aspetto dell’elefante appariva appesantito.

L’11 luglio del 1667 il monumento venne innalzato nella piazza antistante la basilica. Ovviamente l’intrusione del domenicano non piacque a Bernini, tanto che si prese la sua personale vendetta: la versione definitiva venne scolpita nel 1667 da uno dei suoi allievi più conosciuti, Ercole Ferrata, su disegno dell’artista il quale posizionò l’animale in modo tale da puntare le spalle al vicino convento, con la coda leggermente spostata. Il gesto doveva apparire come un saluto piuttosto scurrile.

Valentina Bortolotti

Nata a Roma, è laureata in Storia dell’arte e attualmente sta studiando per ottenere il patentino da accompagnatrice turistica. Fotografa autodidatta, guida turistica in erba, ama trascorrere il tempo nei musei in solitaria.