ArtePrimo PianoTime out of joint: è ora di andare alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna

Giulia Pini Giulia Pini9 Ottobre 2019
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Di tutti i musei, gli spazi archeologici e le meraviglie che Roma ha da offrire, la Galleria Nazionale di Arte Moderna è quella maggiormente sottovalutata dal turismo di massa. Chiunque abbia anche la più piccola esperienza a contatto con l’enorme quantità di persone che arriva ogni giorno nella capitale sa bene che le mete artistiche per cui hanno fatto così tanta strada sono fondamentalmente i Musei Vaticani con la Basilica di San Pietro, l’area archeologica del Colosseo e dei Fori, il Pantheon e la Fontana di Trevi.

Eppure, Roma accoglie una delle Gallerie d’arte Moderna più belle d’Italia e, probabilmente, di tutta Europa. Gli amanti dell’arte moderna e contemporanea non devono farsi scoraggiare dalla vista dell’esterno, decisamente classicheggiante (l’edificio nasce da un progetto di Cesare Bazzani del 1911, in occasione dell’Esposizione Universale tenutasi a Roma nel cinquantennale dell’Unità d’Italia), appena entrati l’ambiente sembrerà totalmente diverso.

L’esposizione attuale è una delle più criticate, nel bene e nel male, degli ultimi anni: si intitola Time out of joint, e cita qui un verso dell’Amleto shakespeariano (atto I scena V) in cui il protagonista, a seguito della richiesta del padre di far luce sulla sua morte, riflette: «Il tempo è fuor di squadra. Che maledetta noia, essere nato per rimetterlo in sesto!».

Il concetto di tempo fuori squadra (negli articoli a riguardo spesso viene usato il termine sconnesso ma la traduzione di Montale rimane tuttora la migliore) è la guida più utile nella fruizione dell’esposizione: opere di momenti storici molto diversi convivono, spesso legate da motivi puramente estetici o cromatici, nelle stesse sale che a volte sembrano semplicemente prive di un tema che le caratterizzi.

Per i molti detrattori di questo particolare allestimento (curato da Cristiana Collu) esso è uno dei punti deboli della galleria, che sembra immersa in una confusione cronologica così grande da lasciare interdetti.

Eppure è impossibile non rimanere stupefatti di fronte alla maestosità di Ercole e Lica di Canova che si specchia in 32 mq di mare circa, e non solo per la bellezza della singola opera ma perché – pur non essendo esperti di arte – l’insieme delle due opere funziona, ci permette di provare un’emozione a cui difficilmente riusciremmo a dare un nome e che non abbiamo spesso l’occasione di provare nella vita quotidiana.

Indubbiamente l’esposizione per come è concepita non è un’esperienza didattica, non insegna in progressione cronologica lo sviluppo della storia dell’arte, ma è questo il vero scopo di un’esposizione? Perché da una mostra d’arte ci si aspetta che per forza insegni la storia dell’arte?

Come chiunque può andare a vedere l’Aida all’Arena di Verona ma non per questo a fine serata uscirà conoscendo Verdi, così dovrebbe essere vissuta l’esperienza di visitare un museo d’arte o un’esposizione: li si visita per esperire, non per imparare per forza qualcosa.

Così, quando si entra nella sala di 32 mq di mare circa di Pascali, del 1967, le opere qui contenute vi si specchiano, cosa che è possibile apprezzare mentre si gira intorno a questa bellissima istallazione: 30 vasche di alluminio zincato riempite di acqua colorata all’anilina. Intorno ad essa, Ercole e Lica di Canova del 1815, i muscoli dell’eroe tesi al massimo, pronto a scagliare in mare il povero Lica, che tenta di aggrapparsi a qualcosa, invano. A fare da scenografia alla classica scena di Canova c’è Spoglia d’oro su spine di acacia di Giuseppe Penone, opera del 2002 in cui una serie infinita di spine compongono l’impronta delle labbra dell’artista. Sul lato opposto si specchiano da un lato International Klein Blue 199, firmato da Yves Klein nel 1958, in cui un’unica uniforme stesura di un colore creato dallo stesso artista, l’IKB, occupa tutto lo spazio della tela e dall’altro l’opera Monument for V. Tatlin di Dan Flavin, del 1964, la quale – esattamente come quella di Tatlin cui è dedicata (il monumento alla terza internazionale, precisamente) – è fatta di materiali freddi e concreti, ma allo stesso tempo illuminata grazie a una serie di luci al neon che rimandano a una dimensione di utopico idealismo.

Sono opere che difficilmente, in un’esposizione tradizionale, avrebbero avuto la possibilità di interagire eppure in questo edificio classicheggiante, immerso nella città eterna, lo fanno: il risultato è stupefacente.

Non è forse questo lo scopo dell’arte? Creando una serie tutta uguale di esposizioni cronologicamente coerenti, facilmente comprensibili, non si svilisce forse il senso stesso dell’esperienza artistica? Un quadro, una scultura, un’istallazione, non dovrebbe innanzitutto obbligarci a riflettere sul messaggio dell’artista? Forse è il dubbio, il continuo mettere in discussione quello che vediamo, lo sforzo di capire quale messaggio ci sta mandando un artista, il vero insegnamento dell’esperienza artistica moderna.

Giulia Pini

Giulia Pini

Nata a Roma, studia Storia dell'Arte e Archeologia. Amante dei viaggi, dei pennelli - che prima o poi imparerà ad usare - e dei libri. Particolarmente interessata a momenti di passaggio e arti minori.