«L’epidemia è a Londra; l’aria d’Inghilterra è contaminata, i suoi figli e figlie cospargono la terra malsana. E adesso, il mare, prima nostra difesa, è divenuto il confine della nostra prigione». No, non si tratta di una cronaca odierna anche se, alla luce dei fatti che ci stanno circondando, sembra uscire fuori dai discorsi di questi giorni.
In questo periodo è stato spesso citato Manzoni, il quale, ne I promessi sposi, ai capitoli XXXI e XXXII, ha mirabilmente descritto una Milano dilaniata dalla peste, con incredibili analogie coi tempi che stiamo vivendo.
E come Manzoni, anche l’autrice dell’opera che stiamo per trattare afferma di avere ritrovato questa storia e di aver deciso di riscriverla: racconta di aver scoperto degli scritti della Sibilla Cumana nella grotta della Sibilla vicino a Napoli.
Il romanzo, intitolato The Last Man, venne scritto un anno prima dell’opera manzoniana, nel 1826, dall’autrice di Frankenstein (1818). Lo scenario dipinto da Mary Shelley è un mondo minacciato da una pestilenza che sta gradualmente falciando la popolazione mondiale; siamo alla fine del XXI secolo, più precisamente nel 2100. L’“ultimo uomo”, protagonista della storia, è Lionel Verney, l’unico sopravvissuto alla pandemia: la malattia nel romanzo resta misteriosa, non si sa né come sia stata originata, né come curarla.
Tutto il mondo è messo alla prova da una sfida contro un nemico sconosciuto che devasta non soltanto le vite umane, ma anche i sistemi economici, politici e sociali. Come il Coronavirus, anche la pandemia del romanzo si propaga attraverso le particelle che viaggiano nell’aria e il contagio avviene tramite il contatto con i malati. Quando il virus giunge anche in Inghilterra, luogo di ambientazione della storia, le poche persone ancora rimaste abbandonano il Paese alla ricerca di un clima più favorevole, pratica parecchio diffusa nel XIX secolo da coloro che soffrivano di malattie respiratorie.
Anche il protagonista fugge, assieme ad altre tre persone, e giunge in Svizzera, poi a Milano e a Como; dopo che una della compagnia muore di tifo, quelli che restano cercano di navigare fino in Grecia, ma una tempesta provoca la morte di altri due: Lionel si ritrova il solo essere umano sulla terra.
Mary Shelley terminò di scrivere The Last Man quando aveva 28 anni e si trovava nel momento più difficile della sua vita; era ancora in lutto per la perdita del marito, morto annegato nel 1822, e di tre dei suoi figli: la prima figlia era nata prematura ed era morta dopo appena due settimane, la seconda morì di febbre e un altro di malaria.
La scrittura di questo romanzo fu per lei quindi un tentativo di riconciliarsi con la vita senza perdere la fiducia nell’umanità. Vedere andarsene tutti i più cari attorno a sé, deve aver dato a Mary la sensazione di essere un’“ultima donna”: ciò è reso evidente dal modo in cui percepiva la propria esistenza, una vera e propria alienazione dal mondo. Nel suo Journal scriverà infatti:
«Sento che tutto è per me morto, a parte la possibilità di assistere alle albe che illuminano la tomba di tutto quello che amo»
Mary sentiva di essere in un certo senso già morta: era sì l’ultima donna rimasta, ma non più viva per l’assenza di ciò che poteva donare un senso alla sua vita. Il suo romanzo fu una risposta alla sua domanda esistenziale, perché The Last Man, alla fine, suggerisce che tutti i disastri – sia individuali che collettivi – possono essere affrontati e superati: la responsabilità è dell’essere umano.
Dopo che Verney rimane l’unico sopravvissuto, giunge a Roma, sale sulla cupola della Basilica di San Pietro e su una pietra incide il numero “2100”, l’ultimo anno dell’umanità:
«L’inverno è tornato; e i giardini di Roma hanno perso le foglie […] – il gelo ha arrestato le fontane zampillanti – e Trevi ha fermato la sua eterna musica. […] In quel giorno salii su San Pietro e incisi sulla pietra più alta 2100, l’ultimo anno del mondo!»
Verney continua ad avere la speranza che qualche altro sopravvissuto sia rimasto da qualche parte nel pianeta e infatti inizia un viaggio per cercarlo. Porta con sé le opere di Omero e Shakespeare come eredità dell’umanità che è stata e che deve continuare ad essere grazie a ciò che alla fine realizza: deve continuare a sostenere il genere umano perché è ciò di cui, nonostante tutto, fa ancora parte.

Lucia Cambria
Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.