ArtePrimo PianoRaffaello Sanzio e le Stanze Vaticane: la Stanza di Eliodoro

Avatar Martina Scavone7 Settembre 2019
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Il secondo ambiente delle Stanze Vaticane che Raffaello fu chiamato a decorare è la cosiddetta “Stanza di Eliodoro”, che impegnò il maestro e la sua bottega dagli inizi del 1512 al 1514. Le fonti ci parlano di questo ambiente più che della “Stanza della Segnatura”, aiutandoci a determinare con certezza quale fosse la sua destinazione d’uso: trattavasi, nello specifico, della sala delle udienze del Papa, ovvero del luogo in cui Giulio II (pontefice dal 1503 al 1513) riceveva le visite ufficiali dei potenti e dei loro ambasciatori. Il programma iconografico della Stanza è pertanto collegato alla sua funzione (prettamente politica) e mira a documentare, in diversi momenti storici dall’Antico Testamento all’epoca medioevale, la miracolosa protezione accordata da Dio alla Chiesa minacciata nella sua fede (Messa di Bolsena), nella persona del pontefice (Liberazione di San Pietro), nella sua sede (Incontro tra Attila e Leone Magno) e nel suo patrimonio (Cacciata di Eliodoro dal Tempio). Non a caso, fu lo stesso pontefice ad accordarsi con Raffaello sugli episodi, per l’appunto con l’intento di spiegare il suo programma politico, un programma mirato a liberare l’Italia – occupata in quel momento dai Francesi – così da restituire al papato il potere temporale minacciato.

Quando il maestro urbinate iniziò a lavorare alla Stanza si trovò ancora una volta davanti ad un soffitto già preparato e avviato durante la prima campagna di lavori del 1507-08, quando in queste stesse stanze erano operosi una serie di altri pittori giunti prima dell’arrivo di Raffaello, poi licenziati da Giulio II. Qui, in particolare, il pittore senese Baldassarre Peruzzi con la sua bottega aveva impostato la volta, che divise in quattro costoloni, impostazione che Raffaello inizialmente scelse di mantenere, per poi rimettervi mano dopo aver completato gli affreschi sulle pareti. Fu solo allora, nel 1514, che il maestro eseguì sul soffitto quattro campi trapezoidali ad episodi biblici (Sacrificio di Isacco, Scala di Giacobbe, Dio Padre appare a Mosè sotto forma di roveto, Uscita dall’Arca), l’ultimo elemento realizzato prima di passare all’ambiente successivo.

Raffaello, Cacciata di Eliodoro dal Tempio, 1512, Vaticano, Stanza di Eliodoro

Il primo affresco a cui Raffaello iniziò a lavorare è anche quello che dà il nome alla Stanza: la Cacciata di Eliodoro dal Tempio. Illustra un episodio raccontato nel Libro dei Maccabei della Bibbia, oggi considerato apocrifo ma allora dato per canonico, il cui messaggio è essenzialmente il seguente: «Se vi opponete alla mia volontà di Pontefice, che è quella divina, farete la stessa fine di Eliodoro ». Secondo la leggenda, infatti, Eliodoro venne inviato dal re di Siria Seleuco ad impossessarsi del tesoro conservato nel tempio di Gerusalemme. Su preghiera del gran sacerdote Onia, Dio inviò un cavaliere con due giovani, i quali percossero e cacciarono Eliodoro. Nell’opera, il pontefice committente si fa rappresentare come testimone ed assiste alla scena (in primo piano a sinistra) seduto sulla sedia gestatoria, portata a spalle dai sediari, di cui quello a sinistra mostra i tratti di Marcantonio Raimondi, incisore ed amico di Raffaello, raffigurato invece nel personaggio più a destra. Dal punto di vista stilistico, nell’opera in questione è intervenuto un cambiamento rispetto alla Segnatura: l’idea di spazio è divenuta di gran lunga più irreale grazie ad una prospettiva giocata sull’illusione ottica della successione di archi, che vediamo perdersi nella penombra data dalla luce dei candelabri sacri fino all’apertura sul fondo.

Raffaello, Messa di Bolsena, 1512-13, Vaticano, Stanza di Eliodoro

Subito dopo, fu la volta della Messa di Bolsena, che rappresenta l’episodio più antico della storia della Chiesa, avvenuto nel 1263 a Bolsena, nei pressi di Orvieto, dove, durante la messa celebrata da un prete boemo, al momento della consacrazione stillò dall’ostia il sangue di Cristo, macchiando il corporale e fugando così i dubbi del celebrante sulla transustanziazione (vale a dire sul cambiamento della sostanza del pane e del vino in quella del corpo e del sangue di Cristo nell’Eucarestia). Il miracolo diede origine alla festa del Corpus Domini e alla costruzione del Duomo di Orvieto, dove il corporale era stato trasferito. Giulio II si fa raffigurare nei panni di papa Urbano IV, l’allora pontefice, ed assiste al miracolo inginocchiato a destra dell’altare. Alle sue spalle sono raggruppati dei cardinali e degli ufficiali dell’esercito svizzero, il quale ebbe un ruolo fondamentale nei successi militari di papa Della Rovere nelle guerre contro i francesi. Ancora una volta, dunque, il soggetto è legato alla politica di Giulio II e, dal punto di vista stilistico, l’opera può inquadrarsi nella fase veneziana di Raffaello.

Raffaello, Liberazione di San Pietro, 1513-14, Vaticano, Stanza di Eliodoro

Il terzo affresco in ordine di realizzazione è la Liberazione di San Pietro: osservando questa scena, per gli spettatori cinquecenteschi era immediato il collegamento con Giulio II. Infatti, quando era ancora cardinale, egli era stato titolare della Basilica di San Pietro in Vincoli, dove si conservano le catene della prigionia di San Pietro. L’opera mostra il principe degli apostoli nonché primo papa, tratto miracolosamente in salvo dal carcere da un Angelo mentre le guardie giacciono addormentate. Qui la pittura raffaellesca raggiunge un picco: egli confronta la luce divina dell’angelo con quella dell’alba, della luna, delle fiaccole e dei loro riflessi sulle armature, e persino con quella naturale che entra dalla finestra sottostante, creando effetti straordinari e mettendo in campo una batteria di fonti luminose diverse e spettacolari.

Raffaello, Incontro tra Attila e Leone Magno, 1514, Vaticano, Stanza di Eliodoro

Quarto ed ultimo affresco della Stanza di Eliodoro è l’Incontro tra Attila e Leone Magno, terminato dopo la morte di Giulio II, durante il pontificato del suo successore Leone X (uno dei figli di Lorenzo il Magnifico, pontefice dal 1513 al 1521). Quest’ultimo, committente straordinario e coltissimo, decise di mandare avanti il cantiere delle Stanze e infatti compare due volte nella stessa scena: ritratto sotto le spoglie di Papa Leone Magno e come cardinale. L’idea di partenza era un soggetto che si confaceva perfettamente alla personalità guerriera di Giulio II, il quale aveva concordato un episodio della storia medievale della Chiesa secondo cui la miracolosa apparizione di San Pietro e di San Paolo armati di spada durante l’incontro tra Papa Leone Magno e Attila (452 d.C.) fece desistere il re degli Unni dal desiderio di invadere l’Italia e marciare su Roma. Tuttavia, quando Leone X salì al soglio pontificio, desiderava un affresco che rappresentasse la sua linea politica, non quella del suo predecessore. E Papa Medici voleva essere un pontefice che portava la pace, un papa diplomatico e conciliatore, non combattivo come Giulio II. Pertanto la soluzione finale concordata da Leone X e Raffaello consistette nel combinare parti delle versioni precedenti: non un soldato, ma un papa benedicente che arriva a porre fine a questa stagione di guerre che lo hanno preceduto. L’episodio, peraltro, è ambientato alle porte di Roma, identificata dal Colosseo, un acquedotto, un obelisco e altri edifici, sebbene in realtà il fatto storico sia avvenuto nel nord Italia, nello specifico nei pressi di Mantova.

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Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.