Questa è la storia: Apollo, dopo aver trafitto e ucciso con frecce il mostruoso serpente Pitone, figlio di Gea, si imbatte in Eros, intento a piegare un arco. Apollo deride il fanciullo alato per la sua poca forza nell’arcuare l’oggetto, ma questi, come punizione per lo scherno dalla divinità olimpica, scaglia due frecce d’opposto potere: l’una scaccia, l’altra suscita amore. La prima è spuntata e ha lo stelo di piombo, la seconda è dorata e ha la punta aguzza. Eros, con la freccia che reca amore, trafigge Apollo, mentre con quella di piombo la ninfa penea, Dafne. La ninfa rifugge ogni pretendente e ogni proposta di nozze, ma Febo la vuole fare sua e inizia a inseguire la fuggiasca figlia di Peneo. La fuggitiva, stremata dalla corsa, viene raggiunta dall’innamorato e per scappare al suo amore, prega il padre Peneo affinché muti le sue fattezze. La preghiera viene ascoltata e «il petto morbido si fascia di fibre sottili, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami, i piedi, così veloci un tempo, s’inchiodano in pigre radici, il volto svanisce in una chioma». A quel punto Apollo, non potendo fare di Dafne la sua sposa, fa di lei la sua pianta, l’alloro.

A Pompei è stato trovato un affresco, presso la Casa di Marcus Lucretius, raffigurante Apollo e Dafne, realizzato nella prima età imperiale (60-79 d.C.) e ora conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Dafne ha le ginocchia piegate, dopo la fuga dall’inseguitore, e leva la mano destra nel gesto di supplica. Intorno al 1480 Antonio del Pollaiolo realizza la scena su una tavola (conservata nella National Gallery di Londra) e veste le due divinità con abiti alla moda quattrocenteschi. Apollo è biondo, ha appresso la faretra e indossa classici abiti cortesi del tempo; Dafne non è nuda, ma indossa un abito di velluto verde scuro. Solo l’avvenuta trasformazione delle braccia di lei in rami d’alloro e della sua gamba sinistra in radice fa identificare il mito. Innovativa è la stretta unione dei due corpi, che sembrano quasi fusi in un tutt’uno: la gamba destra della Ninfa sembra avvolgersi attorno a quella di Apollo ed entrambi sembrano danzare.

Tra il 1515 e il 1520 il mito viene riproposto da un allievo di Giorgione su tavola (forse sul fronte di una cassa nuziale, tagliato in seguito a sinistra, in corrispondenza dell’episodio dell’uccisione di Pitone), conservata presso la Pinacoteca Manfrediana del Seminario Patriarcale a Venezia. L’artista ambienta in un paesaggio campestre – con fiume, ponte e città sullo sfondo – i due momenti salienti del mito: Eros che scaglia le frecce ad Apollo e a Dafne e la sua trasformazione in alloro. In questa scena i due personaggi sono in movimento, ma la Ninfa mostra la parte inferiore del corpo in forma umana e le dita già trasformate in rametti di alloro, ad anticipare la sua successiva metamorfosi.

Nella Roma barocca, Bernini ha saputo restituire – attraverso il marmo – il mito di queste due anime; su commissione del cardinale Scipione Caffarelli-Borghese e dello stesso Papa Urbano VIII, ha voluto riportare alla base della statua un distico moraleggiante su un cartiglio: «Chi amando insegue le gioie della bellezza fugace riempie la mano di fronde e coglie bacche amare». Apollo, che ha appena raggiunto Dafne e la sfiora leggermente con la mano sinistra, ha il corpo in tensione per lo sforzo, così da poggiare tutto il peso sul piede destro, saldamente fermo al suolo, mentre la gamba sinistra è sollevata in alto. Dafne, per scansarsi all’abbraccio sgradito, lotta per la sua purezza: per sfuggire alla presa di Apollo, infatti, la ninfa si ferma all’improvviso e questo fa inarcare il busto verso avanti, così da controbilanciare la spinta del dio e proseguire la fuga.

La metamorfosi è appena iniziata: il piede sinistro ha già perso ogni aspetto umano – diventando radice – e altrettanto sta avvenendo al destro, che la sventurata ninfa cerca invano di sollevare ma che è invece ancorato al suolo da alcune radici che crescono dalle unghie. La corteccia sta progressivamente avvolgendo l’esile corpo, mentre le mani – rivolte al cielo con i palmi aperti – stanno già diventando ramoscelli d’alloro. Il volto di Dafne, caratterizzato dalla bocca semiaperta, rivela emozioni contrastanti: terrore, per esser stata appena raggiunta da Apollo, ma anche sollievo, perché è consapevole della metamorfosi appena iniziata e che, pertanto, il padre Peneo è riuscito a esaudire il suo desiderio. Lo sguardo di Apollo, invece, manifesta una dolente e stupefatta delusione per non essere riuscito a possedere l’oggetto del suo desiderio.

Lorenzo Del Monte
Vive a Carrara. Si è laureato all'Università di Pisa in Scienze dei Beni Culturali e ha conseguito il titolo magistrale all’Università di Roma Tor Vergata in Storia dell'Arte.