Stardust Memories (1980) è, a oggi, il film probabilmente più controverso di Woody Allen. Idolatrato o bistrattato, ha diviso pubblico e critica sin dalla sua uscita. Quello che a molti fan non era piaciuto era il tono della pellicola, molto più cupo rispetto a quello brillante delle commedie a cui Allen li aveva abituati durante gli anni Settanta. Eppure già con Interiors (1978) e Manhattan (1979) il cineasta americano aveva intrapreso un discorso di tipo decisamente più esistenziale. Nel primo, in particolar modo, aveva reso omaggio a uno dei suoi registi preferiti, Ingmar Bergman, realizzando uno dei pochissimi film interamente drammatici della sua filmografia. Manhattan aveva recuperato quella leggerezza caratteristica del regista newyorkese conservando, però, una certa malinconia alla base. Stardust Memories era la naturale evoluzione dei due precedenti esperimenti.
Una delle critiche più aspre che gli furono mosse era il presunto plagio a 8 ½ di Federico Fellini (1963). Non c’è dubbio che la sequenza iniziale sia ripresa da quella famosissima della pellicola felliniana e che, in generale, il soggetto – incentrato sulla crisi di un artista – sia affine a quello di 8 ½. Il suo, tuttavia, è più un legittimo atto di riverenza verso il cinema europeo che tanto lo ha ispirato e il punto di partenza per alcune riflessioni che sono, in verità, il punto cardine di tutte le sue pellicole, comiche o drammatiche che siano.
Il protagonista (interpretato dallo stesso Allen) è bloccato su un treno, avvolto in un silenzio surreale scandito dal solo ticchettio di un orologio e circondato da passeggeri dagli sguardi vacui, indifferenti. Accanto, si ferma un altro treno in cui sembra ci sia una festa. Una donna (Sharon Stone alla sua prima apparizione) rivolge un bacio al nostro protagonista a mo’ di invito. Lui cerca di cambiare il biglietto ma il capotreno non sembra d’accordo. Tenta, allora, di uscire dal treno ma non c’è modo. L’altro treno procede verso la direzione opposta e il protagonista, insieme agli altri passeggeri, arriva a destinazione: una spiaggia ricoperta da una montagna di rifiuti. Lì, intravede se stesso da piccolo mentre spicca il volo. In questa sequenza, Allen ritrae in maniera onirica alcuni dei tratti fondamentali della sua poetica: l’eterna frustrazione, l’impossibilità di essere felici, il desiderio – sempre disatteso – di evadere da situazioni in cui non si è a proprio agio. Un genere di problemi forse futile per chi, nella vita, ha preoccupazioni più sostanziali; il nutrimento di un artista, invece, consiste proprio in questo: nell’imperscrutabilità dell’esistenza e nell’ansia della morte.
Sono di tale genere i tormenti di Sandy Bates, celebre regista comico in crisi. La scena descritta in precedenza è il finale del suo nuovo film, che di comico non ha più nulla. I produttori non ne sono contenti: il pubblico vuole ridere, non deprimersi. I problemi dell’umanità non gli interessano, l’unica cosa che conta è che il film venda, quindi il finale dovrà essere modificato. Sandy, però, è in un punto della sua vita in cui non ha più voglia di ridere e far ridere. L’intero universo va a rotoli, la miseria lo circonda: dunque che senso ha essere ottimisti se siamo tutti destinati a morire, in ogni caso? Sandy è costretto a recarsi a una rassegna in suo onore. Qui viene tormentato da fan esagitati – c’è chi gli propone le proprie sceneggiature, chi si offre come attore, chi si fa trovare nel suo letto, chi lo invita a donare soldi per l’associazione benefica di turno – e da un certo tipo di critica, che sembra voler scorgere nei suoi film intuizioni geniali a tutti i costi, anche dietro la semplice presenza di una Rolls Royce. Questo è l’altro aspetto che fece infuriare pubblico e critica all’epoca: sembrava proprio che il regista americano si prendesse gioco di loro. L’autore si è difeso ribadendo più volte che non si trattava di un film autobiografico e che, dunque, il suo intento non era quello di descrivere il suo rapporto con loro, bensì il malessere di un artista e la sua lotta interiore tra ciò che vorrebbe esprimere e ciò che gli altri si aspetterebbero da lui. Nonostante questo, risulta arduo non individuare nella vita di Sandy Bates la parabola dello stesso Allen: partito da pellicole prettamente comiche come Prendi i soldi e scappa (Take the Money and Run, 1969) o Il dittatore dello stato libero di Bananas (Bananas, 1971), aveva iniziato poi a modellare la sua poetica su tematiche esistenzialistiche avvolte, comunque, nel suo peculiare umorismo, fino ad arrivare ai malinconici film già citati.
Che si tratti o meno di un film autobiografico, la rassegna in cui è per gran parte ambientato è anche un pretesto per esplorare un altro leitmotiv del cinema di Allen: le complicate relazioni con il sesso opposto. Impegnato con Isobel (Marie-Christine Barrault), donna matura e madre di due figli, incontra la giovanissima ed enigmatica Daisy (Jessica Harper) che, a sua volta, gli ricorda la sua ex Dorrie (Charlotte Rampling), attrice affascinate ma complessata. Totalmente disorientato, Sandy non capisce se abbia più bisogno della stabilità di Isobel o dell’imprevedibilità di Dorrie. In continua ricerca di risposte, incontra addirittura degli alieni a cui chiede consigli: deve forse smettere di essere un regista e fare qualcosa di più significativo, come il missionario? Persino loro rispondono con il solito ritornello: amano i suoi film, specialmente i primi, quelli comici. Una cosa importante, però, gliela dicono: sarebbe inutile come missionario. Tuttavia, ha la capacità di far ridere le persone: è quello il suo contributo all’umanità.
I film di Allen, per quanto intrisi di pessimismo, non sono mai compiutamente nichilisti. L’individuo non arriverà mai a cogliere con interezza il significato della vita, ma potrà comunque riconoscerne una parte nelle cose apparentemente più insignificanti. In Stardust Memories il protagonista si aggrappa a un ricordo tanto semplice quanto radioso: lo sguardo amorevole di Dorrie, in una tranquilla domenica newyorkese, sotto le note di Stardust di Louis Armstrong. Nonostante, alla fine, sceglierà la solidità di Isobel, sarà quel puro e gioioso ricordo a convincerlo a cambiare il finale del suo film: forse ci troviamo bloccati in un treno con degli sconosciuti e forse giungeremo sempre nella medesima miserevole destinazione, ma possiamo goderci il viaggio, scambiando qualche chiacchiera con gli altri passeggeri e facendoci qualche risata.
A questo punto, capiamo di aver assistito a un film nel film nel film. La critica è divisa: c’è chi è sopraffatto da tanta profondità, chi si chiede perché i comici debbano finire per diventare sempre così deprimenti. Gli attori si scambiano complimenti, i genitori del regista non capiscono il senso di una pellicola del genere: sarebbe stata meglio una commedia musicale con una trama più lineare. La sala si svuota, rimane solo Sandy/Woody che, dopo aver fissato a lungo lo schermo, se ne va. Conscio di essersi messo a nudo un po’ più del solito e disposto ad accettarne i rischi e le conseguenze.

Nadia Pannone
Basta poco a renderla felice: un buon film, un po' di musica anni Ottanta, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una coperta e un buon caffè.