LetteraturaPrimo PianoTeatro e DanzaSchiller, il retore della libertà

Avatar Laura Fontanesi2 Settembre 2019
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2019/09/efrgg.jpg

Quando cupi ammassi di nuvole nascondono dalla vista il cielo,
quando nell’aria il tuono sparge il brontolio assordante,
tutti si sentono giocattoli alla mercé d’un fato non benigno.
Ma pure da un cielo interamente sgombro può scaturire un lampo;
per questo, persino nei momenti di maggior felicità,
devi sempre paventare che la malefica sciagura non ti sia lontana.
Non devi attaccarti con tutti i sentimenti ai beni della terra,
che sono passegeri!
Chi ha, deve sempre tener presente che finirà per perdere;
Chi è lieto, deve rassegnarsi a soffrire.

Friedrich Schiller, La sposa di Messina o i fratelli nemici

Johann Christoph Friedrich von Schiller, pregevole poeta e drammaturgo teutonico, fu animato per tutta la sua breve ma intensa esistenza da un inestinguibile ardore, un’impetuosa devozione nei confronti della libertà, intesa quale rifiuto risoluto di ogni tirannide o sopruso; egli osteggiò con veemenza ogni blanda costrizione morale o vincolo sociale, sostenendo con fervore la libertà individuale.

Tell: Quel paese è bello e benigno come il cielo. Però quelli che lo coltivano non godono i frutti del loro lavoro.
Gualtiero: Perché? Non abitano liberi come te sulla terra?
T.: I campi appartengono al vescovo e al re.
G.: Possono almeno cacciare liberamente nei boschi?
T.: La selvaggina e gli uccelli appartengono al padrone.
G.: Ma almeno potranno pescare liberamente nel fiume?
T.: Il fiume, il mare, il sale appartengono al re.
G.: E chi è questo re che tutti temono?
T.: È quello che li protegge e mantiene tutti.
G.: Non sanno difendersi coraggiosamente da soli?
T.: In quel paese il vicino non può fidarsi del vicino.
G.: Babbo, mi sento stretto in quel grande paese. Allora preferisco abitare sotto le slavine.
T.: Sì figliuolo, è meglio avere alle spalle i ghiacciai che gli uomini cattivi.

Friedrich Schiller, Wilhelm Tell

Tutta la sua opera è intrisa di tali nobili concezioni; egli si scontrò inevitabilmente con l’ottusità di numerosi contemporanei ed attirò a sé importanti dissensi. Le sue prime produzioni artistiche (I Masnadieri, 1781; La Congiura di Fiesco, 1783; Intrigo e amore, 1784; Don Carlos, 1787) sono permeate da un fervore tumultuoso, esse anelano ad una sorta di anarchica ribellione, alla negazione di ogni legge sociale e morale; egli non ha ancora trovato una compiutezza, il modo per rendere pragmaticamente costruttiva la propria opposizione.

I vividi anni di Weimar, i solerti studi, e l’amicizia con Goethe lo condussero ad una rivalutazione ponderata delle sue convinzioni. Le opere tragiche più mature (la trilogia di Wallenstein: Il Campo di Wallenstein, I Piccolomini, La Morte di Wallenstein, 1799; Maria Stuarda, 1800; La Pulzella d’Orléans, 1801; La sposa di Messina o i fratelli nemici, 1803; Guglielmo Tell, 1804; Demetrius, 1805) inneggiano alla medesima libertà, ma la aggiogano, la regolamentano, la incanalano verso un fine superiore: un ordine finalizzato all’armonizzazione e all’educazione dei popoli, capace di liberarli dalle barbarie, dall’oppressione e da ogni forma di «comodo supino adattamento», restituendogli dignità, consapevolezza e onore. Egli si discosta dall’impeto dello sturm und drang giovanile scandagliando e ricercando alacremente l’ubi consistam capace di nobilitare gli animi. La sua opera, dunque, inizia a rivestire anche una fondamentale valenza formativa e pedagogica per il pubblico, divenendo imprescindibile strumento consacrato alla paideia del popolo tedesco.

 

La vera arte non ha per iscopo un giuoco passegero; essa si propone seriamente non di trasportare l’individuo in un momentaneo sogno di libertà, ma di renderlo effettivamente libero […].

Friedrich Schiller, Dell’educazione estetica dell’uomo

 

Sono anni particolarmente fecondi e produttivi, nonostante l’insorgere di un nuovo e ineludibile nemico, la “consunzione” (etisia). Logorante ed implacabile il morbo lo avrebbe accompagnato sino alla sua prematura scomparsa, a soli 46 anni.

Poco più che ventenne, dopo la stesura de I Masnadieri (Die Räuber, 1781), accorata apologia della libertà pervasa da una manifesta avversione ad ogni vincolo sociale, fu costretto a disertare l’esercito – dopo gli studi di medicina, ottenne un impiego in qualità di ufficiale medico – ed abbandonare la propria città natale, Marbach am Neckar, uno dei maggiori centri del Württemberg, ma, nonostante la condanna all’esilio, seguitò a perseverare ostinatamente e stoicamente i propri ideali, dedicandosi interamente alle lettere.

 

[…] Aviluppare la mia volontà nelle leggi? La legge ha degradato ad andatura di lumaca ciò che doveva essere volo di aquila. La legge non ha mai formato un grand’uomo, ma la libertà genera i colossi.

Friedrich Schiller, I Masnadieri

 

Eccelso creatore di situazioni drammatiche e conflittuali. I suoi personaggi, almeno inizialmente, non risultano tangibili incarnazioni dell’ideale del quale si fanno ambasciatori; spesso soccombono ma mai inutilmente. Essi paventano una sorta di puerile ingenuità, una purezza, una tensione eroica e un senso dell’onore spesso esasperati, suscitando nell’osservatore una catarsi tragica, sovente conseguente al «sacrificio purificatore» dell’intrepido protagonista. L’ambito umano degli impulsi viene abilmente riscattato grazie alle sue manifestazioni più violente e audaci. Con la maturazione, anche i personaggi schilleriani si evolvono: durante il secondo periodo di attività drammatica si assiste ad una trasformazione: gli astratti latori delle prime tragedie mutano in creature concrete. Esemplificativo il duca di Friedland, generalissimo dell’esercito imperiale austriaco, protagonista del Wallenstein, uomo di eccellente levatura morale, obbligato dalla mediocrità circostante ad una consapevole ribellione verso le norme precostituite e che, alla fine, cadrà inesorabilmente vittima della sua stessa rivolta.

Dopo il trasferimento a Weimar nel 1787, abbandonò il teatro per quasi una decina d’anni; dal 1788 si dedicò alacremente allo studio e all’approfondimento storico, scrivendo anche alcuni trattati: Storia della caduta dei Paesi Bassi, 1788 e La Guerra dei trent’anni, 1790. Ciò, altresì, si rivelerà utile contributo alle opere della maturità.

Altra importante passione dello Schiller che lo investì particolarmente in questi anni fu la filosofia: fervente kantiano, sostenne la necessità di una mediazione estetica tra la sfera sensibile e quella razionale. Autore di importanti saggi inerenti l’argomento, tra cui vanno annoverati: Dell’educazione estetica dell’uomo e Della poesia ingenua e sentimentale del 1795. Egli, in linea con il pensiero rousseauiano, criticava aspramente l’eccessiva e rigida concezione razionalistica illuminista, asserendo la necessità di un’educazione estetica, finalizzata ad uno sviluppo equilibrato tra lato razionale e sensibile dell’individuo, peculiare alle cosiddette “anime belle”; una armoniosa giustapposizione dunque, nella quale il sentimento estetico rivestiva una funzione pedagogica e morale fondamentale.

 

Ogni miglioramento nel campo politico deve partire dalla nobilitazione del carattere – ma come può il carattere nobilitarsi sotto le influenze di una barbara costituzione politica? Bisognerebbe giusto cercare per questo scopo uno strumento che non sia fornito dallo Stato, e scoprire sorgenti che si mantengono pure e limpide malgrado ogni corruzione politica

Friedrich Schiller, Dell’educazione estetica dell’uomo

 

Descrisse la scissione lacerante che attanagliava l’uomo moderno, conseguenza dell’allontanamento dalla natura, della perdita di un equilibrio tra realtà e la propria ideale sensibilità. Tale detrimento era intuibile nella differenza riscontrata dall’autore tra poesia ingenua, peculiare dell’uomo antico in armonia con la natura circostante (esemplificativa la Grecia arcaica) e poesia sentimentale, contraddistinta dall’ intimo e ambasciato tormento umano, da una travagliata ricerca di una labile conciliazione tra interiorità e l’oggettività del reale.

 

Felice l’uomo -anzi, posso ben dir che sia beato – che vive nel tranquillo seno della natura, nel silenzio agreste, ben lontano dalle città confusionarie […].
Il mondo è bello soltanto dove l’uomo non può portare il seno di tormento che l’accompagna sempre.

Friedrich Schiller, La sposa di Messina o i fratelli nemici

 

Dal 1796 si assistette alla rinascita schilleriana di un rinvigorito estro artistico verso il teatro. L’anno seguente ottenne inoltre, la cattedra di storia e filosofia presso la rinomata Università di Jena grazie all’intercessione di Goethe.

Durante gli anni di formazione artistica e morale che furono preludio al suo secondo periodo prolifico come tragediografo, affinò lo studio della tragedia greca, acquisendone alcune rilevanti peculiarità per le proprie opere. Innanzitutto reintrodusse l’uso del coro, sostenendone la valenza quale padre spirituale e poetico della tragedia stessa. Secondo il poeta, l’ausilio del coro come compimento ad un’opera moderna, la avrebbe innalzata, «tramutando la banalità moderna nella poesia dell’antichità». Il compito del coro sarebbe stato quello di discostare lo spettatore dall’ambito prosaico dell’azione, approfondendo e svelando «grandi significati della vita e pronunciando sentenze di saggezza».

Particolarmente innovativo è l’uso schilleriano del coro nell’opera La Sposa di Messina. Egli lo divide argutamente in due semicori al fine di sostenere reciprocamente le due parti avverse, elevando, in questo modo, il senso di catastrofe incombente.

I personaggi schilleriani maturi anelano e perseverano, anche nell’azione, verso la libertà, una libertà ponderata, di scelta; libertà di commettere consapevolmente i propri esiziali errori, accettandone e affrontandone audacemente, con onore e dignità, anche a costo della propria vita, le irremeabili conseguenze. Una vita, che merita di essere condotta e sostenuta con coraggio, non una mera sopravvivenza abulica e passiva. Un insigne maestro, che meritò l’epiteto di «Schiller il Roccioso» (Der felsigte Schiller), conferitogli da Jean Paul, per la sua critica caparbietà, la sua virile e, spesso scomoda, coerenza. Un autore da riscoprire, che potrebbe e dovrebbe fungere da pregevole esempio all’uomo odierno.

Avatar

Laura Fontanesi

Archeologa, specializzata in archeologia classica e del Vicino Oriente antico; studiosa di tradizioni funerarie e degli aspetti concernenti l’ambito cultuale. Luddista consapevole, inattuale, solipsista risoluta e tracotante, funesta erinni. Affascinata da parole, storie e arcaici numi. Fervente adepta della vis polemica ed espressiva. Scrivere, narrare, ascoltare, leggere, approfondire, ponderare, ideare, progettare, creare.