LetteraturaPrimo PianoUmberto Eco e il problema della conoscenza

Monica Di Martino Monica Di Martino22 Maggio 2020
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A 40 anni dall’uscita de Il Nome della rosa, la casa editrice La Nave di Teseo ne farà uscire una nuova edizione arricchita con i disegni inediti e gli appunti dell’autore. Un appuntamento da non perdere, dunque, per gli amanti di questo romanzo che ha avuto un incredibile successo internazionale, senza precedenti, tanto che in soli tre anni è stato tradotto in una ventina di lingue. Nato dal genio di Umberto Eco, nel romanzo confluisce l’intero bagaglio della sua riflessione teorico-culturale.

Narratore, giornalista, saggista, professore, Umberto Eco si è occupato inizialmente di estetica medievale per poi spostare l’attenzione, attraverso la partecipazione ai dibattiti della neoavanguardia del Gruppo 63, alle tematiche relative il linguaggio. Il primo esempio di esercizio di scrittura letteraria – Diario minimo – appare nel 1963; a questo ne farà seguito un secondo, una raccolta di divagazioni ironiche su vari aspetti concernenti letteratura e società.

Del 1980, invece, è Il nome della rosa, un’opera che coniuga procedimenti d’avanguardia a istanze tradizionali. La vicenda narra di un assassinio all’interno di un’abbazia del XIV secolo e della sua biblioteca. Nulla è lasciato al caso: una base rigorosamente documentata, ricca di citazioni di altri libri, e lungo la quale si disseminano indizi che lasciano emergere le contraddizioni del tardo medioevo. Il romanzo appare come la traduzione di un manoscritto in cui il benedettino Adso di Melk racconta i fatti di cui fu testimone in una imprecisata abbazia dell’Italia settentrionale dove, come novizio, si recò al servizio del dotto Guglielmo di Baskerville. Giunto a destinazione, Guglielmo viene subito incaricato dall’abate di indagare sull’omicidio di cui è rimasto vittima il miniatore Adelmo. Guglielmo individua subito la biblioteca dell’abbazia – all’interno della quale si conservano opere di pagani, maghi e alchimisti, e dunque letture vietate ai monaci – come il centro misterioso della vita della comunità: la biblioteca infatti è costruita come un labirinto i cui segreti sono conosciuti solo dal bibliotecario che li trasmette al successore. Le ricerche di Guglielmo si complicano con altre morti: di Venanzio, Berengario, del monaco erborista e del bibliotecario Malachia; egli capisce che il mistero è legato a un libro, sottratto dalla biblioteca e poi scomparso, dedicato al tema del riso. La vicenda diviene ancora più intricata con l’arrivo dei francescani fedeli all’imperatore e di quelli fedeli al Papa che discutono sul tema della povertà che divide l’ordine. L’inquisitore del Pontefice condanna in maniera sommaria il cellario ma, nel frattempo, Guglielmo giunge alla verità: l’ex bibliotecario, lasciato l’incarico per cecità, ha avvelenato le pagine del volume più pericoloso della biblioteca, dedicato al riso, il secondo libro della Poetica di Aristotele. I monaci, dunque, sono morti consultandolo o per mano di chi avrebbe voluto impossessarsene. Nel tentativo di impedire che l’ultimo esemplare potesse essere conosciuto, l’ex bibliotecario lo divora e lo brucia, riducendo così la biblioteca e l’abbazia in un ammasso di rovine. Il commento di Guglielmo sulla morte dell’ex bibliotecario serve a precisare il quadro ideologico dell’opera: il tema del riso è centrale, simbolo dell’indipendenza di giudizio. La fiducia nella capacità di comprendere non deve tuttavia inorgoglire poiché le facoltà dell’uomo sono limitate e, quindi, anche la conoscenza si perde nel mistero. Eco immagina che il narratore torni – a distanza di anni – sul luogo di questi avvenimenti, desolato e abbandonato, così come la biblioteca della quale non restano che pochi frammenti, unica base attraverso la quale ci si può appropriare del passato. Lo stesso tragico finale rimanda all’angoscia sottesa all’incertezza della condizione umana.

Perché acquistare questa edizione? Perché i disegni inediti dell’autore fanno parte integrante dell’opera: attraverso questi, infatti, l’autore ha letteralmente “visto” ciò che ha narrato. Chissà se Eco sarebbe stato d’accordo e se avrebbe voluto che anche il lettore potesse “vedere” il suo mondo. Ma chi lo conosce sa già la risposta.

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.