L’uscita in sala di Joker, film diretto da Todd Phillips e interpretato da Joaquin Phoenix, è stato accompagnato da una sorta di isteria di massa. Il pubblico e gran parte della critica lo hanno innalzato a film-monumento. C’è chi lo ha definito un capolavoro, altri ancora che si sono spinti a incoronarlo probabile vincitore del premio più importante del settore. Qualcuno ha addirittura affermato che siamo di fronte a un film da manuale di storia del cinema. Sembra che tutti amino il suo protagonista e il tono con il quale la sua discesa agli inferi è narrata. Ma perché tutto questo clamore per un film basato sul personaggio di un fumetto? La risposta può essere trovata con facilità guardando il panorama cinematografico contemporaneo, quello dei blockbusters, dei cinecomics, dei film ad altissimo budget, pieni di effetti visivi. In questo marasma di titoli spettacolarizzanti, calzamaglie e alieni provenienti dai pianeti più impronunciabili mai concepiti, sembra naturale il successo di una pellicola come Joker. La ragione risiede nel fatto che propone al grande pubblico un cinema che non avrebbe mai esplorato altrimenti, un cinema d’autore, seppur confezionato – almeno in apparenza – secondo i canoni tipici delle mega-produzioni.
L’isteria di massa si è creata nel preciso momento in cui il cinecomic è stato premiato con il Leone d’oro al miglior film durante la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e ha continuato a crescere e crescere, fino al debutto della pellicola nelle sale mondiali, lo scorso 3 ottobre. Questa costante crescita dell’aspettativa ha portato a una tensione sociale di rado vista in passato, a partire dalle proiezioni “blindate” negli Stati Uniti, dove si aspettavano ripercussioni e sommosse scatenate dalla componente “sovversiva” del film. Tutto questo perché, sostanzialmente, si tratta di un film diverso dagli altri. Diverso da quanto visto prima d’ora da chi va al cinema solo per guardare i blockbuster, ma anche da chi non si aspetta più nulla da questi ultimi. È una sorta di catalizzatore in grado di unire “mondi” cinematografici contrastanti: l’autorialità, in Joker, aderisce perfettamente alle logiche produttive e al linguaggio tipici del blockbuster. Siamo, dunque, di fronte a una pellicola che mette d’accordo più realtà, più ideali, più persone. Ma, nonostante una parte consistente della critica lo abbia definito un capolavoro senza tempo della cinematografia, le cose stanno in maniera decisamente diversa.
Joker, infatti, è senza ombra di dubbio un ottimo film, rasente l’eccellenza. È una festa per gli occhi e le orecchie, il che dimostra una certa dose di ispirazione e passione da parte di Phillips per la realizzazione di questo film, una sorta di opera prima dopo la sua lunga carriera nel cinema comico. Quasi ogni inquadratura presenta qualcosa di peculiare, di iconico. Anche i semplici campi-controcampi sono realizzati in modo particolarmente accurato. Ovviamente, a contribuire alla costruzione delle inquadrature troviamo anche – e soprattutto – il corpo scheletrico di Joaquin Phoenix, superbo nel ruolo del folle Joker/Arthur Fleck. Le sue movenze sinuose e inquietanti sembrano direzionare la macchina da presa, come un serpente che incanta l’incantatore stesso. C’è una sorta di reciproca inversione delle parti, con la regia che segue il corpo e il corpo che, allo stesso tempo, segue la regia. Una sorta di “bipolarismo” cinematografico, il che è interessante da notare in un film dove l’instabilità mentale e la crisi della personalità sono centrali.
E proprio su questi ultimi due aspetti Phillips sembra focalizzarsi, quelli che hanno fatto “impazzire” il grande pubblico per la crudezza e la rassegnazione con la quale sono raccontati. Ma non è senz’altro la prima volta che questi temi si mostrano al cinema, come alcuni osservatori particolarmente disattenti hanno sostenuto. Per limitarci a un esempio eclatante, queste tematiche sono sfociate persino sul piccolo schermo grazie a una produzione come Mindhunter, dove la devianza è trattata in modo tale da far rabbrividire dinanzi alle vicende narrate e dove non è presente una presa di posizione precisa da parte dell’autore. Sembra che qui, invece, Phillips abbia preferito dirigersi verso un orizzonte più empatico riguardo la condizione dell’infermità mentale. La costruzione del protagoinista è dolorosa, graduale, ideata in modo tale da far identificare lo spettatore con le disgrazie del povero Arthur Fleck. Chi guarda si sente vittima e, allo stesso tempo, carnefice. Capisce che ciò che sta provando è sbagliato, ma continua comunque a identificarsi, si sente portato a “tifare per il male”, o meglio, per la rivalsa del debole sul potente.
Perché, in definitiva, Joker nel film non è l’antagonista, ma piuttosto l’antieroe che guida – sua insaputa – l’insurrezione di un popolo oppresso, governato da chi non ha mai sofferto nella vita. Gotham non è altro che un coacervo di anime non ascoltate, messe in disparte da chi detiene il potere, lasciate a marcire sul ciglio della strada. E Arthur non è altro che una persona qualunque in una città troppo grande per essere distinto dalla massa. Diventa qualcuno, una minaccia per la stabilità sociale, nel momento in cui indossa la sua maschera, quando i cittadini trovano in lui un simbolo, quando il volto scompare e la paura dell’ignoto subentra alla razionalità. Questo è Joker: la maschera di una persona invisibile, la prole deviata di una società cieca. Ma non è la società a renderlo tale. Lui è perfettamente conscio della sua condizione di instabilità mentale fin da quando ne ha memoria. La società non ha nulla a che vedere con la sua condizione, quanto piuttosto dà il benestare all’esternazione pubblica della sua devianza. È evidente il fatto che Arthur non sia spinto, ma piuttosto lasciato libero da un assente controllo sociale, a dare pieno sfogo al suo lato oscuro.
Lui fa del suo meglio per apparire il più “normale” possibile, come quando (omaggiando Taxi Driver di Martin Scorsese) prova l’entrata sul palco del talk show diretto dal suo idolo (interpretato da Robert De Niro, peraltro). In questa scena, l’appropriazione e l’imitazione di un’altra personalità sembrano essere per Arthur l’unica via per potersi presentare al pubblico. Vuole apparire normativamente adatto alle dinamiche sociali nelle quali si troverà coinvolto. Cosa che cambierà totalmente quando su quel palco metterà veramente piede, ormai completamente liberato da qualsivoglia vincolo sociale. A quel punto, la maschera ha preso il sopravvento. La performatività diventa improvvisata. L’inibizione scompare. La prevedibilità si sfalda allo stesso modo della sua mente. L’irrazionalità e la schizofrenia diventano il regime dominante, unici conduttori dell’azione.
E lo spettatore in questa parabola ascendente di follia si trova sempre al fianco del deviato Arthur, mai verso quella del magnate Thomas Wayne. Lo capiamo anche dal modo con il quale viene assassinato sul finale del film, nella fin troppo conosciuta scena della scintilla che spingerà il piccolo Bruce a diventare Batman. A differenza del passato, lo spettatore è portato a vedere l’episodio dal punto di vista dell’assassino, che non esita minimamente a sparare al candidato politico. È una morte istantanea, quasi sorvolata, non importante ai fini di quanto raccontato. È una vera e propria esecuzione “senza cuore” di quello che gran parte della città vede come un antagonista. Proprio questo punto di vista inusuale è il motivo del clamore generale riguardo Joker. Il fatto di identificarsi con ciò che tutti sanno essere sbagliato ha un carattere esotico che da sempre affascina le persone. Basti pensare a tutte quelle storie con protagonisti gangster o criminali, romanzate in modo tale da far aderire il fruitore con le vite di questi personaggi reietti e non accettati dalle norme sociali.
L’espediente narrativo fa leva sulla parte oscura che alberga in ogni essere umano: in tutti – o quasi – risiede la voglia di infrangere le regole, di prendere il controllo della situazione e far valere il proprio punto di vista con la forza. Ed è proprio ciò che fa Joker: prende in mano le redini della situazione, diventa l’icona che tutti vogliono che sia. Ma non lo fa perché si tratta di una scelta giusta. Dietro alle sue azioni si nascondono intenti squisitamente egoistici. Non uccide i tre ragazzi di Wall Street perché sono l’emblema di una ricchezza ostentata, ma per difendere la propria incolumità di fronte a una minaccia. Non uccide, in diretta, Murray Franklin perché è l’emblema di una società repressa, imbastita e costretta nelle regole e nel tempo limitato di un format televisivo, ma perché appare ai suoi occhi come il simbolo di una vita passata a inseguire sogni irrealizzabili. Quell’omicidio è il definitivo assassinio di Arthur Fleck, dei suoi desideri e dei suoi idoli, del suo controllo e della sua razionalità. Solo con quella morte, con quel distacco radicale, l’anima malvagia di Joker diventa visibile.
E allora il clamore dei rivoltosi che idolatrano Joker durante la sommossa non è più il plauso al loro “salvatore”, bensì la prova tangibile della sua esistenza come persona. Una persona che per essere notata ha bisogno di indossare una maschera. Che ha bisogno di un identificatore visivo per poter essere considerato un individuo in carne e ossa dalla società che lo circonda. È in quel momento che il suo atto performativo raggiunge il picco. La sua danza sul cofano della macchina della polizia, devastata dalla forza dirompente della folla, è il suo show al centro di un palcoscenico. Non è lì per rappresentare nessuno all’infuori di se stesso. È il suo momento, il suo spettacolo. La sua tragedia è diventata una commedia (come ci mostra il piano sequenza finale, dove l’inseguimento di Joker nei corridoi del manicomio di Arkham ricorda molto da vicino le sequenze di alcune commedie “slapstick”). Ed è in questo momento che l’iconica risata compulsiva trova posto nella sua esistenza. Una risata forzata, ogni volta sofferta. Una risata simbolo di un’esistenza difficile. La risata amara di una commedia. Di una vita.
Questo è Joker. Un titolo senza dubbio di rilievo, sapientemente confezionato. Ma qui si ferma. Questo perché il film è estremamente didascalico nella sua esposizione, pur analizzando temi così ampi e ricchi di biforcazioni. Manca quel pizzico di introspezione in più che caratterizza la maggior parte del cinema che il regista cita con tanto affetto. È come se Todd Phillips si fosse perso nella sua voglia di portare al grande pubblico una visione inusuale, d’autore, di un personaggio così importante per la cultura di massa. Nella sua ricerca della perfezione, della completezza, della visione di un mondo in frantumi, ha omesso una narrazione intricata quanto la mente del personaggio che si impegna a raccontare. Rimane troppo in superficie, pur sforzandosi di scavare a fondo.
Pur essendo un film eccezionalmente ben realizzato, siamo lontani dalla qualità propria di un capolavoro da manuale di storia del cinema. L’unico motivo per cui un giorno potrebbe esservi incluso, è da ricercarsi nell’aver centrato lo strabiliante risultato di aver unito mondi da sempre in contrasto: Joker porta, infatti, il cinema d’autore agli occhi di chi quel cinema fino a oggi lo ha solo sentito nominare e dimostra che anche un pubblico generalista può apprezzare un’opera complessa e ben realizzata. Un pubblico che non ha bisogno di essere ammaliato, ma stimolato. A riflettere, a giudicare, a reagire. Questo è il vero, grande, pregio di questo film: dimostrare che chiunque è in grado di apprezzare una cinematografia tanto stratificata e di ammirare un prodotto solitamente non riservato alle masse.

Mattia Pescitelli
Nato a Roma, è attualmente studente di Cinema, Televisione e Nuovi Media in DAMS presso l’Università degli Studi Roma Tre. Oltre all’amore per il cinema, prova anche un profondo interesse per il mondo della fotografia e delle Arti nel loro insieme, apprezzando quando questi entrano in collisione e si amalgamano per diventare un unico ibrido.