LetteraturaPrimo PianoMarco Steiner e la persistenza della memoria in “Isole di ordinaria follia”

Emiliano Ventura15 Maggio 2019
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Dopo aver letto e osservato il libro di Marco Steiner Isole di Ordinaria follia (Marcianum Press, 2019) risuona con insistenza questa antica sentenza: «Queste cose non furono mai, ma sono sempre»; lo attesta Sallustio nel suo libretto Sugli dei e il mondo. Come si sa, Sallustio – amico dell’imperatore Giuliano – è autore del III secolo d.c. quando il cristianesimo ha ormai conquistato l’ufficialità, costringendo nell’ombra gli dei antichi. Osservando bene, tra quegli dei in fuga, in quella mitologia, qualcuno potrebbe scorgere il profilo di Niobe, la donna colpevole di “hybris” che, per questo, si vede uccidere i quattordici figli (sette maschi e sette femmine).

Sembra incredibile che le lacrime, il dolore e il profilo di Niobe siano venuti in mente allo scrittore Marco Steiner nell’isola di San Servolo (Venezia), il luogo in cui sorgeva fin dal 1725 un manicomio, ora dismesso e ad altro uso adibito. Insieme ai talentuosi fotografi Marco D’Anna e Gianni Berengo Gardin si trova a San Servolo per scrivere un libro sul manicomio, sulla follia, su un luogo così tipicamente veneziano. Ancora non sa che sta per fare un viaggio nell’ombra, non sa che sta per indossare abiti sacerdotali e salvifici, non ha idea che sta per regalarci una prova di «letteratura come sfida», come ormai nessuno pensa di fare, nessuno ha voglia di fare. Si immerge nella lettura dei registri manicomiali e delle cartelle cliniche, poche scarne indicazioni biografiche rimangono impigliate nella sua trama di pensieri e chiederanno di essere salvate.

Foto di Marco D’Anna e Gianni Berengo Gardin

Non lo sa ancora, Marco, ma sta per fare un’esperienza orfica. Su quell’isola davanti San Marco sta per indossare le sembianze di Orfeo, altro mito come Niobe, il primo poeta a cui è morta la moglie Euridice, ed egli vuol scendere nell’Ade per riportarla alla luce. La sua è una vicenda arcinota, molti poeti e scrittori l’hanno raccontata: giunto davanti al dio degli Inferi, Ade, Orfeo chiede di riavere la moglie, ed essendo poeta canta come non mai. Persefone, la compagna del dio, suggerisce di accontentarlo; a una condizione però: tornando verso il regno dei vivi, con dietro di sé Euridice, non dovrà mai voltarsi. Orfeo accetta ma prossimo alla luce, non resiste e si volta, giusto in tempo per vedere la moglie tornare nell’ombra, per sempre. Non avendo salvato Euridice, non gli resta che la sua poesia per farla rivivere. Ogni poesia può essere orfica, ogni discesa nell’Ade e il relativo racconto è un’esperienza orfica, quando la poesia diviene una qualità della luce allora si fa salvezza.

È solo grazie a Omero che Achille non resterà un’ombra nel regno dei morti, ma splenderà di gloria grazie alla poesia (meglio essere l’ultimo degli schiavi tra i vivi, che non il primo delle ombre tra i morti). Prima del cristianesimo, la cui salvezza trova fondamento nella fede in Cristo, era la filosofia a salvare, con la cura dell’anima di Socrate (mentre gli stoici, come Seneca, incitavano alla filosofia, poiché «non si è mai troppo vecchi per iniziare a filosofeggiare»). Ancora prima è la poesia a salvare, il canto che fa risplendere il valore dell’uomo, lì dove sarebbe l’ombra dell’oblio.

Isole di ordinaria follia ha la qualità della luce: i quattordici dimenticati, a cui Steiner assegna i numeri dei figli di Niobe, sono salvati grazie al canto e alla prosa poetica dell’autore di questo libricino unico, ferocemente bello. Non li dimenticheremo mai: grazie alle vicende che ci racconta l’autore, si sono incarnati in una forma letteraria, parole, sangue e respiro. Non è un libro di racconti, non è un testo teatrale, non è una raccolta poetica né di poemetti in prosa, ma è tutto questo insieme, trasceso uno nell’altro.

Foto di Marco D’Anna e Gianni Berengo Gardin

Eppure le “isole” di Marco Steiner resistono alla definizione e alla citazione, tanto essenziale risulta lo scritto da non riuscire a scegliere un frammento come esempio. La prosa è asciugata da ogni retorica letteraria, ha la verticalità della poesia e la risonanza del monologo interiore. Dopo un libro così assoluto non si sa bene quale strada possa intraprendere uno scrittore, forse il silenzio o l’urlo del mare? Di sicuro ha salvato quei quattordici dimenticati dalla burocrazia e con loro, per estensione, tutti gli altri. Che poi lo scrittore Marco Steiner sia anche un medico chiude il cerchio perfettamente.

Isole di ordinaria follia è un’esperienza che non prevede solo la parola ma anche l’immagine fotografica. Le foto di Marco D’Anna sono i sogni a occhi aperti che nessuno di noi sa fare, le immagini (i provini delle foto del 1968) di Gianni Berengo Gandin sono l’incubo che nessuno di noi avrebbe voluto vedere. Gli dei, in esilio, si sono ritrovati a San Servolo da dimenticati; uno di loro, che qualcuno ha tramutato in statua, tra quelle mura ancora sussurra: «Queste cose non furono mai, ma sono sempre». Marco Steiner ha ascoltato quello che altri non hanno saputo sentire.

Emiliano Ventura

Scrittore e saggista esperto di filosofia del linguaggio, delle relazioni tra messaggio scientifico e divulgativo, del ruolo della filosofia nella società della comunicazione. È dottore di ricerca presso la Pontificia Università Laterana. Collabora con diverse riviste.