CinemaPrimo PianoTeatro e DanzaVita e poetica di Gigi Proietti

Ludovica D'Erasmo Ludovica D'Erasmo22 Novembre 2020
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«Ringraziamo Iddio, noi attori, che abbiamo il privilegio di poter continuare i nostri giochi d’infanzia fino alla morte, che nel teatro si replica tutte le sere». Con queste parole avrebbe inaugurato la sua carriera di attore, il Maestro per eccellenza, il prestigiatore del linguaggio, l’artista del gioco comico: Luigi Proietti, in arte Gigi (o meglio “Giggi”, con due g). Nato a Roma, il 2 novembre del 1940 da una famiglia dabbene. Dopo il diploma classico presso “L’Augusto” di Roma, si iscrive al corso di giurisprudenza nell’ università romana “La Sapienza”. Appassionato di musica fin da bambino, trascorre le sue giornate suonando la chitarra, il pianoforte, la fisarmonica e il contrabbasso. Nell’età dell’adolescenza, il suo estro espressionistico lo predispone a esibirsi in qualità di cantante nelle feste studentesche, nei bar, e poi nei night club più celebri della capitale. È proprio qui che affinerà il suo spirito scanzonato di “osservatore della realtà”, grazie al quale inizierà ad attenzionare i cosiddetti “ tipi umani” della Roma del suo tempo. Dei veri e propri personaggi, fonte di ispirazione, un repertorio di immagini, parole e gesti che il giovane Luigi conserverà per molto tempo dietro il sipario dei suoi occhi.

Lasciati gli studi di giurisprudenza a sei esami dalla laurea, Gigi si iscrive al Centro Teatro Ateneo frequentando il corso di mimica tenuto da Giancarlo Cobelli, il quale noterà sin da subito la sua ironica e spumeggiante personalità artistica. Nei suoi primi spettacoli teatrali, a partire dal 1964, ricopre sul palcoscenico soltanto ruoli di contorno con il Gruppo Sperimentale 101, sotto la direzione artistica di Andrea Camilleri, Antonio Calenda e Giancarlo Cobelli. Il primo ruolo teatrale del giovane attore, lo vedrà travestito da upupa nella rappresentazione Gli uccelli di Aristofane, diretto da Giuseppe Di Martino. Tuttavia, il primo vero successo arriverà nel 1970, quando Gigi si troverà improvvisamente a sostituire Domenico Modugno nella parte di Ademar nella commedia musicale di Pietro Garinei e Sandro Giovannini Alleluja brava gente. Uno scherzo del destino, una botta di fortuna, la reale presa di coscienza delle sue brillanti e strimpellate qualità artistiche. Il giovane Luigi aveva finalmente capito che avrebbe potuto coniugare il teatro ludico e la sua amata e disinvolta maestria di interprete della vita. E allora, per un gioco beffardo di strane coincidenze, sarebbe nata la personalità artistica di Gigi Proietti e il cosiddetto “teatro popolare”.

D’ora in poi il maestro si troverà diviso tra cinema, televisione, radio e teatro, impegnato a ricoprire numerosissimi ruoli; sono personaggi speciali, ironici al tempo stesso, che – accolti con simpatia dal pubblico di spettatori – diventano scanzonati cantori della vita. E allora ecco il celebre Cavaliere Nero (in vari sketch comici), Mandrake (in Febbre da cavallo), il Conte Duval (ne La signora delle camelie), l’avvocato Porta nell’omonimo film, il prof. Rodolfo Melchiorri (in Panni Sporchi), l’amatissimo Maresciallo Rocca, e tanti altri celebri personaggi sparsi nelle commedie del piccolo e grande schermo e nei suoi simpaticissimi sketch che divertono, entusiasmano, sottolineano gli aspetti buffi e grotteschi della vita quotidiana. Il gioco comico di Gigi Proietti, infatti, si realizza nella piacevole scorrevolezza delle parole che usa. Colorate e colorite, imbellettate di dialetto romanesco. Parole che si contaminano con altri dialetti e con la lingua italiana, giocano sui doppi sensi, operano in un ritmo ripetitivo e cadenzato, volto a suggerire risposte comiche immediate. «Un trionfante carnevale del linguaggio»: così la critica avrebbe definito la voce sonante di Gigi Proietti, un vero e proprio uso incantatorio della parola, che sbalordisce, estranea, sorprende gli ascoltatori e si accompagna a una divertente mimica dissacratoria «che tutto corrode». Sfruttando saggiamente una conoscenza pratica e apparentemente poco libresca, l’estro di Gigi diventa una brillante poesia di immagini e di gesti, ogni volta che ritrae – con divertita fedeltà – i piccoli misfatti del quotidiano, rendendoli paradossali. Il giovane attore aveva imparato presto a teatralizzare gli equivoci del mondo a lui contemporaneo, a disattendere le aspettative, a prendere alla lettera i modi di dire, pronunciando l’indicibile e pensando l’impensabile.

La sua voce calda, rauca e vissuta, diventa la voce di famosissimi personaggi del mondo del cinema, quali Sylvester Stallone nel primo Rocky, Dustin Hoffman in Lenny e Robert De Niro in Casinò; e ancora del mondo dei cartoni animati (ricordiamo, in tal senso, il Genio di Aladdin e Gatto Silvestro). Alla giovane età di trentasei anni, il già grande Gigi Proietti metterà in scena uno dei suoi più celebri e amati spettacoli all’avanguardia: A me gli occhi, please (“please” sarebbe stato aggiunto successivamente). Siamo a Roma, nel Teatro Tenda diretto da Carlo Molfese, nel quale l’attore reciterà il suo spettacolo senza trama, che volerà come sempre sulle ali leggere dell’ironia. Gigi discuterà della sua professione di attore e completerà questa performance aggiungendone altre due alla lista: Come mi piace, attraverso la quale metterà in discussione il sistema teatrale italiano, e Leggero Leggero, con il quale schernirà i vari “–ismi”, quelli che sono soliti presentarsi a teatro (pirandellismo, goldonismo e molti altri ancora).

Ma non finisce qui. Dopo aver ottenuto la direzione artistica del teatro Brancaccio di Roma nel 2001, la sua animosa volontà creativa trova spazio a Villa Borghese, quando nel 2003 – finanziato dalla Fondazione Silvano Toti – Gigi Proietti fa costruire, in tre mesi, un teatro circolare di origine londinese, il famoso Globe Theatre, del quale sarà direttore artistico per diciassette intensissimi anni. Il fautore del grande capolavoro architettonico metterà in scena numerose tragedie e commedie elisabettiane, tra le quali Romeo e Giulietta, Pene d’amor perdute, Otello, Riccardo III, Molto rumore per nulla, Sogno di una notte di mezza estate, Re Lear, Il mercante di Venezia, La bisbetica domata e La tempesta. Dal 2010 si cimenterà in nuovi e amatissimi personaggi della televisione e del cinema italiano, collaborando con tantissimi artisti e conduttori; tra i numerosi, ricordiamo il film di Natale Ma tu di che segno sei?, con Massimo Boldi e Vincenzo Salemme. A dicembre del 2019 è al cinema con Pinocchio, nei panni di Mangiafuoco.

Ma Gigi è stato anche un poeta, uno scrittore, un artista che ha saputo filtrare il mondo con gli occhi divertiti di un bambino. Nel 2013 esordisce nella scrittura con un’autobiografia intitolata Tutto Sommato qualcosa mi ricordo. Alla fine del 2015 pubblica Decamerino. Novelle dietro le quinte, ricalcando ironicamente il titolo di uno dei più celebri capolavori della letteratura italiana, il Decameron. Una vita piena, insomma, vissuta sulla giostra romana della comicità, che gli ha concesso una libertà espressiva senza eguali, un dissacrante spirito ironico e dinoccolato, una leggerezza mai frivola. La sua brillante capacità di arrivare agli occhi e alle orecchie dei più, volando sulla superficie delle cose senza mai essere superficiale, ci lascia un profondo insegnamento: la consapevolezza che la comicità, l’ironia, il cosiddetto humor, sono le uniche armi che abbiamo per combattere i demoni interiori e affrontare a testa alta le insidie della vita. Che ridere, non è altro che un complesso sistema di muscoli che solleticano l’anima, la cesellano, la scolpiscono, la affinano, e chissà che non la rendano pure un autentico capolavoro. Una preziosa eredità, lasciata al mondo intero il giorno del suo ottantesimo compleanno.

Ludovica D'Erasmo

Ludovica D'Erasmo

Fin da bambina coltiva la passione per la scrittura. I giochi di parole e le rime catturano la sua attenzione. Oggi studia Lettere moderne alla Sapienza e sulla scia di filosofi, scrittori e poeti realizza quello che, da sempre, è il suo grande sogno: scrivere un libro. Da tutto questo nasce "Rimasi". La sua scuola migliore, però, rimane il mondo campestre.