Siamo nel 1348 e la peste sta devastando Firenze quando sette fanciulle e tre giovani decidono di cercare scampo dal contagio cittadino ritirandosi in campagna per due settimane. Tra canti, balli e giochi decidono di raccontare, ogni dì a eccezione dei giorni di venerdì e sabato (dedicati alla penitenza), una novella ciascuno per trascorrere piacevolmente le ore più calde del pomeriggio. A esclusione della prima e della nona, gli argomenti delle giornate hanno un tema prestabilito: avventure con o senza lieto fine, storie d’amore, di beffe divertenti e di fine sagacia.
Come avrete capito, stiamo parlando del Decameron di Giovanni Boccaccio. La cornice idilliaca fatta di banchetti, racconti e danze esprime la fiducia boccacciana nella possibilità che ha l’uomo di opporsi alle «forze avverse». La condizione straordinaria della peste, infatti, conduce alla disgregazione della socialità: ciascuno abbandona le proprie case, viene meno l’autorità della legge, la città si svuota, cadono i vincoli di vicinanza, di amicizia, la famiglia si disgrega e così anche le pratiche rituali; allo stesso tempo, però, in questo quadro desolante non si celebra il motivo del “memento mori” ma la ricomposizione di una società razionale e rispettosa della moralità. Un modello di vita ideale e perfetta, quindi, nonostante il mondo infinitamente più vario e ricco di contrasti rappresentato nelle novelle. La realtà cui si rivolge il Boccaccio è proprio quella cittadina, borghese e mercantile, dei suoi tempi. Il calcolo prudente, lo scambio vantaggioso, l’accumulo della ricchezza sono propriamente le caratteristiche di quell’ambiente e ciò offre le basi per esaltare l’intraprendenza umana grazie alla quale l’uomo è in grado di superare le avversità e piegarle a proprio vantaggio con calcolo accorto. Il mondo, infatti, è dominato dalla forza capricciosa della Fortuna – avversa o favorevole, grande antagonista della abilità dell’uomo – e dall’amore, nelle sue varie forme. L’esaltazione mercantile è però anche accompagnata dalla constatazione dei suoi limiti, perciò diventa importante associare l’intraprendenza ad altre virtù, quali la generosità, la magnanimità, i valori “cortesi”. Ad accompagnare, poi, il motivo della multiformità, anche le svariate figure che occupano i gradi più diversi della società. Si tratta di una molteplicità che non si traduce, tuttavia, nel caos ma in un disegno ben più unitario. La stessa disposizione delle novelle non è casuale: la prima e l’ultima novella del libro sono rispettivamente dedicate al peggior uomo che sia mai vissuto (Ser Ciappelletto) e alla virtù di Griselda; analoga contrapposizione si ritrova tra le due giornate estreme, la prima e la decima, dedicate l’una ai vizi l’altra alle virtù. Le simmetrie interne, insomma, si susseguono numerose a indicarci una ferma volontà di sistemare la molteplicità degli aspetti entro un ordine armonico.
La raccolta si apre con un Proemio, in cui lo scrittore dichiara il proposito di voler giovare coloro che sono afflitti e rimediare «al peccato della fortuna». Uno strumento di consolazione e piacere su cui sarebbe bello poter contare per ricomporre quella quotidianità sociale che, volente o nolente, è attualmente sconvolta.

Monica Di Martino
Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.