ArtePrimo PianoUna tavola dalla forma insolita: il “Giudizio Finale” di Nicolò e Giovanni della Pinacoteca Vaticana

Anna D’Agostino Anna D’Agostino4 Giugno 2020
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Di certo per i palazzi vaticani il tema del giudizio finale o universale – che dir si voglia – non è nuovo; pertanto, oltre al più celebre Giudizio di Michelangelo dipinto sulla parete di fondo della Cappella Sistina, ne esiste uno di minori dimensioni e assai più antico. Si tratta della tavola dipinta da Nicolò e Giovanni conservato nella Pinacoteca Vaticana. Esposta nella prima sala dedicata ai “Primitivi”, è forse l’opera che cattura maggiormente l’attenzione del visitatore per le sue dimensioni.

Nicolò e Giovanni, Giudizio Finale, seconda metà sec. XII, tempera su tavola, cm 288 x 243, Pinacoteca Vaticana

Di questa splendida tavola lignea dipinta a tempera, datata alla seconda metà del XII secolo, non si possiedono molte informazioni; le uniche certe riguardano la provenienza dall’Oratorio di S. Gregorio Nazianzeno a Roma, i nomi degli artisti che la realizzarono e i nomi delle due donatrici. Il resto delle informazioni si ricavano direttamente dall’attenta lettura della superficie dell’opera. Somigliante quasi a un complicato arazzo in cui sono state intrecciate figure e parole senza soluzione di continuità, è a tal punto opportuno decifrare uno alla volta i messaggi che le immagini nascondono.

La prima sala della Pinacoteca Vaticana con il Giudizio Finale di Nicolò e Giovanni

L’aspetto che salta subito all’occhio è la forma inusuale della tavola, un grande tondo con un’appendice rettangolare. Il cerchio rientra certamente fra i simboli fondamentali usati dall’uomo in ogni epoca e luogo; in ambito occidentale e cristiano, esso rappresenta la perfezione, ciò che non ha inizio né fine. In questo caso simboleggia l’intero universo, infinito, senza tempo e perfetto in quanto creazione divina. La forma insolita della tavola è sottolineata dalla doppia cornice che racchiude il dipinto: quella più esterna presenta dei motivi floreali stilizzati bianchi su fondo blu, mentre la cornice più interna è di colore rosso. Dentro quest’ultima si svolge l’episodio del Giudizio finale, raffigurato su cinque registri sovrapposti, ognuno con una scritta esplicativa in latino. Quasi come una Biblia pauperum, l’opera fu probabilmente pensata per raggiungere il cuore e la mente di tutti i fedeli, dai più ai meno colti. I più semplici potevano apprendere la storia del Giudizio solamente attraverso le immagini, chi invece sapeva leggere il latino poteva ricavare ulteriori spiegazioni dalle scritte che, come delle moderne didascalie, accompagnano gli episodi e le singole figure.

L’apertura della narrazione spetta a Cristo che, nel primo registro in alto, è rappresentato al centro all’interno di un clipeo con una cornice con decorazione stilizzata che alterna i toni del rosso, del bianco e del blu, i quali sono peraltro i colori principali di tutta l’opera. Raffigurato come Pantocratore – ovvero signore di tutto il Creato – con nimbo crucisignato e gemmato, siede mentre tiene nelle mani una croce, anch’essa guarnita di pietre preziose, e un globo simbolo dell’universo, al cui interno vi è un’iscrizione. Al suo fianco compaiono due angeli e due serafini, ai cui piedi giacciono le ruote di fuoco che si abbatteranno sul mondo nel giorno del Giudizio secondo la visione di Ezechiele.

Il primo registro

Nel secondo registro vi è Cristo giudice davanti a un altare sopra il quale sono posti otto simboli del martirio; tra di essi si riconoscono immediatamente il flagello, uno dei dadi con i quali i soldati si giocarono a sorte la tunica di Cristo, la croce, la lancia sacra utilizzata secondo la tradizione da Longino per trafiggere il costato di Cristo, la canna usata per porgergli la sacra spugna imbevuta d’aceto e i quattro chiodi con il quale fu crocifisso.

Fiancheggiano Cristo due arcangeli dalle vesti dorate che reggono ognuno con una mano un globo e con l’altra un cartiglio: i globi, uno chiaro e uno scuro, probabilmente simboleggiano il sole e la luna, dunque l’eclissi che si verificò durante la passione di Cristo; i cartigli con iscrizioni sono le sentenze di premio («venite benedicti patris mei, percipite regnum») e di condanna («discedite a me maledicti in igne aeternum»). Segue il tribunale celeste dei dodici apostoli, i due più vicini agli arcangeli sono S. Pietro con le chiavi (a destra) e S. Paolo (a sinistra).

Il secondo registro

Il terzo registro è quello più complesso in quanto le figure non sono disposte secondo uno schema rigidamente simmetrico come nei due registri precedenti. Qui la narrazione si snoda attraverso tre momenti distinti: anzitutto vi è il corteo degli Eletti e il motivo dei loro meriti (ovvero le opere di carità compiute in vita). Da sinistra, il santo che tiene in mano un cartiglio srotolato e guida gli Eletti – tutti rigorosamente uomini – è uno dei principi degli Apostoli: S. Paolo. Quest’ultimo è preceduto da Disma, il buon ladrone, che trasporta la croce. Al centro la Vergine è raffigurata secondo un’iconografia nota a Roma in particolare tra XI e XII secolo: si tratta della Madonna Aghiosoritissa (o dell’Intercessione), la quale con le braccia protese intercede presso Cristo, rappresentato nel registro superiore. A tal proposito, è interessante sapere che nel medesimo oratorio di S. Gregorio Nazianzeno, in cui questa tavola era conservata, vi era anche l’icona della Madonna Advocata oggi presso Palazzo Barberini a Roma, sempre del tipo Aghiosoritissa. Oltre alla Vergine, per i Santi martiri – che recano le palme del martirio – intercede anche il protomartire per eccellenza: Santo Stefano, anch’esso con un ramoscello di palma. La simbologia di tale pianta è legata a un passo dei Salmi (92:12) in cui si dice che come fiorirà la palma così farà il giusto: la palma, infatti, produce un’infiorescenza quando sembra ormai morta, così come i martiri avranno la loro ricompensa in paradiso. A destra sono presenti le tre Opere di Misericordia: dare da bere agli assetati, visitare i carcerati e vestire gli ignudi.

Il terzo registro

Nel quarto registro è illustrato il momento fondamentale del Giudizio: la resurrezione dei morti. Nella zona centrale vi sono due figure femminili, con le animulae in mano, che cavalcano un cavallo marino (a sinistra) e un toro (a destra): sono rispettivamente le allegorie del mare e della terra che restituiscono i corpi dei defunti. A sinistra pesci, uccelli rapaci e bestie feroci sputano le membra dei corpi divorati, mentre a destra due angeli suonano le trombe dell’Apocalisse per far risorgere i morti dalle tombe. Nell’iscrizione dorata su fondo blu, che separa questo registro da quello sottostante, sono presenti i nomi dei due artefici: Nicolaus e Johannes, di cui purtroppo non si conosce altro.

Il quarto registro

Nell’appendice rettangolare della tavola, simile a una predella, si raggiunge il culmine della narrazione. A sinistra, la Gerusalemme Celeste con la Vergine Orante tra gli Eletti: fra questi, immediatamente affianco alla Madonna, vi sono due sante anch’esse con nimbo dorato che offrono – sopra le mani velate – delle corone gemmate. Davanti le mura della città, ricoperte da pietre preziose, sono presenti le due donatrici, i cui nomi si leggono nell’iscrizione dorata in basso: la badessa Costanza e la monaca Benedetta, le quali con le mani coperte da un prezioso tessuto – in segno di rispetto verso la divinità – offrono in dono alla Vergine il modellino della chiesa e un oggetto di forma allungata nel quale si potrebbe riconoscere l’insolita sagoma del Giudizio Finale. A destra, invece, è raffigurato l’Inferno: qui i dannati vengono condotti in catene dagli angeli che, gettandoli nel fuoco, li tengono fermi con delle picche. I dannati che bruciano tra le fiamme dell’inferno, dominato da un grande serpente, sono suddivisi secondo le loro colpe, minuziosamente precisate dalle scritte accanto ad essi: «periuros, homicidas, mulier qui in ecclesia locuta est, meretrici».

Il quinto registro

La presenza delle due donatrici fa comprendere che il dipinto fu commissionato all’interno di una comunità religiosa femminile. Ciò è confermato dal luogo della sua provenienza: come si è detto, l’oratorio romano di S. Gregorio Nazianzeno, un piccolo edificio annesso al monastero benedettino femminile di Santa Maria in Campo Marzio.

Anna D’Agostino

Anna D’Agostino

Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale". Inoltre lavora per H501 srl.