LetteraturaPrimo Piano“Il nome della rosa”: l’ambiguo rapporto tra mistero e conoscenza

Monica Di Martino3 Giugno 2020
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2020/06/efwegwegweg.jpg

Narratore, giornalista, saggista, professore, Umberto Eco si è occupato inizialmente di estetica medievale, per poi spostare l’attenzione alle tematiche relative il linguaggio. Il primo esempio di esercizio di scrittura letteraria – Diario minimo – appare nel 1963; a questo ne farà seguito un secondo, una raccolta di divagazioni ironiche su vari aspetti concernenti il rapporto tra letteratura e società.

Del 1980, invece, è Il nome della rosa, un’opera che coniuga procedimenti d’avanguardia a istanze tradizionali. La vicenda narra di un assassinio all’interno di un’abbazia del XIV secolo e della sua biblioteca. Nulla è lasciato al caso: una base rigorosamente documentata, ricca di citazioni di altri libri, e lungo la quale si disseminano indizi che lasciano emergere le contraddizioni del tardo Medioevo. Il romanzo appare come la traduzione di un manoscritto in cui il benedettino Adso di Melk racconta i fatti di cui fu testimone in una imprecisata abbazia dell’Italia settentrionale dove, come novizio, si recò al servizio del dotto Guglielmo di Baskerville. Giunto a destinazione, Guglielmo viene subito incaricato dall’abate di indagare sull’omicidio di cui è rimasto vittima il miniatore Adelmo. Guglielmo individua subito la biblioteca dell’abbazia come il centro misterioso della vita della comunità: la biblioteca infatti è costruita come un labirinto, i cui segreti sono conosciuti solo dal bibliotecario che li trasmette al successore. Le ricerche di Guglielmo si complicano con altre morti: di Venanzio, Berengario, del monaco erborista e del bibliotecario Malachia. Egli capisce che il mistero è legato a un libro, sottratto dalla biblioteca e poi scomparso, dedicato al tema del riso. La vicenda diviene ancora più intricata con l’arrivo dei francescani fedeli all’imperatore e di quelli fedeli al Papa, che discutono sul tema della povertà che divide l’ordine. L’inquisitore del Pontefice condanna in maniera sommaria il cellario ma, nel frattempo, Guglielmo giunge alla verità: l’ex bibliotecario, lasciato l’incarico per cecità, ha avvelenato le pagine del volume più pericoloso della biblioteca, dedicato al riso, il secondo libro della Poetica di Aristotele. I monaci, dunque, sono morti consultandolo o per mano di chi avrebbe voluto impossessarsene. Nel tentativo di impedire che l’ultimo esemplare potesse essere conosciuto, l’ex bibliotecario lo divora e lo brucia, riducendo così la biblioteca e l’abbazia in un ammasso di rovine.

Il commento di Guglielmo sulla morte dell’ex bibliotecario – funzionale a precisare il quadro ideologico dell’opera – insiste sul tema del riso, simbolo dell’indipendenza di giudizio. Tuttavia, la fiducia nella capacità di comprendere il reale non deve inorgoglire l’uomo, poiché le sue facoltà sono limitate e, quindi, anche la conoscenza finisce per perdersi nel mistero. Eco immagina che il narratore torni – a distanza di anni – sul luogo di questi avvenimenti, desolato e abbandonato, così come la biblioteca della quale non restano che pochi frammenti, unica base attraverso la quale ci si può appropriare del passato. Lo stesso tragico finale rimanda all’angoscia sottesa all’incertezza della condizione umana, cui è impossibile sfuggire.

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.