LetteraturaPrimo PianoTeatro e Danza“Romeo e Giulietta”: la tragedia dello smarrimento

Giada Oliva Giada Oliva13 Aprile 2021
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Sembra impossibile scrivere qualcosa di nuovo su un autore come William Shakespeare e su un testo ben radicato nell’immaginario comune come è Romeo e Giulietta. Invece proprio nel “già noto” si possono trovare significati innovativi, se si è disposti a farsi guidare da uno sguardo alternativo. L’innovazione non è nel testo ma nella percezione dello stesso e nel modo in cui un autore di tale calibro viene accolto.

Nei cinque secoli che ci separano da Shakespeare si sono stratificate letture della sua opera che rischiano di trasformarsi in false credenze e di allontanarci dalle sue reali intenzioni. In questa sede, quindi, si intende “processare” la ricezione culturale di questo autore, “colpevole” di aver corrotto l’approccio alle sue opere. Shakespeare è considerato un autore popolare, un conoscitore dell’animo umano capace di scrivere drammi passionali. Questa lettura così come la grandezza che gli si riconosce si deve al Romanticismo. Prima dell’Ottocento, Shakespeare era snobbato perché considerato un autore barbaro e le sue opere ritenute prive di quell’equilibrio e quella armonia classici richiesti affinché si potesse parlare di arte. Il Romanticismo, che a quell’ideale di bellezza classica si oppone con vigore, scorge nel nostro scrittore l’espressione di una bellezza tumultuosa così cara ai romantici. Le scene shakespeariane sembrano dare vita alla travagliata interiorità umana in barba alla razionalità classica. Un fatale travisamento.

Ancora oggi vediamo nel Romeo e Giulietta la storia d’amore sfortunata di due adolescenti, ostacolata dalle logiche ciniche delle rispettive famiglie e in Giulietta una ragazza ingenua. Nel XXI secolo usiamo coordinate del 1800 per decifrare un autore del 1500. Sia chiaro: Shakespeare rimane un genio e un raffinato innovatore. Di certo però non è un autore popolare. Il suo pubblico è la corte elisabettiana e le opere sono piene di citazioni filosofiche, letterarie e di riferimenti alti che solo l’aristocrazia inglese colta dell’epoca poteva cogliere.

Di cosa parla dunque il Romeo e Giulietta? La risposta è da ricercare nel contesto storico in cui l’opera è scritta. Siamo a cavallo di due secoli cruciali, nel 1594 circa. È un’epoca di cambiamenti e di rivoluzioni – scientifiche e religiose – che mettono in crisi il sistema di pensiero su cui si era fondata la società fino ad allora. La rivoluzione copernicana, gli scritti di Galileo Galilei, di Tycho Brahe e la Riforma protestante mettono in discussione le certezze che si erano stratificate nei secoli precedenti. Come si fa a metabolizzare l’idea che l’uomo non è più al centro dell’universo? Fu un’epoca di profondo smarrimento e il corpus delle opere shakespeariane si nutre di tutto questo.

Nello specifico Romeo e Giulietta è la tragedia della crisi del linguaggio e la scena del balcone è il tentativo goffo di capire – prima ancora di dichiararsi amore – con quali parole comunicare, dato che tutto l’immaginario amoroso del Rinascimento è entrato in crisi. I due cercano di accordarsi su un terreno comune di comunicazione amorosa. È quindi un’opera di retorica e di filosofia del linguaggio. In tutto il testo c’è è un grande caos linguistico, subito lampante per il pubblico dell’epoca, che noi non cogliamo perché la varietà di registri si perde, appiattita nella scialba prosa della traduzione. In generale si può dire che i giovani si esprimono con un linguaggio più colto degli adulti – che sono dei mercanti arricchiti privi di eleganza – e il popolo parla in una prosa piena di riferimenti volgari. Romeo, come ben si nota nella scena del balcone, è ancorato a un armamentario linguistico e immaginifico ormai in decadenza. Gli stilemi dell’amor cortese, di un amore che si nutre dell’assenza dell’amata, a cui si rivolgono languidi componimenti amorosi senza averla mai vista, suonano anacronistici. Romeo si dichiara chiamando in causa la luna, le ali dell’amore e proseguendo per voli pindarici. Giulietta, una donna reale, pragmatica e moderna, che ha capito come sta cambiando il mondo, lo riporta alla realtà: gli dice di non giurare sulla luna ma su se stesso e di andare via perché rischia la morte se lo scoprono. In un periodo di profondo smarrimento l’unica certezza è la realtà fisica dei sensi. La luna non è cosi affidabile, potrebbe non esistere più e allora l’unica sicurezza è il corpo dell’amato che si può toccare. Le parole hanno perso valore: un nome è solo un nome e nulla di più.

Per la prima volta nella tradizione letteraria, Romeo e Giulietta dormono insieme e giacciono l’uno accanto all’altra. Il loro è un amore carnale fatto di corpi che possono morire, come poi avverrà. Ecco come – depurando il nostro sguardo dalle letture che si sono stratificate nel corso dei secoli – possiamo cogliere una sorprendente ricchezza di significati in un’opera che credevamo priva di segreti. Il nostro approccio all’arte tutta e non solo a Shakespeare è ancora debitore al Romanticismo. L’idea che sia sufficiente il nostro bagaglio di complicate emozioni per ascoltare una musica, vedere un film o un quadro e capirne appieno il significato deriva da quel secolo. Purtroppo questa errata credenza ci fa perdere gran parte dei significati delle opere, che solo il filtro della conoscenza può restituirci.

Giada Oliva

Giada Oliva

Romana, classe '85, laureata al Dams in Storia del teatro italiano. Ha studiato per diversi anni teatro e danza contemporanea. Particolarmente curiosa, ama essere una cacciatrice di esperienze e di nuovi punti di vista.