LetteraturaPrimo Piano“The Witch”: una poesia di Mary Elizabeth Coleridge

Lucia Cambria18 Aprile 2022
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2021/07/hhh-1.jpg

Il cognome di Mary Elizabeth Coleridge (1861-1907) porta subito alla mente Samuel Taylor Coleridge, suo ben più famoso avo: Mary Elizabeth era, infatti, la sua pronipote. La vena poetica sembra allora aver attraversato nella famiglia Coleridge tutto il XIX secolo per giungere così alla penna di questa scrittrice che in vita fu più celebre come romanziera e saggista. Per ovvi motivi, crebbe in un ambiente particolarmente pregno dal punto di vista artistico: viveva in una casa assiduamente frequentata da Alfred Lord Tennyson, John Ruskin e Robert Browning, tutti amici di famiglia.

Iniziò a scrivere a tredici anni, trattando sin dalla tenera età temi particolarmente pesanti, come la morte, difficili da immaginare per una ragazzina. Già a diciannove anni conosceva il tedesco, il francese, l’italiano e l’ebraico. Ha sempre vissuto con i suoi genitori e non si è mai sposata. Era nota per la sua timidezza e per la sua spiccata fantasia. La sua poesia fu caratterizzata da un perenne senso di perdita.

Nello spazio di tredici anni pubblicò cinque romanzi e per quasi trent’anni si dedico alla scrittura e alla pubblicazione di “short stories” e saggi critici. Oltre all’attività letteraria, Mary Elizabeth Coleridge insegnò grammatica e letteratura alle giovani donne, prima privatamente e poi al Working Women’s College, perché fermamente aderente al dovere cristiano di prestare aiuto agli indigenti.

Nel 1893 scrisse la poesia The Witch (La strega). Questo componimento, composto di tre stanze, narra la storia del peregrinare di una donna – la quale è considerata la strega – verso la casa di un uomo la cui vita cambia del tutto una volta che la lascia entrare. La voce narrante è quella della donna che racconta le difficoltà che ha dovuto superare in quel duro viaggio e adesso si ritrova a dover mendicare alla porta di una casa sconosciuta. Si descrive come una «little maiden» («piccola fanciulla»), coi piedi pieni di piaghe, sicuramente a causa del lungo viaggio in luoghi non specificati. L’ultima stanza cambia invece l’io poetico: non è più la “strega”, ma l’uomo che vive nella casa. Ha lasciato che la donna entrasse nella sua dimora e racconta che da quel momento la fiamma del suo focolare è scomparsa.

 

«Ho camminato a lungo sulla neve
E non sono né alta né forte.
I miei abiti sono bagnati, i miei denti stretti,
Il cammino è stato arduo e lungo.
Ho vagato sulla terra senza frutto,
Ma non sono mai stata qui
Oh, raccoglietemi qui sulla soglia e lasciatemi entrare!»

 

Il vagare ininterrottamente per la terra ricorda molto la celebre figura dell’Ebreo Errante, l’uomo che – dopo aver schernito Gesù – viene condannato a errare per l’eternità. Questa leggendaria figura venne tra l’altro utilizzata anche da Samuel Taylor Coleridge per la sua Ballata dell’antico marinaio, dove il marinaio narra al suo interlocutore la maledizione che l’ha costretto all’immortalità.

 

«Il tagliente vento è un crudele nemico.
Non oso rimanere nella tempesta.
Le mie mani sono pietra, la mia voce un gemito
E il peggio della morte è trascorso.
Sono solo una piccola fanciulla,
I miei piccoli piedi sono pieni di piaghe.
Oh, raccoglietemi qui sulla soglia e lasciatemi entrare!»

 

Il tema della morte, che – come detto – era molto caro all’autrice, è qui sviluppato con dei dettagli che ne rappresentano le cause, ma anche il volto peggiore. La morte è infatti la parte meno angosciante, ciò che incute terrore è il soffrire prima di giungervi.

 

«La sua voce era la voce che hanno le donne
Che supplicano per un desiderio del loro cuore.
Lei venne – lei venne – e la fiamma tremolante
Calò e morì nel fuoco.
Non ci fu mai più una luce nel mio focolare
Sin da quando mi affrettai
Per raccoglierla sulla soglia e lasciarla entrare»

 

Quest’ultima stanza fa comprendere come la poesia si muova su due diversi piani temporali: le prime due parti sono ciò che è avvenuto prima, nella prospettiva – al presente – della donna; l’ultima parte è invece ciò che adesso l’uomo ha da dirci in merito a questo episodio, collocandolo nel suo passato. L’elemento che rende interessante questa poesia è l’indeterminatezza: qualcosa ha provocato un cambiamento nella vita dell’uomo una volta che la donna è entrata nella sua casa. Nella poesia non viene mai fatta allusione a particolari che possano ricondurre alla presunta stregoneria della donna: ella è anzi descritta con particolari innocui. Cosa ha quindi spento la fiamma di quel focolare? La casa, col suo focolare, potrebbero essere una metafora del cuore dell’uomo: la donna è riuscita a prendere possesso di quell’uomo e del suo cuore in maniera quasi sinistra.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.