LetteraturaPrimo PianoThomas Love Peacock: l’amicizia edificatrice con Percy Bysshe Shelley

Lucia Cambria5 Luglio 2021
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Thomas Love Peacock (1785-1866) incontrò il poeta romantico Percy Bysshe Shelley nel 1812. I due divennero talmente tanto amici che Shelley nominò Thomas esecutore delle sue volontà testamentarie. Peacock trascorse molti mesi con i coniugi Shelley a Great Marlow nel 1817: i dialoghi che scaturirono da questa frequentazione sono all’origine di molte sue opere, come ad esempio The Four Ages of Poetry, del 1820.

Peacock rimase orfano di padre da piccolo e presto lasciò la scuola, studiando però da autodidatta. Nel 1800 divenne addetto presso la Ludlow Fraser Company, la compagnia di mercanti di Londra. La sua attività letteraria e saggistica trovò comunque spazio: contribuì a «The Juvenile Magazine», una rivista dedicata alla letteratura giovanile. Era assiduo frequentatore della sala lettura del British Museum, presso la quale si dedicò allo studio delle letterature greca, latina, francese e italiana. Nel 1804 e nel 1806 pubblicò due volumi di poesie.

Nel 1806 lasciò il lavoro per dedicarsi a un tour della Scozia in solitaria: queste circostanze gli fecero sperperare tutti gli averi che il padre defunto gli aveva lasciato. La vita contemplativa e dedicata alla poesia era tutto ciò che che desiderava: «Scrivere poesia o fare qualcos’altro di razionale, in questo inferno galleggiante, è qualcosa di molto vicino all’impossibilità morale. Darei il mondo intero per stare a casa e dedicare tutto l’inverno alla composizione di una commedia».

Nel gennaio 1810 si stabilì, sebbene temporaneamente, a Maentwrog in Merionethshire, in Galles, dove conobbe Jane Gryffydh, che sarebbe divenuta sua moglie dieci anni dopo. Nel 1812, anno in cui conobbe Shelley, compose la poesia The Philosophy of Melancholy. Dopo la separazione di Percy Shelley da Harriet, la prima moglie, Peacock divenne visitatore abituale dell’amico e di Mary Godwin (poi nota come Mary Shelley). I due influenzarono l’uno le opere dell’altro, ma se c’è una produzione “letteraria” che va presa in considerazione, visto questo rapporto che si svilupperà anche dopo la partenza di Shelley, sono le lettere che questi scriveva a Peacock.

Shelley ammirava la poetica di Peacock, nonostante le evidenti differenze stilistiche tra i due. Dopo la morte del giovane poeta, annegato l’8 luglio 1822 nella baia antistante Lerici, Thomas iniziò immediatamente ad assistere la vedova Mary nell’ottenere un supporto economico dal suocero, che aveva da sempre disapprovato il modo di vivere del figlio. Riuscì a far giungere tra i due un accordo.

Nel 1858, a seguito della pubblicazione di alcune opere circa la vita di Shelley – che egli riteneva assolutamente non valide – iniziò a scrivere le Memoirs of Percy Bysshe Shelley, completate poi da Thomas Jefferson Hogg. I racconti biografici sul poeta romantico sono considerati i più oggettivi dalla maggior parte dei critici.  Ma passando alla produzione poetica di Peacock, è utile servirsi di una poesia, To a Young Lady, Netting (A una giovane donna che ricama) per mostrarne le abilità liriche. Questa poesia riesce a manifestare tutta la sensibilità del poeta, di certo influenzata dalle letture filosofiche fatte nel corso degli anni. Questi versi hanno a che fare con l’inevitabile trascorrere del tempo:

 

«Mentre quelle seducenti mani mescolano tra loro,
con ineguagliabile grazia, il filo di seta,
esse ondeggiano anche, in maniera gentile,
quelle reti più forti che legano il cuore.

Ma presto tutte le cose della terra periscono:
quella rete nel tempo si sciuperà:
anche la bellezza della seta s’armonizza lieta
nessuna presa duratura può esserci:

Ma Bellezza, Virtù e Ragione combinate insieme
(e tutti questi incanti sono in te congiunti)
possono lanciare quella rete sulla mente,
nessuna arte umana potrà mai slegare.
nessun umano potere potrà rompere»

 

L’ultima strofa è la risposta che si dà a un fatto naturale e insormontabile: la fuggevolezza e la sua amarezza vengono superate dalla convinzione che i pregi elencati possono velare la “bruttezza” della realtà. Esse sono qualità quasi sovrannaturali, sarebbe il caso di definirle “divine”, perché non risentono della mano dell’uomo, ma proseguono senza ostacoli la loro opera.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley. Appassionata di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali, è vicepresidente e tra i soci fondatori dell’associazione "La Voce Wagneriana", volta a favorire la conoscenza e la divulgazione delle fonti storiche e letterarie riguardanti il compositore tedesco Richard Wagner.