L’Italia, dal punto di vista linguistico, è notevolmente differenziata al suo interno: oltre all’italiano, lingua nazionale dal XVI secolo, si colora di numerose altre varietà linguistiche per le quali si adopera comunemente il termine dialetto. La parola dialetto deriva dal greco “diàlektos”, che significa colloquio, conversazione, lingua di un determinato popolo. Figli entrambi dei volgari italiani, l’italiano e il dialetto hanno viaggiato parallelamente per secoli fin quando una delle due lingue non ha conquistato la bocca e le orecchie di scrittori e poeti, artisti e scienziati, musicisti e parolieri. L’Italiano, modellato sulla base del dialetto toscano, inizia così la sua carriera di lingua nazionale; si legge sui giornali, si studia nelle scuole, si ascolta nei salotti aristocratici, ma non si parla mai, né a casa né per strada. In famiglia e tra amici si usa la parlata dialettale, quella intima, spontanea, schietta e nuda, quella che serve a chiarire le dinamiche quotidiane per non creare malintesi, che spiega come si lavano i panni, come si zappa la terra, che tempo farà domani, quella che racconta aneddoti e storie curiose attorno al fuoco. È la lingua delle cose intime, la lingua che sa di casa.
A partire però dall’unità d’ Italia, si accelera il processo di diffusione dell’italiano anche a livello di lingua parlata. E così il cerchio della varietà dialettale inizia ad accorciare il suo raggio d’azione, italianizzandosi sempre di più. Le parole dialettali cominciano a essere sostituite con termini italiani che, però, trascinano con loro la pronuncia locale e dialettale dei parlanti. Sono termini che, una volta sostituiti, rimangono nella memoria intima e familiare degli italiani come suoni intrisi di saggezza e storia. I linguisti hanno definito queste forme dialettali cadute in disuso come «forme del dialetto arcaico» (ad esempio il siciliano “vuccèri” o “carnezzèri” viene sostituito dall’italiano “macellaio”). Esempio questo, di quella che è la caratteristica prevalente delle lingue parlate ovvero la loro mutevolezza, l’evoluzione, il cambiamento.
Il pensiero comune è quello di considerare oggi il dialetto come una lingua destinata a parlarsi sempre di meno fino a scomparire; ma i linguisti smentiscono questo. La varietà linguistica dialettale, per quanto mutata e mutabile nel tempo, è conosciuta e adoperata ancora da buona parte della popolazione che alterna e mescola, nell’uso quotidiano, italiano e dialetto. La conservazione è maggiore in regioni come il Veneto e la Sicilia (e, in generale, al Sud piuttosto che al Nord).
Nonostante negli anni del dopoguerra sia aumentata l’italofonia, grazie al lavoro di italianizzazione delle scuole con rigide disposizioni di trasmissione della lingua italiana, negli anni ’70 l’insegnamento tradizionale dell’italiano è messo in discussione perché considerato non curante della condizione linguistica di partenza degli alunni. Di qui il ritorno a casa. Negli anni ’80 sono date indicazioni per il dialetto come strumento di insegnamento e apprendimento, ma anche come oggetto di studio interdisciplinare.
Allontanarsi dalle proprie radici per tornare a cercarle e proteggerle. È questo il percorso linguistico che l’Italia ha compiuto e sta compiendo tutt’ora. Un ritorno al “parla come mangi”, dunque, ovvero a come hai imparato a fare da piccolo o come sei abituato a fare, rimarcando l’impaccio nell’uso dell’italiano: una lingua imparata a scuola, distante, che ha poco di familiare e materno. Forse nell’era della tecnologia, della globalizzazione, dei grandi spostamenti e dell’uomo nello spazio abbiamo tutti il comune e disperato bisogno di tornare a casa.

Ludovica D'Erasmo
Fin da bambina coltiva la passione per la scrittura. I giochi di parole e le rime catturano la sua attenzione. Oggi studia Lettere moderne alla Sapienza e sulla scia di filosofi, scrittori e poeti realizza quello che, da sempre, è il suo grande sogno: scrivere un libro. Da tutto questo nasce "Rimasi". La sua scuola migliore, però, rimane il mondo campestre.