ArtePrimo PianoTormento d’amore e insegnamenti morali nei disegni di Michelangelo per Tommaso de’ Cavalieri

Giulia Spagnuolo Giulia Spagnuolo2 Dicembre 2019
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2019/11/eafefefefw-1280x698.jpg

Quando si parla di Michelangelo Buonarroti si pensa subito alla sua scultura, che lo ha innalzato tra i grandi Maestri del XVI secolo, e alla sua pittura, nei confronti della quale – nonostante i capolavori di indubbia grandezza – egli mantenne sempre un atteggiamento conflittuale, dovuto al riconoscimento dell’inferiorità di tale arte rispetto a quella «che si fa per forza di levare». Anche le opere architettoniche progettate ed eseguite dal Buonarroti hanno contribuito a fissare l’artista ab aeterno nella memoria dei posteri, ma quasi mai ci si sofferma sul corpus grafico del Maestro toscano.

Tra i tanti disegni realizzati da Michelangelo, molti dei quali costituiscono bozze preparatorie delle sue opere pittoriche e scultoree più famose, spiccano i cosiddetti “fogli d’omaggio” o presentation drawings, come la critica li ha definiti. Essi fungevano, stando alle parole del Vasari, da veri e propri exempla che il Buonarroti inviava ad amici e colleghi artisti affinché venissero ricopiati, cosa che spiega la grande quantità di copie e il limitato numero di originali.

Tra questi, meritano sicuramente un discorso a parte i disegni per Tommaso de’ Cavalieri. Gentiluomo romano di vasta cultura e grande bellezza, il Cavalieri intrattenne con Michelangelo un intenso rapporto intellettuale e passionale, confermato dal fitto carteggio che i due si scambiarono nei primi anni Trenta del Cinquecento. A differenza di altri fogli d’omaggio lasciati parzialmente incompiuti, quelli destinati al ragazzo romano appaiono completi sotto ogni punto di vista. Raggiungono infatti un grado altissimo di virtuosismo grafico e, allo stesso tempo, sono portatori di una vera e propria dichiarazione d’amore dell’artista nei confronti dell’amico di quarant’anni più giovane.

Dei fogli che il Maestro mandò a Tommaso per insegnargli a disegnare, tre sono quelli che sprigionano il coinvolgimento emotivo più forte e che, considerati insieme, compongono un’elegia affettiva di passione e di morte: quella dell’ormai anziano Michelangelo costretto a rinunciare al suo amato sul proprio capezzale, ma anche quella il cui spettro è parte integrante dell’essere umano e, soprattutto, dell’essere umano quando ama.

Ratto di Ganimede, foglio degli Uffizi

Il primo disegno è il Ratto di Ganimede, tratto dall’omonimo mito greco. Esso è rappresentazione non solo del diffuso allegorismo neoplatonico riguardo l’ascesa dell’anima all’ordine superiore delle cose, ma anche e soprattutto dell’avvenenza del Cavalieri, che aveva rapito Michelangelo così come Zeus trasformatosi in aquila aveva fatto con il bel pastore. Esistono diverse versioni dell’opera, non tutte accettate come autografe, ma il vero presentation drawing è stato riconosciuto nel foglio di Cambridge dove – a differenza ad esempio del foglio degli Uffizi in cui il giovinetto rapito si ribella strenuamente agli artigli del rapace – la presa dell’aquila diventa una sorta di confidente abbraccio in cui anche lo stesso Ganimede si abbandona, quasi affondando tra le ali e la testa del gigantesco uccello. Il viluppo dei corpi è indissolubile, possente nelle muscolature accentuate dalla torsione e insieme erotico, e l’espressione del ragazzo è quella di chi, sedotto, accetta non senza godimento il gioco della conquista.

Ratto di Ganimede, foglio di Cambridge, 1532 ca.

Il secondo foglio, attualmente conservato nella Royal Collection di Windsor, rappresenta la Punizione di Tizio. Anche in questo caso, la fonte è la mitologia greca, che ci narra dell’atroce condanna inferta al gigante che aveva tentato di insidiare la sposa di Zeus, costretto a giacere nel Tartaro legato ad una roccia mentre un rapace gli divora il fegato che si rigenera di continuo. Se nel mito originario si parla di due avvoltoi che attaccano il condannato, Michelangelo invece si discosta dalla fonte (non sappiamo quanto consapevolmente) e nel rappresentare un solo uccello, riconoscibile come un’aquila per giunta, desidera chiaramente riprendere il discorso allegorico già intrapreso con il Ratto di Ganimede, tanto più se consideriamo che il Vasari, nel descrivere l’opera, parla del cuore divorato, anziché del fegato. Il richiamo voluto tra i due fogli d’omaggio costruisce così una stretta dicotomia tra le immagini di Ganimede e di Tizio, intessute di corrispondenze e di opposti: l’aquila inviata da Zeus, all’uno si accosta al cuore nel rapimento amoroso, all’altro quello stesso cuore invece lo strappa crudelmente dal petto, nella punizione eterna; nel primo disegno il giovane Ganimede, oggetto d’amore, ascende al cielo, mentre nel secondo Tizio, il titano che troppo aveva osato, è relegato nelle profondità sotterranee del Tartaro senza speranza di redenzione.

Punizione di Tizio, foglio della Royal Collection di Windsor, 1532

Questi contrasti racchiudono un contenuto allegorico che rimanda alle due facce opposte dell’amore – quello gioioso e quello sofferente – e ad una proiezione del rapporto stesso tra Michelangelo e il Cavalieri: il giovane romano incarna Ganimede, il bellissimo e amabile pastore premiato con la devozione di Zeus e innalzato nell’Olimpo, mentre l’artista toscano si ritrova nei tratti cupi del dolore di Tizio, col cuore dilaniato, la cui storia è metafora dei tormenti dell’insana passione amorosa. Non più dolce costrizione, ma sofferenza paralizzante.

Caduta di Fetonte, foglio della Royal Collection di Windsor, 1533

Il terzo ed ultimo foglio d’omaggio che prosegue e in un certo senso chiude la parabola affettiva destinata dal Buonarroti all’amico Tommaso è quello raffigurante la Caduta di Fetonte, la cui composizione in realtà passò attraverso più studi preparatori prima di giungere al presentation drawing definitivo. Il mito del figlio di Apollo e della sua hybris, punita da Zeus per averlo portato a perdere il controllo del carro del Sole del padre, diviene qui monito per Michelangelo. Egli, consapevole, sembra voler dire al giovane che quando la folgore divina si abbatterà sulla propria eccessiva ambizione, saprà di avere sempre un amico fedele al suo fianco, pronto a ricordarlo oltre la morte. Nella parte bassa del disegno, infatti, sofferente in primo piano assieme alle sorelle Eliadi che piangendo si tramuteranno in pioppi, appare un cigno, che rinvia ad un altro mito, quello di Cycnus, amico ed amante di Fetonte, che dopo la caduta del giovane si tuffò nel fiume Eridano a cercarne disperatamente il corpo e che gli dei impietositi, infine, tramutarono nel candido uccello acquatico.

L’intimo rapporto tra i due uomini, ancora una volta, è ribadito dall’introduzione nel disegno di particolari significativi, sottili e metaforici, non sempre afferrabili ad un primo sguardo. È la complicità del discorso amoroso, proferito sottovoce nei dettagli.

Giulia Spagnuolo

Giulia Spagnuolo

Ho capito che io e l’arte avremmo fatto grandi cose insieme già quando, quattrenne, iniziai a disegnare sui muri di casa. Oggi, dopo ventitré anni, sono storica dell’arte e curatrice in fieri, interessata a raccontare ogni storia dalla parte degli artisti, per capire quello che c’è dietro, prima e oltre le singole opere. Ho anche smesso di dipingere pareti. Per ora.