Architettura, Design e ModaArtePrimo PianoVilla Poniatowskij e l’esposizione archeologica

Avatar Laura Fontanesi9 Settembre 2019
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I natali della cosiddetta Villa Poniatowskij sembra possano essere ricondotti alla prima metà del XVI secolo e intimamente subordinati all’opera di Giovanni Maria del Monte, il discusso Pontefice mecenate Giulio III, il quale per primo si occupò della sistemazione del Casino Nobile e del parco di questo vasto possedimento terriero acquistato, caratterizzato in particolar modo dalla presenza di un’estesa vigna. Egli la donò al fratello e questa fu la motivazione del novello epiteto della proprietà: Vigna di Balduino.

Il complesso appartiene all’insieme di ville romane edificate prospicentemente ad importanti arterie viarie o consolari, significativo elemento di richiamo sin dalle epoche più arcaiche. La proprietà prediale originaria si estendeva infatti da via Flaminia a via di Villa Giulia; la tenuta venne nei secoli smembrata e la domus odierna sorge dirimpetto all’antica via Julia Nova – perpendicolare a via Flaminia e indicata nel 1551 dal Bufalini nella sua pianta di Roma – successivamente via dell’Arco Oscuro, attuale via di Villa Giulia.

Non vi erano norme costanti atte a determinare l’ubicazione di tali imponenti edificazioni, fondamentale alla scelta logistica risultava l’inserimento degli stessi entro un piacevole e paesaggistico locus amoenus. Tra Cinquecento e Seicento la destinazione d’uso della villa mutò drasticamente: tale tipologia edilizia, nata inizialmente quale dimora signorile in stretto rapporto con un fundus (un podere), dunque connessa a prodduttività e rendimento agricolo, acquisì una nuova valenza rappresentativa, collegata alla celebrazione del proprietario e ad una prosaica ostentazione di fasto.

Altresì, il complesso preso in esame subì importanti interventi nel 1570 ad opera dell’architetto manierista Jacopo Barozzi di Vignola, conseguenti all’acquisto da parte del cardinale Pier Donato Cesi dei Duchi d’Aacquasparta. L’assetto acquisì peculiarità maggiormente scenografiche e monumentali grazie all’aggiunta di ninfei, sculture e rampe.

Nel 1581, il filosofo Michel Eyquem de Montaigne la annovererà tra le dieci ville romane dotate di maggior bellezza, da lui visitate durante il suo soggiorno nell’Urbs.

La villa quale tipologia edilizia era sovente associata a committenze particolarmente abbienti, appartenenti a famiglie aristocratiche o al clero, nelle cui file, molteplici esponenti della nobiltà, intraprendevano il proprio “cursus honorum”, che spesso e volentieri si concludeva con l’ossequiato soglio pontificio.

L’ordinamento feudale e prepotentemente ierocratico peculiare allo Stato Pontificio, caratterizzato dall’accentramento del potere temporale e spirituale, da un nepotismo diramato e tollerato, da un ingente concentrazione di ricchezze e terre, consentì l’effusione di cifre spropositate destinate alla sistemazione di edifici esistenti o a nuove fondazioni.

Gli aspetti sopra indicati altresì forniscono e delineano un quadro socio-politico della classe etico-politica dell’epoca estremamente puntuale: ciò influenzò la produzione artistica, fortemente subordinata ai gusti degli altolocati e facoltosi mecenati e spesso finalizzata alla ditirambica esaltazione del committente e della propria casata di appartenenza.

Il prolificare di ville e raffinate residenze con giardini, contribuì a determinare la topografia urbanistica di Roma, caratterizzandone e modificandone l’assetto. Esemplificativa l’area di Campo Marzio, la quale restituì un fitto susseguirsi di dimore signorili e ville. Nel XVII secolo risulta rilevante al fine di comprendere l’importanza di tale tipologia edilizia, l’edificazione di elementi architettonici peculiari alla villa in edifici con destinazione d’uso differente, anche di carattere religioso, al fine di sottolinearne l’autorità. Nel ripartimento di Roma eseguito per ordine del Pontefice Benedetto XIV, ascrivibile al 1744, si potevano contano intra muros trentacinque ville e ventuno giardini.

Molteplici furono i proprietari che si susseguirono dopo il Cesi, le modificazioni e i mutamenti di destinazione d’uso che essi apportarono al complesso. Nel 1800, parte della proprietà venne acquistata dal principe polacco Stanislao Poniatowskij, il quale incaricò il rinomato architetto Giuseppe Veladier dei restauri e della sistemazione del complesso. Gli interventi eseguiti interessarono in modo preponderante il giardino all’italiana, che venne organizzato secondo una geometrica suddivisione degli spazi, dotato di terrazzamenti a gradoni, una loggia, fontane, mirabili sculture arcaiche; la facciata dell’edificio e l’apparato decorativo interno.

Nel 1988/1989 il Demanio dello Stato acquistò la Casina Nobile della villa al fine di consentire l’ampliamento del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Dal 1997 divenne oggetto di una scrupolosa e reiterata opera di restauro che consentì il rinvenimento dell’originario impianto cinquecentesco e l’adattamento degli spazi ai nuovi fini espositivi.

La collezione archeologica ospitata all’interno dell’edificio è dislocata in due piani entro sale affrescate. Essa si concentra su rimarchevoli manufatti ceramici e bronzei ascrivibili a contesti funerari umbri fruibili al piano terra. Al piano nobile dell’edificio sono invece ubicati valenti reperti provenienti dalla regione storica del Latius Vetus, precipuamente da contesti cultuali e funerari.

L’esposizione vanta manufatti desunti dai ragguardevoli corredi rinvenuti a Terni, Necropoli delle Acciaierie (estensione dal X-IV secolo a. C.): fibule in bronzo, bracciali in bronzo con pendenti in ambra, aes rude, brocche, una raffinata inceniera in bronzo (thymiaterion); a Nocera Umbra, Necropoli di Boschetto – Ginepraia (Rasoi, fibule a sanguisuga e ad arco serpeggiato e rivestito, punte di lancia in bronzo). Esplicative della cultura Tadinate, la cui comparsa può essere ascritta al V secolo a. C., alcune aree sepolcrali rinvenute a Gualdo Todino: la Necropoli delle Cartiere e la Necropoli di Malpasso. La ritualità predilegeva l’inumazione del defunto, i corredi maschili hanno restituito un’ampia quantità di armi, attributi che suggeriscono la preminenza sociale di un’aristocrazia guerriera (punte di lancia, spade in ferro, uno spadone ricurvo detto machaira, elmi in bronzo, un elmo da parata con applicazioni in argento, schinieri, borchiette), strigili, utensili, vasellame in bronzo.

Estremamente sfarzosi i corredi della Necropoli di Peschiera, ascrivibile alla comunità Tuderte sita a Todi, importante centro al confine con l’Etruria. La Tomba I “degli Ori” (ultimo quarto IV secolo a. C.), sepoltura ad inumazione femminile, ha restituito mirabili manufatti tra cui si possono annoverare monili in oro e oggetti in avorio finemente lavorati (esplicativo un ago crinale con sommità criocefala in avorio), manici di specchi, borchie auree, alabastra. La Tomba S. Raffaele risulta dimostrativa nel sottolineare, anche in questo caso, l’esistenza di una prestigiosa élite guerriera tuderte con un corredo composto da armi, vasellame in bronzo, spiedi in ferro, frammenti ceramici. L’ingente presenza di ceramica da mensa importata diviene fondamentale indicatore dell’elevato grado della prosperità raggiunta.

La collezione del piano nobile vanta diverse tipologie di oggetti connessi al culto e provenienti da diversi santuari e stipi votive del Lazio meridionale e dai contesti funerari di Gabii, Necropoli di Osteria dell’Osa, che ha restituito una particolare inumazione con defunto disposto entro un sarcofago ligneo ricavato da un tronco cavo di quercia (650/630 a. C.), e Satricum. Un vasto assortimento di doni ed ex-voto era portato in qualità di offerta alla divinità tutelare del tempio: vasellame, rythoi, coroplastica votiva, statuette fittili o in bronzo (raffiguranti l’orante o il nume stesso), modellini (modellino fittile di tempio da Velletri, III secolo a. C., modellino fittile di frontone di un edificio templare da Nemi, IV secolo a. C.), riproduzioni di parti anatomiche del corpo (Rinvenimenti dalla Stipe votiva in Contrada Pescarella, ad Ardea, III/II secolo a. C.), ornamenti e utensili. Una vasta diffusione nell’area ebbero le miniature, esemplificativi i rinvenimenti dal deposito votivo di Tivoli, il cui utilizzo va dall’VIII al II secolo a. C.

L’esposizione vanta anche terracotte architettoniche, elementi decorativi e architettonici proveniente da alcuni importanti santuari dell’area, che rivelano peculiarità architettoniche italiche spesso contraddistinte da una spiccata influenza stilisica ellenica dalla Magna Grecia (Tempio I, Santuario Mater Matuta, Satricum, considerato ad oggi il più antico santuario laziale) e orientalizzante (Tempio II, Mater Matuta). Verso la fine del VII secolo a. C., si assisterà alla comparsa di edifici sacri in materiale non deperibile contraddistinti da un unico ambiente, l’oikos. In età arcaica si diffonderà invece una nuova tipologia edilizia sacra, maggiormente articolata e monumentale, il tempio tuscanico o italico, che raggiungerà l’acme intorno V secolo a. C. (tempio Iuno Sospes a Lanuvio; tempio Iuno Moneta – che ammonisce – a Segni)

Antefissa policroma testa femminile di menade, tempio Iuno Sospes, Lanuvio

Tra i reperti fruibili si notano antefisse figurate (antefissa policroma a testa femminile di menade dal tempio Iuno Sospes a Lanuvio, IV secolo a. C.; antefissa a forma di sirena o arpia e a coppia menade/sileno dal tempio di Mater Matuta a Satricum, 480 a. C.), statue con funzione acroteriale, frammenti di trabeazioni, sime. Rilevante dal Santuario di Diana a Nemi – Nemus Dianae -, importante area sacra lacustre a carattere federale, in auge dal VII secolo a. C., un frammento di trabeazione dorata.

Statuette fittili, Santuario di Diana, Nemi

Dal tempio tardo-repubblicano ed extraurbano di Alatri – Alatrium -, la cui ricostruzione è visibile nel contiguo giardino di Villa Giulia, giungono le lastre di rivestimento della trabeazione decorate a palmette sovrapposte. Notevole inoltre l’antefissa con figura di Potnia Theròn rappresentata a figura intera di prospetto.

Tomba Bernardini

Considerevoli anche i manufatti provenienti da Palestrina – Praeneste -, le tombe principesche Barberini e Bernardini, Castellani documentano l’elevata condizione di agiatezza raggiunta dal centro durante l’età orientalizzante (VII secolo a. C. – inizi VI secolo a. C.). Nei pregevoli corredi si può constatare l’ingente presenza di materiali eseguiti da maestranze alloctone, quale ostentazione di prestigio (coppa in argento decorata a sbalzo con scena figurata di produzione fenicia dalla tomba Bernardini, 675 a. C.), oreficieria e vasellame metallico dall’Etruria, oggetti ed elementi metallici finemente lavorati dal vicino oriente (Siria, Fenicia, Egitto), tripodi, alari, spiedi, armi, che rivelano l’ideale eroico aristocratico vigente, mirevoli avori (manici di ventaglio e maschere, tomba Barberini). Sempre da Palestrina, ciste in bronzo decorate ad incisione con manici elaborati, specchi in bronzo con raffinate incisioni a tema mitologico. Interessanti le coppie di rivestimenti fittili di piedi di letti funerari figurati ascrivibili alla collezione Barberini, fine IV-III secolo a. C.

Rivestimenti fittili di piedi letto funerario, collezione Barberini, fine IV III secolo a. C.

Ammirevole il restauro della Sala delle Absidi e della Sala Indiana affrescate dal Giani che divengono piacevole cornice all’allestimento museale. Grottesche, paesaggi illusionistici e bassorilievi dipinti accompagnano infatti piacevolmente il visitatore in un soave connubio tra archeologia e arte ottocentesca.

Sala delle Absidi
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Laura Fontanesi

Archeologa, specializzata in archeologia classica e del Vicino Oriente antico; studiosa di tradizioni funerarie e degli aspetti concernenti l’ambito cultuale. Luddista consapevole, inattuale, solipsista risoluta e tracotante, funesta erinni. Affascinata da parole, storie e arcaici numi. Fervente adepta della vis polemica ed espressiva. Scrivere, narrare, ascoltare, leggere, approfondire, ponderare, ideare, progettare, creare.