LetteraturaPrimo PianoNusch, la musa delle ultime poesie d’amore di Paul Éluard

Lucia Cambria11 Novembre 2019
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«Je chante pour chanter, je t’aime pour chanter»: in questo verso dedicato a Gala, la sua prima moglie, Paul Éluard condensa tutta la propria vocazione poetica, incardinata attorno a una inequivocabile costante sentimentale.

Nato a Saint Denis nel 1895, Eugène-Emile-Paul Grindel inizia a usare lo pseudonimo Éluard (si tratta del cognome della nonna materna) nel 1917, con la pubblicazione di Le devoir et l’inquiétude. Aveva preso parte alla prima guerra mondiale arruolandosi nei servizi ausiliari – come corrispondente e infermiere – per problemi fisici legati all’aver sofferto, cinque anni prima, di tisi. La sua attività letteraria viene coltivata nell’ambiente dadaista e surrealista, collaborando alla rivista Littérature e fondandone anche una d’avanguardia: Proverbes. Dopo il 1945 Éluard inizia il proprio impegno da militante comunista, compiendo viaggi di propaganda che lo porteranno fino in Sud America e in gran parte dei paesi europei, anche in Italia, dove prende parte a comizi in vista del referendum per la Repubblica. Morirà a Charenton, nei pressi di Parigi, nel 1952.

La biografia di Éluard può essere scandita anche attraverso le donne che hanno ispirato la sua poesia: la già menzionata Gala, Nusch e Dominique, sua compagna fino alla morte. Maria Benz, detta Nusch, fu la musa che ispirò i versi più struggenti, ma anche quelli più apertamente passionali. La vicenda amorosa con questa donna ha avuto infatti un tragico epilogo per l’improvvisa morte di lei, ricordata con un insieme di laconici versi che portano come titolo la data dell’accaduto, Ventotto novembre millenovecentoquarantasei:

 

Non invecchieremo assieme.
Ecco il giorno.
È di troppo: il tempo straripa.
Il mio amore così leggero prende il peso di un supplizio.

 

Sebbene si tratti di un brevissimo componimento, le scelte lessicali e grafiche fungono da eloquenti dettagli: la data con i numeri scritti a parole rappresenta quel tempo che si dilata fino a straripare (déborde); la disposizione dei versi pare imitare le lacrime che stillano su di un volto. La raccolta contenente questa poesia trae il proprio titolo proprio da essa (Le temps déborde, 1947) e contiene altri versi testimonianti tutto il cordoglio nei confronti di Nusch.

«D’un tratto orribilmente i miei occhi / Non vedono più lontano di me» scrive in Les limites du malheur: la facoltà di vedere è per il poeta condizione essenziale affinché possa discernere la realtà e possa farsene quindi testimone. Anni prima, in Le livre ouvert, aveva infatti affermato: «la vista dà vita». Il fatto di non avere più Nusch al proprio fianco gli ha tolto, assieme alla capacità di vedere, anche quella di vivere: «rifiuto la tua morte ma accetto la mia» (Négation de la poésie). Se quella di Nusch è stata una morte naturale, quella del poeta è una morte scelta e, appunto, accettata. La presenza della donna era quella luce che gli permetteva di vedere, quella luce che è da sempre stato mito per Éluard. Per il poeta la luce e la donna rappresentano un’unità indivisibile, ecco perché con la sua perdita perde anche se stesso: «Sono come un cieco nato / Testimone di un’unica notte» (Les limites du malheur). La mancanza di luce è anche mancanza di calore e quindi di vita, come in Ma morte vivante:

 

E l’avvenire la mia sola speranza è il mio sepolcro
identico al tuo circondato da un mondo indifferente
ero così vicino a te che ho freddo vicino agli altri.

 

Éluard riuscirà a elaborare il lutto per Nusch rievocandone il corpo, cercando di avvertire ancora la presenza fisica delle mani, delle labbra, degli occhi e, soprattutto, sublimando la sua figura nella natura che lo circonda, come in Mais elle (dalla raccolta Corps mémorable, 1948):

 

Lei ha la forma di uno scoglio
lei ha la forma del mare
lei ha i muscoli di un rematore
tutte le spiagge la plasmano

Le sue mani si aprono su una stella
i suoi occhi nascondono il sole
[…]
Lei è alla misura dei fiori
e delle ore e dei colori

 

Éluard insegna a scegliere il presente e con esso il futuro: la sua poesia è testimonianza di questo processo interiore. La figura di Nusch non è più assenza, ma concreta manifestazione tramite il suo tangibile ricordo: il suo è, appunto, un “corpo memorabile”. La parabola del suo percorso di afflizione si compirà del tutto con la successiva, e anche ultima, raccolta poetica, avente un titolo che esprime proprio questo senso di rinascita: Le phénix.

Il poeta riesce nonostante tutto a darsi una speranza e un nuovo avvenire perché, come scriverà in Une leçon de morale (1949), tutto deve volgere al bene: «Il male deve essere rivolto in bene. E con tutti i mezzi, per non perdere tutto. Contro ogni morale rassegnata dissiperemo il dolore e l’errore. Giacché abbiamo avuto fiducia».

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.