I grandi eventi della storia sono destinati a diventare letteratura. Non solo mutano radicalmente il pensiero e la sorte di chi vi sopravvive, ma divengono – probabilmente per questo – indiscutibile materia letteraria. Sono tanti gli esempi che si potrebbero fare al riguardo: la peste che colpì Atene durante la guerra del Peloponneso, la caduta di Roma, la conquista islamica nel Medioevo, la grande guerra di Carlo Magno contro gli infedeli, la disfatta di Caporetto, e in tempi ancor più recenti l’11 settembre. E l’elenco potrebbe proseguire a lungo. Eventi bellici che hanno tanta rilevanza da un punto di vista storico e sociale, da necessitare di una ripresa letteraria. Sia perché in questo modo è possibile rielaborare un evento tanto infausto, sia perché uno scrittore – di qualunque periodo si tratti – non può perdere l’opportunità di reinterpretare la storia e farne racconto evocativo. Una lezione da dare a contemporanei e posteri.
La battaglia di Waterloo è stata un evento felice, lietissimo, per i contemporanei. La fine di un’era per molti grandiosa, per altri tirannica. E, quando si giunse a questo arresto delle furiose e inarrestabili vittorie napoleoniche, la terra tutta parve trarre un sospiro di sollievo. Era necessario, quindi, che la grande letteratura del tempo rielaborasse quanto accaduto e ne facesse monito per i posteri. Magari i contemporanei l’avrebbero ritenuto uno dei tanti accadimenti, ma i lettori del futuro non si sarebbero fatti ingannare circa l’entità degli eventi. E chissà se avrebbero mai ritenuto che, dietro quell’impensata e impensabile sconfitta, vi fosse stata la mano del fato. Dato che siamo nel 1815 e considerando che si parla di Napoleone, non possiamo non riferirci alla letteratura francese e, precisamente, a due colonne portanti di inizio secolo: Victor Hugo e Henri Beyle, meglio conosciuto come Stendhal.
Questi grandi scrittori non potevano non parlare della battaglia di Waterloo. Sarebbe stato impensabile in un secolo in cui il mondo europeo guardava alla Francia e, precisamente, a Parigi, quale punto da raggiungere. Infatti, non a caso, Walter Benjamin – grande intellettuale del Novecento – definirà Parigi capitale del XIX secolo. Napoleone era un personaggio che faceva discutere e che richiamava l’attenzione delle genti. Parlare della sua grande disfatta era d’obbligo per chi si sentiva il portavoce della capitale. Difatti, ad averne fatto un resoconto narrativo sono due scrittori completamente diversi, che immergono i propri personaggi nella battaglia per narrare l’evento da due punti di vista altrettanto divergenti.
Stendhal, nel romanzo La Certosa di Parma, racconta la disfatta con gli occhi di Fabrizio del Dongo, il suo protagonista. Buona prima parte del libro è basata su fughe, spari, cavalli, turbinio di folla e polvere. Non vi è logica e il protagonista non comprende di trovarsi nel mezzo di un evento storico straordinariamente importante, né cosa stia accadendo intorno a lui. Vive quest’evento immenso, senza averne piena coscienza. Il giovane soldato, immerso in una battaglia dalla portata conosciuta, rappresenta simbolicamente il popolo intero. Ignora se stia vincendo la sua fazione o se siano i suoi nemici a trionfare. È totalmente all’oscuro degli eventi e corre a perdifiato, lotta e cerca di parare i colpi. E, a differenza di molti, ha la fortuna di sopravvivere (ma non potrebbe essere altrimenti, essendo un fatto raro la morte del protagonista a metà libro). La narrazione viene fatta dall’interno, dal punto di vista di normali persone, ovvero da chi non capisce cosa stia succedendo.
Diverso, straordinariamente diverso, è il caso di un altro celebre romanzo, I Miserabili di Victor Hugo. Il poeta, scrittore, saggista, drammaturgo, coglie l’occasione di narrare le vicende di un personaggio detestabile del suo libro, Thénardier, per tornare indietro di cinquant’anni e parlare della famigerata battaglia di Waterloo. Ed è qui che si nota l’enorme differenza tra le due narrazioni. Il punto di vista di questo grande e iconico momento storico coincide con un punto di osservazione particolarmente “alto”, distante da quello di Napoleone che – alla stregua del protagonista dell’opera di Stendhal – non riesce a comprendere cosa stia accadendo e non ha minimamente fortuna o padronanza degli eventi. A un tratto, vede un esercito lontano e pensa che siano i suoi alleati. E invece sono i suoi nemici, pronti a dare forza all’attacco in atto contro di lui. Non ha la minima conoscenza del territorio. Si affida alle parole di un pastorello del posto e manda la cavalleria allo sbaraglio, alla fine di una spianata erbosa, precipitando ai piedi dell’esercito nemico e facendo inevitabilmente una fine rovinosa. Ed è quanto meno ironico, perché Napoleone era convinto di vincere quella battaglia. Era di ottimo umore quella mattina e perciò non in grado di prestare attenzione ai venti contrari, che annunciavano la sua sconfitta.
La descrizione che ne fa Hugo è straordinaria, tanto che per molto tempo è stata usata come manuale di guerra, per le lezioni di strategia che venivano impartite nelle scuole militari dell’epoca. La sua descrizione pare fatta con gli occhi di Dio: «Era possibile che Napoleone vincesse quella battaglia? Rispondiamo di no. Perché? A causa di Wellington? A causa di Blücher? No. A causa di Dio. Bonaparte, vincitore a Waterloo, non rientrava più nella legge del diciannovesimo secolo. Si preparava un’altra serie di fatti dove per Napoleone non c’era più posto. La cattiva volontà degli avvenimenti si era già annunciata da lunga data. Era tempo che quell’uomo cadesse […]. Napoleone era stato denunciato nell’infinito e la sua caduta era decisa. Dava fastidio a Dio. Waterloo non è una battaglia; è il mutamento di fronte dell’universo».
Come se quella disfatta fosse voluta dal fato, da un destino superiore. L’occhio è in alto, onnisciente, al di sopra degli eventi. Perché, secondo Hugo, in tutti questi titanici eventi, c’è sempre una mano superiore, una coscienza superiore, a guidare i fili degli uomini; quegli uomini che, come in Stendhal, non comprendono se quella guerra sarà narrata per secoli o se è solo uno di quei tanti insignificanti scontri, ricordati per un po’ e poi presto dimenticati.

Adele Porzia
Nata in provincia di Bari, in quel del ’94, si è laureata in Filologia Classica e ha proseguito i suoi studi in Scienze dello Spettacolo. Giornalista pubblicista, ha una smodata passione per tutto quello che riguarda letteratura, teatro e cinema, tanto che non cessa mai di studiarli e approfondirli.