ArtePrimo PianoRaffaello Sanzio e le Stanze Vaticane: la Sala dei Chiaroscuri o dei Palafrenieri

Martina Scavone Martina Scavone8 Ottobre 2019
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Collocata nell’antico nucleo medievale del Palazzo Apostolico, la Sala dei Chiaroscuri un tempo ospitava i cubicolarii, ossia gli addetti alla sorveglianza del cubiculum, termine con il quale si era soliti chiamare la camera da letto del Pontefice, e i palafrenieri, cui spettava il compito di trasportare a spalla la sedia gestatoria del Papa. Per tale ragione l’ampio ambiente è altresì noto come Sala dei Palafrenieri o Sala del Pappagallo, probabilmente per l’usanza in voga sin dal Medioevo di conservare al suo interno una gabbia con il simpatico volatile. Peraltro, a ricordo di questa antica denominazione, vi si trova un dipinto murale raffigurante proprio due pappagalli attribuito a Giovanni da Udine (1487-1561), uno dei più brillanti allievi e collaboratori di Raffaello. Nel Cinquecento, invece, la Stanza cambiò destinazione d’uso e divenne la sede prediletta per i concistori segreti, ossia le solenni adunanze del Pontefice con i cardinali. Si dice, inoltre, che in seguito divenne la Sala in cui veniva esibito il corpo del Papa prima della sepoltura nelle Grotte Vaticane.

Raffaello e bottega, Sala dei Chiaroscuri, 1517-18, Vaticano

Qualunque fosse la sua effettiva funzione, la Sala in questione – posta al secondo piano, a nord della Sala di Costantino e confinante con la Loggia di Raffaello e con la Cappella Niccolina – venne decorata tra il 1517 e il 1518 da Raffaello e bottega per volere di Papa Leone X (1513-1521). Su disegno del Maestro, i suoi collaboratori realizzarono il soffitto ligneo a cassettoni dorati, il quale mostra all’interno dei lacunari le imprese e le armi del committente; ma alle loro sapienti mani si devono altresì le figure a chiaroscuro (da cui il nome dell’ambiente), ovvero la serie degli Apostoli e Santi che si stagliano all’interno di edicole ad affresco alternate a finte colonne. Le pareti, infatti, sono decorate da un’architettura dipinta con colonne che sorreggono un architrave sopra il quale corre un fregio decorato da girali vegetali e coppie di putti. Sui piedistalli sottostanti, finti rilievi marmorei ricordano il martirio dei personaggi sopra rappresentati, mentre in alto – al centro dei timpani delle edicole – compaiono le personificazioni delle Virtù.

Raffaello e bottega, Sala dei Chiaroscuri, 1517-18, Vaticano

Tuttavia, gli affreschi originali andarono perduti pochi anni dopo, al tempo di Paolo IV (1555-1559), ragion per cui nel 1560 la Stanza fu completamente ridipinta dai fratelli pittori Federico e Taddeo Zuccari, i quali si limitarono perlopiù a restaurare le parti abrase. Infatti, ad oggi, rimangono numerose tracce della decorazione originaria, specie in corrispondenza delle figure di San Giovanni Evangelista, San Lorenzo e San Matteo, contrassegnate da graffiti con gli anni 1518, 1519, 1540, 1541. Al centro della sala campeggia un gruppo ligneo della Flagellazione di scuola umbra del XIV e XV secolo.

La bottega di Raffaello subentrò all’incirca in questo periodo, quando l’artista era talmente sovraccarico di committenze da non poter fare a meno di avvalersi di un ventaglio di collaboratori. Fu appunto allora che il Maestro maturò la decisione di allestire un efficiente laboratorio artistico perfettamente organizzato, in grado di gestire con rapidità incarichi sempre più importanti garantendo contemporaneamente un elevatissimo livello qualitativo della produzione.

Per riuscire nell’impresa, egli si circondò non solo di garzoni e apprendisti ma anche di artisti di talento e in breve tempo la sua bottega divenne il più attivo laboratorio di pittura a Roma. In un primo momento, i suoi allievi si dedicavano principalmente alle attività di preparazione e rifinitura di affreschi e quadri. Col passare degli anni, tuttavia, Raffaello iniziò a delegare sempre più l’intera fase esecutiva delle opere ai collaboratori, che ebbero così un’occasione di crescita professionale unica; teneva per sé solo le fasi di studio, progettazione e la realizzazione del disegno preparatorio. Pertanto, l’atelier di Raffaello divenne una sorta di scuola per molti artisti che, successivamente, ebbero importanti carriere individuali. Il già citato Giovanni da Udine, ad esempio, giunse nella bottega raffaellesca come decoratore ma, pochi anni dopo, divenne un abile pittore, anticipatore delle scene di natura morta seicentesche.

Ciò nonostante, i collaboratori del maestro urbinate che riscossero maggior fortuna e lasciarono il proprio nome scritto nella storia furono altri: Polidoro da Caravaggio, Perin del Vaga, Giovan Francesco Penni e, soprattutto, Giulio Romano, il quale divenne uno dei principali interpreti del Manierismo. Penni e Romano, nello specifico, furono eredi testamentari della bottega di Raffaello e vennero incaricati di completare molte opere rimaste incompiute per la prematura scomparsa del maestro, come la Trasfigurazione, l’Incoronazione della Vergine, Villa Madama e gli ultimi affreschi delle Stanze Vaticane.

Martina Scavone

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.