LetteraturaPrimo Piano“Sonata a Kreutzer” di Lev Tolstoj: la travolgente tensione della musica

Lucia Cambria25 Ottobre 2021
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La storia della composizione di questo romanzo breve si intreccia indissolubilmente con la musica. Il titolo è infatti lo stesso di una composizione di Ludwig van Beethoven, una sonata per pianoforte e violino, composta tra il 1802 e il 1803 e dedicata al musicista francese Rodolphe Kreutzer, e per questo denominata, come il titolo della storia, Sonata a Kreutzer.

Il primo abbozzo della storia venne scritto da Lev Tolstoj nel 1887, dopo che a Jasnaja Poljana – la tenuta dello scrittore – si era recato l’attore Andreev-Burlak, il quale, come si legge dai diari di Sof’ja Andreevna (moglie di Tolstoj), «gli raccontò come un giorno, in treno, un signore gli avesse confidato la propria disgrazia a causa del tradimento della moglie».

E proprio attorno al racconto di un adulterio e di un assassinio si snoda tutta la trama di questo romanzo breve: un’unica ambientazione, un personaggio che narra al protagonista – divenuto così il suo confessore – di come abbia ucciso la moglie per gelosia, un’unica e gravosa colpa che pesa perché è solo riferita, confessata, senza essere però – fino a poco prima della conclusione – sinceramente avvertita dal fautore del gesto.

Tutto il fluire della narrazione è viscoso, terrificante ed emotivamente turbinoso, come invero si sentiva Tolstoj quando udiva questa sonata risuonare tra le pareti della propria casa. In particolare, nella primavera del 1888, dopo una sua esecuzione a una riunione di amici, lo scrittore propose ad alcuni di loro una prova: dare una forma artistica alle emozioni suscitate dalla sonata. Tolstoj scrisse quindi questo racconto (che aveva in realtà già iniziato l’anno precedente), l’attore Andreev-Burlak avrebbe dovuto declamarlo (ma morì poco tempo dopo), mentre il pittore Repin dimenticò del tutto questa sfida.

Tolstoj si è servito della sonata di Beethoven come titolo per il racconto e come elemento quasi scatenante del perno della trama. Tutta la vicenda del romanzo breve si svolge all’interno della cabina di un treno, dove l’io narrativo si trova in compagnia di altre persone. Una persona che sale sul vagone, un certo Pozdnyšev, confessa di aver assassinato la moglie perché convinto che ella intrattenesse una relazione con un musicista. Il sospetto si fa sempre più pesante proprio mentre i due eseguono insieme la Sonata a Kreutzer di Beethoven: quelle note lo trasportano verso un vortice di sensazioni che divengono via via sempre più dense. Avverte tra la moglie e quell’uomo una carica piena di energia emotiva e, insieme, carnale:

 

«Il viso di lui si fece serio, severo, piacente, e, con l’orecchio attento ai propri suoni, pizzicò con le sue dita vigili le corde e il pianoforte gli rispose. Cominciarono…»

 

I dettagli coi quali questo momento viene raccontato è pregno di simboli che alludono a una potente intesa tra i due: il loro suonare insieme è interpretato dal marito come un vero e proprio copulare. Il perché quei gesti siano così descritti viene associato alla natura di quella sonata, che è definita «una cosa spaventosa»:

 

«Dicono che la musica costituisca una forma di elevazione dell’anima: è assurdo, falso! […] Non eleva l’anima né la deprime, ma la eccita»

 

Quella frenesia che il narratore avverte lo fa essere conscio di una certezza che fino alla fine non si sa se possa definirsi tale: l’adulterio della moglie. Pozdnyšev si chiede come avesse fatto fino a quel momento a ignorare dei segnali che improvvisamente si rivelano in una terrificante epifania. Ne viene fuori una minuziosa descrizione di visi, sguardi, gesti:

 

«Ricordo come lei aveva sorriso, debolmente malinconica e beata, asciugandosi il sudore dal viso accaldato quando io mi ero avvicinato al pianoforte. Già allora si sfuggivano entrambi con lo sguardo e solo a cena, mentre lui le versava dell’acqua, si erano guardati sorridendosi appena. In quel momento mi sovvenne con terrore quel loro sguardo che avevo colto e quel sorriso appena percettibile. “Sì è accaduto tutto”, mi diceva una voce e subito un’altra mi diceva il contrario»

 

Il risultato di questi pensieri sfocia nel gesto fin dall’inizio preannunciato: l’assassinio della donna. Questo evento avviene mentre nella mente dell’uomo si affollano ancora le note di quella «spaventosa» sonata; la prova è costituita dall’utilizzo della parola «crescendo» mentre descrive gli istanti prima di affondare il coltello in quelle carni, rimandando – ancora una volta – a delle immagini riconducibili alla sfera sessuale:

 

«Io sentivo, e mi ricordo ancora, la momentanea resistenza opposta dal corsetto e poi da qualcos’altro e dopo la lama che affondava nel morbido»

 

Tutta la narrazione finisce col rivelarsi un atto di penitenza, una disperata richiesta di perdono. Dalle labbra sfinite dell’uomo una sola parola chiude il racconto, la stessa con la quale si accomiata dal suo confessore: «Perdonate».

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley. Appassionata di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali, è vicepresidente e tra i soci fondatori dell’associazione "La Voce Wagneriana", volta a favorire la conoscenza e la divulgazione delle fonti storiche e letterarie riguardanti il compositore tedesco Richard Wagner.