LetteraturaPrimo PianoVolti e risvolti letterari: Leopardi e la filosofia del maccherone

Beatrice D'Angelo Beatrice D'Angelo11 Febbraio 2020
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La scorsa settimana ho visitato il Museo del Castello di Milazzo e – persa tra il paesaggio e la storia – ho avuto anche il piacere di incontrare il Maestro Nino Pracanica, che mi ha trasportato in un mondo magico e profondo che è quello della sua arte. Il punto forse più interessante della discussione (anche se è difficile sceglierne uno) è stato quello su Leopardi e la sua “critica ai maccheroni”, che sconoscevo. La data di composizione è successiva al 1835, ma la pubblicazione avvenne solo postuma, nel 1906.

 

… e in breve accesa
d’un concorde voler tutta in mio danno
s’arma Napoli a gara alla difesa
de’ maccheroni suoi; ch’ai maccheroni
anteposto il morir, troppo le pesa.
E comprender non sa, quando son buoni,
come per virtù lor non sien felici
borghi, terre, provincie e nazioni.
Che dirò delle triglie e delle alici?

 

Si tratta della satira I nuovi credenti, in cui Leopardi accusa i napoletani di essere felici solo perché le loro vite ruotano attorno a quella che potremmo definire “filosofia del maccherone”. È quindi una felicità che deriva dall’ignoranza, e a cui chi è preda di un animo inquieto come il poeta non può certo aspirare.

I “nuovi credenti” a cui si riferisce con disprezzo Leopardi sono gli esponenti dello spiritualismo napoletano. Secondo alcuni critici, egli si riferisce agli intellettuali che ruotavano attorno alla rivista Il Progresso. Ricordiamo anche che Napoli era la città in cui erano state censurate le Operette Morali.

Possiamo quindi affermare che Leopardi non aveva niente da ridire contro la città di Napoli, che gli offrì rifugio nell’ultimo periodo della sua vita, ma piuttosto non gli piacevano gli intellettuali napoletani e la loro teatralità. Essi gli apparivano inclini all’indifferenza, alla “filosofia del maccherone” che a ogni problema risponde in sostanza con “siediti, mangia e non ci pensare”.

Gli intellettuali napoletani, secondo Leopardi, non avvertivano quindi dolore e noia, che sono sentimenti molto profondi e destinati ad anime elette: piuttosto saziavano i propri vuoti con spettacoli teatrali e cibo, creando una felicità derivante quindi da ignoranza e sciocchezza.

Non sembra quasi possibile che questa violenta critica sia nata dalla penna di Leopardi, che aveva un animo estremamente sensibile. Ma forse fu proprio la sua permanenza a Napoli a “educarlo” a un nuovo modo di vedere la realtà, di confrontarsi con il mondo, che gli permise di accedere a emozioni intense e ad esprimerle poi sotto questa forma.

È interessante inoltre notare che questo fu il periodo sia della poesia Ginestra che dell’elenco di 49 ricette, entrambe scritte dalla stessa mano. Le ricette sono conservate nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Forse l’elencare queste ricette fu un modo, per il poeta, di mettere ordine tra i propri pensieri in un periodo di profonde riflessioni, e forse scrisse la “satira al maccherone” come una sorta di difesa per evitare di essere anche lui ammaliato dalla filosofia di vita partenopea.

Beatrice D'Angelo

Beatrice D'Angelo

Nata a Messina, laureata in Lingue e Letterature Straniere, attualmente sta studiando per conseguire il titolo magistrale e diventare docente. Ama la musica, la storia, gli animali, il buon cibo e la buona compagnia. Le piace catturare paesaggi con la sua macchina fotografica. Sfrutta ogni occasione per imparare qualcosa di nuovo e per viaggiare, soprattutto in treno.