LetteraturaPrimo Piano«Vindica te tibi»: l’epistola 1 di Seneca

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Tra le maggiori opere di Lucio Anneo Seneca, filosofo stoico ed eclettico vissuto nel I secolo, si annoverano le cosiddette Epistulae morales ad Lucilium (Lettere morali a Lucilio). La raccolta in questione è costituita da 124 lettere, suddivise in 20 libri. Dallo stesso Seneca e da altre fonti (Gellio e Marziale) apprendiamo dell’esistenza di un ulteriore libro dell’opera, contenente lettere ad altri corrispondenti (Marullo e Cesonio Massimo). Il destinatario delle lettere è Lucilio Iuniore, governatore della Sicilia, oltreché poeta e scrittore. In epistola 21, Seneca dichiara di voler rendere immortale l’amico alla stregua di Idomeneo, reso celebre dalle lettere di Epicuro e di Attico.

Le epistole hanno un evidente carattere moraleggiante, che si rifà espressamente allo stile epicureo e non, come supposto da molti, a quello ciceroniano. È lo stesso Seneca, in epistola 118, a dire di non voler seguire l’esempio di Cicerone, distaccandosi dalle tematiche pertinenti la vita di tutti i giorni. Seneca, poi, non intende occuparsi dei fatti altrui, ma vuole rivolgersi alla propria individualità. Compone queste epistole per offrire una cura all’anima e permettere al lettore il raggiungimento del benessere spirituale. In un periodo di ritiro dall’attività politica, Seneca si dedica interamente alla stesura di un’opera che possa giovare ai posteri e rappresentare un medicinale per l’interiorità. Le lettere sono cesellate nei minimi dettagli, intrise di “exempla” volti al coinvolgimento totale del destinatario, affinché egli pervenga per gradi agli aspetti della verità. Il discente diviene un neofita, affidato alle premure di una guida accorta e scrupolosa. È proprio nello scambio epistolare che viene innescato il processo di crescita e di allenamento, che porta a elevare il ricevente e ad armare chi scrive.

L’epistola 1, che costituisce un prologo all’intera raccolta, affronta una tematica che ricorrerà in altre lettere della stessa opera e sarà uno dei punti cardine del pensiero di Seneca. Viene trattato, infatti, il concetto della fugacità del tempo e dell’uso parsimonioso che se ne deve fare, ampiamente discusso nel De brevitate vitae. Affiora la dimensione qualitativa e personale del tempo, che deve essere sfruttato e adoperato per la propria cura. La lettera, diversamente da quanto avviene di norma per le altre epistole, non presenta una cornice iniziale: il tema irrompe nelle prime righe del testo, introdotto da un imperativo ingombrante e necessario. «Vindica te tibi» («Renditi padrone di te stesso») è la chiave proemiale per leggere tutta l’opera, studiata per riscattare l’umanità dalle bassezze di una vita vuota e velleitaria. Si combatte una dialettica scrivente-destinatario, tutta giocata sull’alternanza tra ego e tu, che deve condurre Lucilio, specchio del lettore, sulle posizioni di chi scrive. Seneca ammonisce il suo allievo, cercando di redimerlo e svegliarlo dal torpore del suo spirito: «Persuaditi che queste cose stanno come ti scrivo. Parte del nostro tempo ci è strappata via, parte sottratta, una parte scorre via. Ma lo spreco più vergognoso è quello che avviene per trascuratezza. E se vorrai farci attenzione, gran parte della vita scorre via nel far male, la massima parte nel non far nulla, tutta la vita nel fare altro». Con le continue apostrofi, Seneca chiama e invoca il suo interlocutore, in una corrispondenza spasmodica e acquietante al contempo.

L’epistola non è soltanto un pretesto per lo sviluppo del tema del tempo, tanto caro a Seneca, ma è lo strumento con cui il filosofo stabilisce con Lucilio un patto di reciproca fiducia, indispensabile per progredire nel viaggio in direzione spirituale. Seneca si interroga interrogando e interroga interrogandosi, giocando su più livelli e scandagliando ogni ambito dell’esperire e dell’agire:

 

«Trovami uno che attribuisca un qualche valore al tempo, che apprezzi il valore di una giornata, che comprenda di morire giorno dopo giorno. In questo ci inganniamo, per il fatto che noi vediamo la morte davanti a noi: gran parte di essa invece è già passata; tutto il tempo che ci sta alle spalle appartiene alla morte. Fa’ dunque, o mio Lucilio, ciò che mi scrivi di stare facendo: tieniti stretta ogni ora. Così potrai dipendere meno dal futuro, se prenderai possesso dell’oggi. Mentre si differisce, la vita passa».

Anita Malagrinò Mustica

Nata a Venezia, ma costantemente in viaggio per passione e lavoro, studia Lettere Classiche a Bari. Sognando di poter dedicare la sua vita alla ricerca e all’insegnamento, ha collaborato e collabora con varie realtà editoriali, scrivendo per diverse riviste di divulgazione scientifica e culturale. Appassionata di teatro e di poesia, porta avanti numerosi progetti performativi che uniscono i due ambiti.