Per celebrare i 150 anni di vita, il Museo di San Marco a Firenze ha regalato ai suoi visitatori il ritorno di un’opera che in molti erano desiderosi di rivedere: il Giudizio Universale del frate pittore mugellano Beato Angelico (Vicchio, 1395 circa – Roma, 1455), presentata il 5 ottobre nella Sala dell’Ospizio del medesimo museo fiorentino.
Realizzato tra il 1425 ed il 1428, il capolavoro cela una serie di enigmi che ancor oggi non hanno ricevuto risposta né risoluzione, a partire dalla particolarissima forma trilobata della parte superiore del pannello, da alcuni messa in relazione al fatto che l’opera fungesse da schienale del sedile del sacerdote. Tuttavia, sia la prospettiva che il formato relativamente piccolo delle figure indica che in origine dovesse essere posta in modo tale che la si potesse ammirare ad altezza d’occhio. Anche il soggetto dell’opera è enigmatico, poiché l’Angelico rappresenta un’insolita versione del Giudizio Finale, satura di elementi di novità rispetto all’iconografia tradizionale, come ad esempio l’inserzione di personaggi del Vecchio Testamento – Adamo, Abramo, Mosè, Abele, David – accanto agli apostoli e ai santi fondatori degli Ordini nel tribunale del Giudizio. Inoltre, se il lato destro della composizione rimanda all’inferno Dantesco (sono raffigurati nove gironi, in cui i dannati subiscono pene secondo la legge del contrappasso), sul lato sinistro fanno da contraltare angeli e beati, i quali danzano con leggiadria in un girotondo verso il monte della Gerusalemme celeste. Anche tale danza, di singolare armonia ed illuminata da bagliori d’oro, è del tutto nuova.
Ulteriori quesiti ruotano attorno alla collocazione originaria dell’opera, eseguita probabilmente per la cappella maggiore della chiesa di Santa Maria degli Angeli, dove la colloca il Vasari sebbene la chiesa in questione già presentasse sull’altare maggiore l’Incoronazione della Vergine di Lorenzo Monaco, ora agli Uffizi. Il committente può verosimilmente essere identificato nella persona di Ambrogio Traversari (Portico di Romagna, 1386 – Ferrara, 20 ottobre 1439), frate e più tardi priore di Santa Maria degli Angeli, studioso di patristica, esperto grecista, schierato a favore dell’unità con la chiesa bizantina. Con ogni probabilità fu lui a suggerire il programma iconografico del Giudizio, il quale rispecchierebbe dunque la sua colta visione apocalittica ispirata a concetti di pace, amore e fratellanza.

Al centro del pannello, nella cuspide, si staglia il Cristo giudice in tutta la sua gloria attorniato da angeli, il quale leva la mano destra invitando i fedeli risorti ad incamminarsi verso i cancelli della Gerusalemme Celeste; con la mano sinistra rivolta verso il basso, invece, consegna i peccatori alle fauci pietrose dell’Inferno. La schiera celeste è completata da ventisei santi e profeti assisi come in tribunale, tredici su ciascun lato, mentre la Vergine e San Giovanni Battista – rispettivamente alla sinistra e alla destra di Cristo – sono raffigurati come intercessori in una posizione straordinariamente prossima al Figlio. Nel bordo inferiore del coro angelico trovano spazio un angelo con la croce e due angeli dell’Apocalisse che suonano le trombe, al cui suono i morti si risvegliano lasciando scoperti i sepolcri, che fanno da spartiacque tra gli eletti e i dannati e guidano lo sguardo attraverso la profondità dello spazio del dipinto fino all’orizzonte azzurro pallido nello sfondo.

Tali particolari, offuscati e resi meno leggibili dai «materiali estranei, un insieme di patine alterate e sporco di deposito, che si erano accumulati nel corso degli anni sulla superficie dipinta», come spiega la restauratrice Lucia Biondi, sono stati riportati al loro antico splendore grazie ad un’intensa attività di restauro costata ventisettemila euro e protrattasi da dicembre 2018 a settembre 2019 sotto la direzione di Marilena Tamassia. Tali impurità, continua la Dott.ssa Biondi, «avevano l’effetto di attutire la luce di cui è intrisa la pittura dell’Angelico e di appiattire lo spettacolare impianto prospettico, con lo scorcio ardito degli avelli scoperchiati in primo piano al centro della composizione». Pertanto, il restauro che aveva già interessato l’opera nel 1955 in occasione delle mostre che a Roma e a Firenze celebravano il cinquecentenario della morte dell’artista ed i successivi nonché reiterati interventi sul Giudizio non erano stati risolutivi in questo senso; quest’ultimo restauro, invece, eseguito grazie ai contributi del Rotary Firenze Certosa e di altri club rotariani, ha sortito l’effetto desiderato, restituendo all’opera i suoi colori originali, nonché una luminosità ed un’aura mistica che le appartengono di diritto.
Le iniziative per la celebrazione dei 150 anni del Museo di San Marco proseguiranno il 15 ottobre con la ricollocazione e la presentazione del restauro di un’altra opera del Beato Angelico, la Pala di San Marco, restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure. A fine ottobre invece alcune celle del museo ospiteranno un’inedita installazione di arte contemporanea. Infine, fino al 6 gennaio sarà possibile visitare la mostra inaugurata di recente dal titolo L’Annunciazione di Robert Campin. Un illustre ospite dal Museo del Prado per i 150 anni del Museo di San Marco a cura di Marilena Tamassia, che presenta l’opera del pittore fiammingo accanto ai capolavori dell’Angelico.

Martina Scavone
Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Dopo un Master di II livello in Gestione dei Beni Culturali, ha iniziato a lavorare attivamente come curatrice e storica dell'arte. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.