Gli avvenimenti degli ultimi anni hanno portato gli uomini a interrogarsi sulla propria natura e a riflettere sulla sostanziale caducità della propria esistenza. Gli intellettuali affrontano da sempre questa tematica nelle loro opere, avviando riflessioni detentrici di interrogativi sconfinati e irrisolvibili. La poesia, come al solito, intercetta i dilemmi dell’animo, rendendoli materia di versi ed eternando le domande che connotano endemicamente l’uomo e la sua profondità.
L’immagine degli uomini come le foglie percorre – in un itinerario poetico denso e pervasivo – l’intera letteratura occidentale, e affonda le sue radici in un passo omerico di straordinaria importanza e bellezza, contenuto nell’Iliade, in cui vengono presentati i personaggi di Glauco e Diomede. Diomede, il più forte degli eroi Achei, si accinge a ingaggiare un duello con un altro guerriero. Prima di dare inizio al combattimento, Diomede, accompagnato da un rituale grido di guerra volto a intimorire l’avversario, chiede che Glauco riveli la sua identità. Diomede vuole accertarsi di star combattendo con un mortale e non con una divinità. Incalzato dall’eroe acheo, Glauco, figlio di Ippoloco, re di Licia, prende la parola, affermando: «Magnanimo Tidide, perché mi domandi della mia stirpe? Come la stirpe delle foglie, così sono anche quelle degli uomini. Il vento sparge a terra le foglie, altre ne genera la selva fiorendo, quando viene il tempo della primavera; così le generazioni degli uomini: una cresce e l’altra declina. Ma se tu vuoi sapere, potrai conoscere bene la mia stirpe: molta gente la conosce». Tralasciando per un momento la questione strettamente legata al “ghenos” di Glauco, è bene soffermarsi su questa metafora, che rende efficacemente (a giudicare dalla fortuna che l’immagine ebbe nella letteratura di epoche successive) la precarietà della vita umana, connotata da un andamento ciclico e determinato. Il prosieguo del passo è ben noto: Diomede apprende di avere davanti un discendente di Bellerofonte e di essere legato a lui da un vincolo di ospitalità. Questa sorta di agnizione porta i contendenti a rinunciare al combattimento, a stringersi la mano e a scambiarsi le armi come simbolo evidente del legame che intercorre tra le loro famiglie.
Il poeta Mimnermo, vissuto tra Colofone e Smirne durante il VII secolo a.C., riprese l’immagine omerica e l’adattò alla sua visione del reale, orientata alla passiva e malinconica constatazione della propria essenza fugace ed effimera:
«Come le foglie che nel tempo/ fiorito della primavera nascono/ e ai raggi del sole rapide crescono,/ noi simili a quelle per un attimo/ abbiamo diletto del fiore dell’età,/ ignorando il bene e il male per dono dei Celesti./ Ma le nere dee ci stanno a fianco,/ l’una con il segno della grave vecchiaia/ e l’altra della morte. Fulmineo/ precipita il frutto di giovinezza,/ come la luce d’un giorno sulla terra./ E quando il suo tempo è dileguato/ è meglio la morte che la vita»
Comune denominatore della vita di uomini e foglie è, dunque, la brevità, causata dall’azione delle Chere. Esse spengono il fiore degli anni con la vecchiaia, a cui il poeta preferisce la morte. Anche Semonide di Amorgo, in un frammento, riprende il paragone, facendo emergere il contrasto tra la realtà e l’inconsapevolezza degli uomini, convinti di essere eterni.
In ambito latino, una riscrittura piuttosto celebre proviene da un passo dell’Eneide:
«Là tutta una folla correva disordinata alle sponde,/ madri e uomini e corpi spenti di eroi generosi/ e fanciulli e vergini che non videro nozze/ e giovani bruciati sul rogo davanti agli occhi dei padri./ Erano molti: quante foglie nei boschi al primo freddo d’autunno/ si staccano e cadono, o quanti uccelli dal mare lontano/ vengono a terra e si radunano quando l’inverno/ li spinge oltre l’onda o ai lidi sereni»
Ci troviamo nella cosiddetta catabasi del poema, ovvero l’episodio riguardante la discesa agli inferi di Enea, modellata naturalmente sul relativo canto omerico. All’ingresso degli inferi, Enea vede una folla disordinata ed eterogenea che si accalca in prossimità del fiume Acheronte in attesa di essere traghettata e che ricorda le foglie nei boschi d’autunno. Il passo virgiliano verrà poi richiamato nel contesto affine dell’Inferno dantesco e, precisamente, nel terzo canto. Nel vestibolo dell’inferno, Dante Alighieri descrive una scena simile, ma non perfettamente sovrapponibile: «Come d’autunno si levan le foglie/ l’una appresso dell’altra, infin che il ramo/ vede alla terra tutte le sue spoglie;/ similmente il mal seme d’Adamo/ gittansi di quel lito ad una ad una,/ per cenni come augel per suo richiamo». La folla descritta da Virgilio viene sostituita dalla caduta graduale del «mal seme d’Adamo» sul lido dell’oltretomba. Si nota una ripresa celebrativa del modello di riferimento, ma, allo stesso tempo, l’inserzione di un’innovazione.
Si riallaccia poi a Omero un celebre frammento dei Canti leopardiani: «Umana cosa picciol tempo dura,/ e certissimo detto/ disse il veglio di Chio,/ conforme ebber natura/ le foglie e l’uman seme». Il poeta recanatese fa riferimento alla comunanza di sorte che attende uomini e foglie, servendosi dei versi del «veglio di Chio» e ribadendo la condizione di estrema transitorietà dell’uomo.
Tra Ottocento e Novecento, il poeta Rainer Maria Rilke, in bilico tra uno spirito decadente e neoromantico, compose una lirica debitrice di immagini radicate nel tessuto letterario europeo:
«Le foglie cadono, cadono lontano/ quasi giardini remoti sfiorissero nei cieli; con un gesto che nega cadono le foglie./ E ogni notte pesante cade la terra…/dagli astri nella solitudine./ Tutti cadiamo. Cade questa mano/ e così ogni altra mano che tu vedi./ Ma tutte queste cose che cadono, Qualcuno/ con dolcezza infinita le tiene nella mano»
Come si legge, il destino di finitudine accomuna tutti gli esseri. Questa idea viene riscattata abilmente nel distico finale da una speranza spiritualistica, rappresentata da una mano demiurgica che sorregge gli elementi caducei e caduti. Di gran lunga meno provvidenzialistica è la celeberrima lirica di Giuseppe Ungaretti, Soldati. La scarnificazione del discorso, ridotto a parola nuda e cruda, mette a fuoco i sentimenti del poeta, investito dell’ineludibile compito di descrivere la tragedia della guerra. In maniera estremamente diretta, il poeta rievoca la sua spaventosa e dilaniante incertezza: «Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie».

Anita Malagrinò Mustica
Nata a Venezia, ma costantemente in viaggio per passione e lavoro, studia Lettere Classiche a Bari. Sognando di poter dedicare la sua vita alla ricerca e all’insegnamento, ha collaborato e collabora con varie realtà editoriali, scrivendo per diverse riviste di divulgazione scientifica e culturale. Appassionata di teatro e di poesia, porta avanti numerosi progetti performativi che uniscono i due ambiti.