CinemaPrimo PianoSentimental Journey: il viaggio della diva Doris Day

Alessandro Amato19 Maggio 2019
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«Seven, that’s the time we leave, at seven / I’ll be waitin’ up for heaven / Countin’ every mile of railroad track / That takes me back», recita il testo di Sentimental Journey, brano cantato da Doris Day nel 1945, quando ancora non aveva intrapreso la carriera cinematografica. Ci ha lasciato, Doris, e si è messa in viaggio verso il paradiso, unica destinazione possibile per un’anima candida come la sua. Tra le pellicole che l’hanno resa nota al grande pubblico e che hanno contribuito a veicolarne l’immagine di “fidanzata d’America”, spiccano Il gioco del pigiama (1957), Il letto racconta (1959) e Il visone sulla pelle (1962), che rimandano ai giorni nostri un’immagine di “ragazza della porta accanto” raramente messa in discussione da altre interpretazioni, quali lo splendido Attenti alle vedove (1959) di Richard Quine. Il percorso attoriale di Doris, rivisto oggi, appare molto chiaro: dagli esordi come aspirante artista nei musical della Warner Bros., passando per le figure di comprimaria brillante nella guerra dei sessi, fino alle commedie matrimoniali degli anni Sessanta.

I suoi personaggi crescono e maturano con lei, costringendo lo spettatore a domandarsi quali saranno le prossime disavventure che la giovane donna dovrà affrontare per raggiungere il lieto fine, quasi che fosse una serie a episodi su un unico personaggio che attraversa in contesti diversi i vari momenti della sua vita. Il meccanismo era tipico del sistema hollywoodiano classico ed era implicito nella creazione dell’immaginario intorno a un divo; ne era addirittura condizione indispensabile al raggiungimento di un accordo col pubblico e per mandare a effetto il proposito di riportarlo in sala prossimamente. Doris Day doveva creare attesa rispetto a sé nonché un rapporto di mutua complicità, quasi la consapevolezza di essere guardata e pensata, di fornire uno specchio a un’intera generazione di americane (e non solo). A questo riguardo, c’è una scena molto significativa in Quel certo non so che (1963) di Norman Jewison, pellicola mirata a riflettere sull’impatto dell’offerta televisiva sull’audience del nuovo decennio e giostrata intorno alla figura di una casalinga giovane e piacente che si fa convincere a promuovere un sapone sul piccolo schermo.

Nella prima parte del film, la protagonista Beverly/Doris Day ha un diverbio col marito Gerald/James Garner e quando questi le gira le spalle indispettito dal fatto di avere torto, lei lo zittisce con l’ultima parola e strizza l’occhio pur sapendo che lui non può vederla. A chi è rivolto quell’ammiccamento? A noi, ovviamente. Come è rivolta a chi guarda la “reclame” che più tardi farà di quel famoso sapone. Il cinema riflette sulla televisione riappropriandosi di una dinamica relazionale, una delle poche armi insieme allo spettacolo – rappresentato plasticamente dal Cinemascope – con cui il grande schermo tenta di scacciare l’incubo della sostituzione nei cuori del pubblico. La terza arma a disposizione, a quanto pare, è proprio Doris Day: e all’epoca funzionava benissimo.

Il sistema produttivo però stava cambiando e con esso anche l’immaginario, cosicché a partire dal 1964 l’attrice comincia a diradare le apparizioni cinematografiche fino a interromperle del tutto quattro anni più tardi. Dal 1968 al 1973 sarà la volta del Doris Day Show per la CBS, sitcom della durata di cinque stagioni incentrata su una vedova che va a vivere in un ranch fuori San Francisco con i due figli dopo aver vissuto nelle grandi città per la maggior parte della sua vita. Come Doris Martin (questo è il nome del suo ultimo personaggio) anche Doris Day si ritirerà in un ranch in California, senza disdegnare però di apparire in occasioni pubbliche e in televisione nei decenni seguenti. Nel 2008 ha vinto il Grammy Award alla carriera e il 13 maggio scorso ci ha lasciato per proseguire il viaggio. Del suo mito non ci scorderemo.

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E." e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.