LetteraturaPrimo Piano“Riccioli d’oro e i tre orsi”: favola dalle origini romantiche

Lucia Cambria10 Gennaio 2022
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Quante volte abbiamo sentito narrare, magari da bambini, la favola Riccioli d’oro e i tre orsi, con protagonista una bambina che, dopo aver vagato nel bosco, si introduce nella casetta di una famigliola di orsi per trovare rifugio e ristorarsi. La storia ha origini remote e, come spesso accade, negli anni ha subito numerose variazioni, fino ad assumere i contorni della versione che oggi si trova spesso inclusa nei libri di racconti per bambini.

La prima volta che la favola venne messa per iscritto fu nel 1837, dal poeta romantico Robert Southey, nel quarto volume dell’opera The Doctor. Ma la versione qui raccontata non ha come protagonista la bambina di nome Riccioli d’oro, bensì una vecchietta cattiva e malintenzionata, la quale si introduce nella casetta degli orsi approfittando della loro assenza, con il velato – anche se manifestato dallo scrittore – desiderio di rubare loro qualcosa.

La trama, più o meno, è la seguente: tre orsi – l’Orso Grande, l’Orso Medio e l’Orso Piccolo – preparano il porridge per la colazione e, nell’attesa che questo si raffreddi, escono a fare una passeggiata nel bosco lasciando la porta aperta. Una vecchietta entra in casa loro: assaggia il porridge dalla ciotola grande, ma è troppo caldo, poi quello dalla ciotola media, ma è troppo freddo, infine divora tutto il contenuto dell’ultima ciotola, che invece è perfetto. A tal proposito l’autore puntualizza il fatto che i cucchiai siano di legno, perché «se fossero stati d’argento, la cattiva vecchietta se li sarebbe messi in tasca». Poi è il turno della sedia e del letto: anche in questi casi, la scelta della vecchia ricade su quelli dell’Orso Piccolo.

Quando i tre orsi rientrano in casa, si rendono conto che qualcuno è entrato, ha mangiato il porridge e ha usato le sedie; quindi, salgono in camera da letto, dove trovano la vecchietta dormiente. Questa, svegliatasi con le parole dell’Orso Piccolo («Qualcuno si è coricato nel mio letto – ed è qui!»), fugge dalla finestra aperta. L’autore ci dice che non si seppe nulla della fine della ladra: forse si è rotta il collo nello scappare o si è persa nel bosco oppure, per essere stata cattiva, è stata rinchiusa in riformatorio.

Negli anni, la vicenda si è un po’ “ammorbidita”: nella seconda versione incontriamo già la bambina Goldilocks (Riccioli d’oro), mentre nella terza, quella oggi più nota, i tre orsi sono una famigliola composta da Papà Orso, Mamma Orso e Piccolo Orso.

Nello stesso anno in cui Southey mise per iscritto questa favola, l’editore George Nicol ne pubblicò una versione in versi, illustrata con incisioni di Robert Hart. Ma la storia era in circolazione già prima che il poeta inglese la pubblicasse in The Doctor, sebbene la fonte sia sempre il suo racconto: nel 1813 Southey raccontò la favola a degli amici e alcuni anni dopo, nel 1831, la scrittrice Eleanor Mure la donò, in un volumetto rilegato a mano, al nipote per il suo compleanno. La versione della Mure ha alcuni dettagli diversi e decisamente raccapriccianti: gli orsi bevono latte (invece di mangiare il porridge) e la vecchietta non scappa, bensì viene impalata al campanile di Saint Paul Cathedral.

Come è stato osservato, la storia ha alcuni punti in comune con Biancaneve, poiché anche quest’ultima si introduce nella casa dei sette nani e si addormenta sui loro lettini. Nel 1894 il folclorista Joseph Jacob scoprì la fiaba Scrapefoot, molto simile alla storia trascritta da Southey, ma che come antagonista degli orsi – quindi al posto della vecchietta – presenta una volpe. Questa storia è molto probabilmente appartenente alla tradizione orale e quindi anteriore alla versione letteraria di Southey. Molto plausibile è che questi, nell’udire la storia da bambino dallo zio William Tyler, abbia travisato il termine inglese “vixen”, che può indicare sia la femmina della volpe che una vecchia cattiva o addirittura una strega.

Dodici anni dopo la pubblicazione della favola nell’opera The Doctor, Joseph Cundall sostituì la vecchietta con una bambina, la quale subì nel tempo diversi cambiamenti nel nome: Silver Hair (Capelli d’argento) nella versione di John Baldwin Buckstone (1853); Silver Locks (Riccioli d’argento) in Aunt Mavor’s Nursery Tale (1858); Silverhair con George MacDonald (1867); Golden Hair (Capelli d’oro) in Aunt Friendly’s Nursery Book (1868) e, infine, Goldilocks in Old Nursery Stories and Rhymes (1904).

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley. Appassionata di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali, è vicepresidente e tra i soci fondatori dell’associazione "La Voce Wagneriana", volta a favorire la conoscenza e la divulgazione delle fonti storiche e letterarie riguardanti il compositore tedesco Richard Wagner.