LetteraturaPrimo PianoUn quadro della realtà mafiosa attraverso l’opera di Sciascia

Monica Di Martino Monica Di Martino4 Giugno 2020
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Il mese di maggio è tristemente noto per uno tra gli eventi nella storia repubblicana che ha maggiormente colpito l’opinione pubblica: sono infatti trascorsi pochi giorni dal ventottesimo anniversario della strage di Capaci, testimone imperituro dell’importanza fondamentale della lotta al fenomeno mafioso, che tante vittime ha mietuto e altrettante miete ancora oggi. La strage pone ovviamente l’accento su Palermo e, più in generale, su tutta la Sicilia. Accanto a illustri esponenti di attivismo politico, ve ne sono molti altri che si sono impegnati in un’intensa attività intellettuale, insistendo sul pericolo rappresentato dalla mafia e sull’oscura rete di collusioni che storicamente l’ha legata al potere politico. Leonardo Sciascia è stato uno di questi.

L’opera che gli ha dato maggiore notorietà è stata Il giorno della civetta, il romanzo attraverso il quale l’autore ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica il problema della mafia, spesso trascurato o minimizzato. Lo stesso Sciascia ha evidenziato le accortezze adottate per evitare di colpire “la sensibilità” di qualcuno, deplorando di non aver potuto scrivere in assoluta libertà, come ogni autore dovrebbe poter fare. Le sue opere rivelano una conoscenza approfondita della realtà siciliana e si caratterizzano per il tono polemico rispetto alle storture del Paese. Il romanzo è costruito come un giallo in cui viene assassinato un costruttore e l’indagine viene affidata al capitano Bellodi. Successivamente, muore il testimone oculare e – grazie alle confidenze di qualcuno – Bellodi riesce ad arrivare al “padrino” Don Mariano Arena e lo fa arrestare. L’evento suscita immediatamente un certo allarmismo negli ambienti politici collusi con la mafia sinché, al suo ritorno da un congedo per malattia, il capitano apprende dai giornali che la sua indagine è andata in fumo grazie a una serie di false deposizioni che scagionano gli assassini, compreso Don Mariano. Le parole di Bellodi che chiudono il libro – «mi ci romperò la testa» – sono indizio della volontà di non arrendersi, ma in generale i personaggi di Sciascia sono allo stesso modo portatori di giustizia, libertà e si impegnano nella ricerca della verità. Sciascia riesce a dare un quadro puntuale della realtà e della mentalità mafiose e lo si vede soprattutto nell’episodio del dialogo in cui i due antagonisti si trovano uno di fronte all’altro: l’atteggiamento di superiorità, la certezza dell’impunità, il linguaggio allusivo ne rivelano i tratti tipici. Lo stesso rigore delle indagini, però, anticipa – attraverso l’ironia e il disincanto della scrittura – quella sensazione di cupo pessimismo che caratterizzerà le opere successive. Il risultato è un quadro negativo della situazione italiana, principalmente degli anni settanta.

Sciascia è stato anche un grande saggista; nella sua produzione traspare lo stesso impegno e la stessa dedizione nello scandagliare, ad esempio, i misteri connessi con il rapimento e l’uccisione, da parte delle Brigate Rosse, dell’esponente politico democristiano Aldo Moro ne L’affare Moro o nelle inchieste dedicate alla ricostruzione di casi di cronaca misteriosi, recenti o passati, come La scomparsa di Majorana. La volontà di cercare la verità, approfondendo sempre più le trame occulte e torbide della vita politica e sociale dell’Italia di quegli anni, è una costante delle sue opere ed è resa con uno stile essenziale e concreto, privo di retorica.

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.