LetteraturaPrimo Piano“The Oxen” di Thomas Hardy: il Natale come riscoperta

Lucia Cambria21 Dicembre 2020
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Secondo un’antica credenza, la sera della Vigilia di Natale, allo scoccare della mezzanotte, gli animali nelle loro stalle si inchinano in segno di riverenza per la nascita di Gesù Bambino. Il 24 dicembre del 1915 sul Times apparve una poesia di Thomas Hardy collegata proprio a questo fatto: The Oxen (I buoi). Questa credenza si era radicata nella coscienza dello scrittore e questi continuava infatti a custodirla, sebbene si dichiarasse da tempo ateo.

La prima strofa della poesia inizia con un’indicazione temporale ben precisa e con una frase virgolettata che riassume il tramandare di questa credenza nella maniera più tradizionale possibile, ovvero attorno a un focolare, ascoltando il più vecchio della comunità:

 

Vigilia di Natale, mezzanotte.
“Ora si sono inginocchiati,”
Disse un anziano mentre ci sedevamo in gruppo
Presso le braci del focolare

 

Solo questo bastava a instillare in quelle giovani menti un credo ben consolidato, qualcosa di impossibile da negare e che non necessitava quindi di essere provato:

 

Ci immaginavano quelle docili e miti creature
Che giacevano nel loro recinto cosparso di paglia,
Non accadeva a nessuno di noi lì
Di dubitare che si fossero inginocchiati

 

Hardy si rivolge adesso al tempo presente, un tempo in cui ormai nessuno più si lascia ammaliare da simili cose. La razionalità ha fatto irruzione nelle vite degli uomini, facendo loro perdere quella genuinità che li aveva caratterizzati. Gli occhi vogliono vedere e testimoniare:

 

Una tale fantasia in pochi la tesserebbero
In questi anni! Eppure, io sento,
Che se qualcuno la Vigilia di Natale dicesse,
“Vieni a vedere i buoi inginocchiarsi,

nella stalla solitaria a valle
Che da bambini ci era familiare”,
Io andrei con lui nelle tenebre,
Con la speranza che ciò fosse vero

 

Si instaura alla fine della poesia una sorta di conflitto interiore nel poeta: la parte razionale riconosce la non veridicità di un fatto del genere ma, al contempo, nel fondo del proprio cuore, resta accesa la fiamma di radicate tradizioni, che hanno accompagnato non solo l’infanzia di Hardy, ma anche l’umanità intera per secoli. Il poeta, adesso, da vecchio, conosce la verità, ma permane in egli il desiderio di tornare a uno stato di innocenza. Hardy aveva perso la propria credenza religiosa da giovane, ma era rimasto – per dirla con le sue parole – «churchy», ovvero profondamente legato alla Chiesa, alla liturgia e sicuramente anche a una ricerca mai interrotta del divino. Il significato che giace nella poesia è anche certamente connesso a questa continua ricerca di un prodigio in mezzo all’oscurità del suo essere razionale.

Non solo: la poesia venne scritta nel 1915, nel pieno della Prima Guerra Mondiale; in un periodo così buio, è il ricco substrato di usi, costumi e tradizioni a dare conforto alle persone, che in questo modo si sentono ancora parte di qualcosa di stabile e di ben consolidato nel tempo. In un periodo come quello che stiamo vivendo, che molto spesso è stato paragonato all’epoca della guerra, non ci resta che fare come Thomas Hardy: percorrere questa oscurità per ritrovare quello che ci resta di certo e familiare.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley. Appassionata di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali, è vicepresidente e tra i soci fondatori dell’associazione "La Voce Wagneriana", volta a favorire la conoscenza e la divulgazione delle fonti storiche e letterarie riguardanti il compositore tedesco Richard Wagner.