CinemaPrimo PianoTre volti della paura: al 19° TOHorror Film Fest presentati i documentari su Fulci, Bava e Soavi

Alessandro Amato Alessandro Amato27 Ottobre 2019
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A parte il tema dell’edizione, ovvero la medicina nera, il TOHorror Film Fest di Torino, giunto al diciannovesimo anno, ha confermato la sua eterna missione: raccontare il cinema fantastico e orrorifico in ogni sua forma e in ogni suo segreto. In particolare, lo ha fatto inserendo una nuova sezione dedicata ai documentari su autori, filoni o sottogeneri che prima venivano proposti in un più generico “Fuori concorso”, che è comunque rimasto. A cavallo delle due entità, si è mossa la selezione di tre film in particolare, mirati a raccontare le carriere di tre autori del cinema horror italiano, che rappresentano anche tre diverse generazioni. Lucio Fulci era del 1927 e aveva cominciato negli anni Cinquanta quando ancora non esisteva quel genere di cinema in Italia, facendo gavetta nell’ambito della commedia come aiuto regista e sceneggiatore. Lamberto Bava comincia invece alla fine degli anni Settanta come assistente del padre Mario, l’inventore del gotico nostrano. Mentre Michele Soavi riesce a conquistare la stima di Dario Argento ed esordisce con ottimi risultati nel decennio seguente.

In primis, Fulci for Fake di Simone Scafidi indaga l’identità multiforme e sfuggente del grande cineasta romano il quale avrebbe costruito il mito di sé già quando era in vita proprio come aveva fatto Orson Welles, autore di F for Fake (1974), dal quale evidentemente Scafidi prende spunto per il suggestivo titolo. Si tratta di un’interessante operazione di ricostruzione che svicola le regole del documentario tradizionale, perché si affida alla finzione di un attore che deve interpretare Fulci in un film biografico e quindi raccoglie informazioni da chi lo ha conosciuto, pur mantenendone perciò la struttura a interviste tipico di quella modalità rappresentativa. Ne nasce un film ibrido e un po’ scomposto, ma colmo di materiale fotografico e video inedito che altrimenti non avremmo potuto vedere. Dove Fulci for Fake non funziona completamente è forse proprio nelle parti in cui il divertito Nicola Nocella interviene nei colloqui con personalità come le figlie Antonella e Camilla Fulci, il critico Davide Pulici, i collaboratori storici Fabio Frizzi e Sergio Salvati e non solo.

In seguito, abbiamo visto Aquarius Visionarius di Claudio Lattanzi, che di Michele Soavi è stato aiuto regista in diverse occasioni e conosce perciò molto bene lui e la sua idea di cinema. Pare ci siano voluti cinque anni per convincere il regista milanese ad accettare che venisse fatto un documentario sulla sua carriera, per il semplice fatto che essendo ancora in vita non ne sentiva la necessità. Alla fine il progetto è andato in porto e Lattanzi ha ottenuto dall’amico non solo la massima disponibilità, ma persino un’eloquenza e una generosità di parole che non si sarebbe mai aspettato da una persona così riservata e schiva. Infatti, Soavi accompagna il ricco documentario con la cadenza delle musiche presenti nei suoi film, dettando i ritmi, i tempi di quella che sembra diventare presto un’autonarrazione. Così scopriamo che “Aquarius” doveva essere il titolo del suo primo film, quello che oggi conosciamo come Deliria (1987), oppure che Michele è nipote di Adriano Olivetti (sul quale peraltro ha girato un biopic televisivo con protagonista Luca Zingaretti) ed è cresciuto in una bella casa la cui cucina aveva l’accesso diretto a una catacomba sotterranea. Lattanzi dimostra grande passione per la materia e lucidità d’intenti, regalandoci una piccola perla.

In ultimo, è stata la volta di Bava Puzzle di Daniele Ceccarini e Paola Settimini, coppia attiva sempre unita dal 2016 che in questo caso è affiancata alla sceneggiatura da Francesco Tassara. Settimini, ideatrice del progetto, non è regista particolamente esperta ma giornalista e direttrice del La Spezia Film Festival, e non sembra avere un percorso preciso da dare alla narrazione che vada un po’ oltre la piatta elencazione delle pellicole. C’è qualche aneddoto interessante, naturalmente, ma è soprattutto il solito Pulici che, in quanto fondatore della mitica rivista Nocturno, riesce con la sua analisi solida e puntuale ad aprire il vaso di Pandora dell’immaginario di Bava, suggerendo come più dei contenuti fantastici e onirici del suo cinema a fare la differenza siano l’eleganza della messa in scena e il ritmo assolutamente moderno che l’autore dà al montaggio già nella sua testa. Altrove si ritengono discutibili gli interventi di una psicologa infantile, la quale evidentemente non sa nulla del cinema horror e di Lamberto Bava nello specifico. Mentre la resa tecnica del documentario fa persino riflettere sulla qualità delle nostre produzioni a confronto con quelle di budget equivalente che provengono da oltreoceano e sono visibili negli stessi spazi festivalieri. A ogni modo, continua a essere necessario realizzare opere sulla carriera di grandi maestri del genere non solo per gli appassionati ma anche per creare un ponte con i presenti autori e futuri registi.

Alessandro Amato

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E". e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.