ArtePrimo PianoUso quotidiano e uso simbolico dell’ocra nel sito paleolitico di Grotta Continenza

Alice Massarenti30 Luglio 2021
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Nei pressi di Trasacco (L’Aquila), alla quota di 710 metri sul livello del mare, lungo la sponda meridionale dell’antico bacino lacustre del Fucino, si apre la Grotta Continenza, che già dagli anni Settanta del secolo scorso aveva restituito numerosi frammenti ceramici riferibili all’Età dal Bronzo e una lamella di ossidiana risalente al Neolitico. Quello che all’inizio sembrava un riparo sottoroccia restituì, durante gli scavi che si sono protratti fino al 2012, un deposito stratificato dello spessore di oltre 9 metri che mostrava una frequentazione che, partendo dall’Epigravettiano finale, continuava fino ai livelli superficiali dell’Eneolitico.

In archeologia, il termine “ocra” viene utilizzato per indicare diversi minerali ricchi di ferro, misture di argilla dal colore rosso vivo, o un composto insolubile ottenuto mescolando ematite con altri cristalli (come il quarzo o ossidi di ferro e argilla). Se le più antiche testimonianze dell’utilizzo di questo pigmento provengono dal Paleolitico medio, la sua diffusione maggiore si ritrova nel Paleolitico superiore come decorazione nell’arte mobiliare, nel trattamento dei defunti a scopo cultuale, nell’arte rupestre e nella pittura del corpo. Inoltre, l’ocra veniva utilizzata come abrasivo nella lavorazione litica, come astringente nel trattamento delle pelli animali (in quanto preveniva il processo di decomposizione) e nell’immanicamento dei manufatti in selce mescolata alle colle naturali per aumentarne la resistenza alla rottura.

Nel deposito di Grotta Continenza sono stati raccolti 1058 grammi di questo pigmento soltanto dai livelli di frequentazione epigravettiana e si è notato come l’ocra contenga sia elementi di pirite che di ematite associati a noduli di calcite e quarzo. I frequentatori paleolitici della grotta usarono il pigmento su più di mille manufatti, legati alla vita quotidiana e non. Alcuni manufatti, principalmente grattatoi e raschiatoi su lama e su scheggia, contengono tracce di ocra nella colla utilizzata per l’immanicatura: su entrambe le facce di un solo margine, per una immanicatura laterale, oppure in posizione prossimale se lo strumento presentava un manico a una estremità. Altre lame e schegge non ritoccate presentano tracce di attività lavorativa che aveva richiesto l’impiego dell’ocra: in questi casi gli utensili si erano tinti di rosso per essere stati utilizzati nella lavorazione diretta dei minerali ferrosi, come la triturazione dei minerali, o indirettamente per contatto con le mani degli artigiani o con le pelli animali conciate. Rispetto ad altri siti, qui vennero rinvenuti anche strumenti trattati con l’ocra non ritoccati o che non presentavano tracce d’uso: in questi casi l’ambito d’utilizzo doveva essere non funzionale. Non sono più coperti di pigmento solo i margini o le parti attive, ma anche la superficie dorsale o in alcuni casi entrambe le facce. Anche lo strato colorato si presenta con caratteristiche differenti, in quanto rispetto agli strumenti d’uso quotidiano, che presentano una superficie opaca, questi oggetti legati alla sfera simbolica presentano un colore omogeneo, compatto e lucido.

Esistono pochi confronti che possano far comprendere meglio l’utilizzo rituale di questo pigmento: conosciamo i livelli del Paleolitico superiore di Grotta Polesini, la Grotta di Ortucchio, la Grotta Maritza, la Grotta Tronci, oltre ad alcuni reperti dell’Epigravettiano finale di Grotta Paglicci. Se per alcuni esemplari il contatto con l’ocra è avvenuto casualmente all’interno del deposito, come mostra la scarsa quantità e l’andamento puntiforme del colore, lo strumentario litico era utilizzato in maniera prevalente per il trattamento o l’utilizzo degli ossidi di ferro. L’alta frequenza tra gli strumenti del complesso litico di Grotta Continenza di grattatoi, raschiatoi e bulini, strumenti legati alla lavorazione di pelli, legno e corno, insieme con la funzione abitativa della grotta, può essere una prova a supporto dell’uso dell’ocra nell’ambito delle diverse attività quotidiane dei frequentatori paleolitici; la posizione delle tracce di ocra su altri strumenti indica invece un utilizzo come sostanza collante. Anche quando l’uso del colore rosso sui manufatti in pietra sembra legato alla sfera simbolica, questa rimanda a una ritualità presente nella vita quotidiana (come i riti di passaggio o i riti propiziatori) e non a una sfera ultraterrena collegata alla morte o alla realizzazione di materiale per il defunto, in quanto sembra che lo strumentario litico cosparso con l’ocra non sia associato in alcun modo alle due sepolture paleolitiche.

Interessante il caso della selce appartenente al litotipo della “scaglia rossa di facies umbro/marchigiana”: quando veniva dipinta, l’ocra veniva posizionata sulle parti più chiare, in modo da conferire a tutto lo strumento un colore rosso intenso. I prodotti realizzati con selce grigia hanno una copertura di ocra talmente intensa da sembrare manufatti in scaglia rossa, quasi come se il litotipo della scaglia rossa, dal carattere più “esotico”, fosse più importante e meritasse di essere imitato.

Alice Massarenti

Nata a Mirandola, in provincia di Modena, classe ’84, si è laureata in Archeologia e storia dell’arte del vicino oriente antico e in Quaternario, Preistoria e Archeologia con una tesi in Evoluzione degli insiemi faunistici del Quaternario. Ha un’ossessione per i fossili e una famiglia che importuna costantemente con i racconti delle sue ricerche sul campo.