LetteraturaPrimo PianoTra incubi e visioni: Thomas de Quincey e la sua dipendenza da oppio

Lucia Cambria Lucia Cambria19 Aprile 2021
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Nel 1821 venne pubblicato un resoconto autobiografico sugli effetti della dipendenza da laudano: Confessions of an English Opium-Eater (Le confessioni di un mangiatore d’oppio), l’opera più celebre di Thomas De Quincey. Pubblicato prima in anonimo sul London Magazine, comparve poi come libro nel 1822. Nell’opera sono ravvisabili divagazioni e introspezioni, oltre a informazioni autobiografiche dell’autore, dalla sua fanciullezza all’età adulta. La narrazione pone al centro l’assoluto protagonismo dell’oppio e della sua influenza sulla vita dello scrittore, reso via via sempre più schiavo di quel consumo.

Rimasto orfano da piccolo, De Quincey (1785-1859) fu mandato dai tutori presso la Grammar School di Manchester, dalla quale fuggì nel 1802. Per mesi visse come un vagabondo tra il Galles e Londra, dove soffrì la miseria e la fame. La sua dipendenza da oppio iniziò nel 1804, quando era studente a Oxford. La sua assunzione iniziò dapprima come un rimedio ai dolori nevralgici, ma poi divenne dipendenza. La sua vita sarà tutta rivolta allo sforzo di ridurre le dosi di oppio assunte e proprio l’opera che narra di questa schiavitù lo renderà improvvisamente celebre.

A parte il romanzo Klosterheim (1832) e The Logic of Political Economy (1844), le opere di De Quincey videro tutte la luce nei periodici, mostrando i caratteri tipici del saggio romantico: riferimenti personali, citazioni erudite, spiccato interesse verso le curiosità e le stranezze. In questo senso, egli fu anticipatore dell’opera di Edgar Allan Poe e del decadentismo di fine Ottocento.

L’opera Le confessioni di un mangiatore d’oppio era originariamente organizzata in due sezioni: la prima parte, che inizia con una nota “Al lettore” riguardo i suoi intenti di presentare una sorta di resoconto della propria vita, è dedicata a delle confessioni “preliminari” concernenti l’infanzia e la giovinezza. La seconda parte è invece suddivisa in varie sezioni: un’introduzione; The Pleasures of Opium (I piaceri dell’oppio), riguardo la prima fase dell’esperienza dello scrittore con la droga (dal 1804 al 1812); Introductions to the Pains of Opium (Introduzione ai dolori dell’oppio), dalla giovinezza alla maturità; The Pains of Opium (I dolori dell’oppio), che documenta gli effetti fisici dell’oppio sullo scrittore: insonnia, incubi, visioni.

Le comprensibili critiche mosse all’opera furono incentrate sul fatto che l’autore avesse parlato troppo dei piaceri legati al consumo di sostanze stupefacenti, piuttosto che dei lati negativi connessi inevitabilmente con una dipendenza (The Pains of Opium è però molto più lungo di The Pleasures of Opium). Il fascino letterario dell’opera, caratterizzata da un linguaggio estremamente evocativo, risiede nel fatto che quando cerca di trasmettere gli oscuri abissi nei quali il consumo di oppio trascina chi ne è schiavo, il linguaggio di De Quincey appare come intenzionato a catapultare il lettore fisicamente all’interno delle esperienze immaginifiche legate all’uso della sostanza:

 

«Il senso dello spazio, e alla fine, del tempo, furono entrambi gravemente colpiti. Edifici, paesaggi, ecc, si mostravano in proporzioni più grandi di quel che l’occhio umano sia atto a ricevere. Lo spazio si allargava, cresceva fino a raggiungere un’estensione indicibilmente infinita. Ma questo non mi disturbava quanto la vasta estensione del tempo: talvolta mi sembrava di essere vissuto settanta o cento anni in una notte: anzi, certe volte avevo l’impressione che in quel tempo fosse passato un millennio, o comunque una durata molto al di là dell’esperienza umana»

 

Molti scrittori iniziarono a fare uso di oppio seguendo De Quincey come esempio letterario, più che come modello di vita. Quasi che questa esperienza fosse fondamentale per la creazione artistica, volgendo l’attenzione verso il mondo onirico indotto dal consumo di sostanze stupefacenti. Decisiva, per questa tendenza, fu anche la traduzione e l’adattamento fatto nel 1860 da Charles Baudelaire per la scrittura della sua opera Les Paradis artificiels. Il libro, infatti, contiene una prima parte dedicata all’hashish (del quale illustra gli effetti farmacologici e psicologici, evocando racconti di Poe), mentre la seconda parte è proprio una recensione di Confessions of an English Opium-Eater.

 I “paradisi artificiali” sono giunti a indicare qualsiasi droga che riesca a stimolare l’attività poetica e la creazione artistica, comprendente l’invenzione di nuove immagini mentali: l’essenza della sregolata vita dei poeti maledetti.

Lucia Cambria

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in lingue, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi. Appassionata di lettura di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali.