ArtePrimo PianoRaffaello Sanzio e le Logge Vaticane

Martina Scavone Martina Scavone4 Novembre 2019
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Il cantiere delle Logge Vaticane consta di un lungo apparato decorativo che narra per intero la storia della Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) e che comprende tre ambienti su altrettanti piani del Palazzo Apostolico affrescati dalla bottega raffaellesca perlopiù su disegno del Maestro.

Il primo architetto delle Logge fu Donato Bramante (1444-1514), che inizialmente agì per volere di Giulio II (1443-1513) per poi proseguire i lavori sotto il suo successore, Papa Leone X (1475-1521). Raffaello subentrò solo dopo la dipartita dell’architetto, occupandosi anche della decorazione a stucco e a fresco degli ambienti delle Logge. Certo è che il cantiere fu terminato al principio del 1519, quel che non si conosce con esattezza è la data di inizio, infatti la prima progettazione potrebbe risalire al 1516 o al 1517, se non al 1518. Raffaello dovette limitarsi ad ideare genericamente la decorazione, a sovrintendere ai lavori e a fornire (talvolta) i disegni per le scene. Si ricordi infatti che il Maestro urbinate in quegli stessi anni era attivo altresì nelle Stanze Vaticane e nel cantiere della Basilica di San Pietro, dove fu chiamato ancora una volta in sostituzione di Bramante. Dunque si trovò nelle condizioni di dover mettere insieme una squadra composita di giovani pittori che lavoravano con l’obiettivo comune di realizzare un vastissimo ciclo che, per volontà del committente, si doveva presentare interamente come un’opera di stampo raffaellesco, ragion per cui venne chiesto agli artisti di far sì che gli affreschi fossero più omogenei possibile e più simili gli uni agli altri. Per questo ad oggi risulta ancor più difficile distinguere le varie mani dei collaboratori. Ma chi erano tali personalità? In primis Giovan Francesco Penni, al quale spettava l’onere di mettere in pulito gli schizzi del Maestro. Per quanto riguarda l’esecuzione, Raffaello affidò a Giovanni da Udine il compito di supervisionare l’esecuzione delle parti ornamentali (sia pittura che stucco). Infine, Giulio Romano fu scelto come caposquadra per i lavori di figura. Dunque furono molti gli artisti che parteciparono all’impresa: oltre a quelli già citati, Vasari ricorda Perin del Vaga, Polidoro da Caravaggio, Pellegrino da Modena ed altri. Pertanto può dirsi che quello delle Logge fu un cantiere cruciale nella storia della cultura artistica tutta, infatti è qui che la bottega raffaellesca fece un salto in termini di efficienza, poiché il Maestro fu incaricato di decorare in fretta e in modo spettacolare tredici piccole campate coperte da una volta a padiglione.

Le Logge vaticane chiuse con vetrate, così come si presentano ad oggi dall’esterno

Le Logge, che solo in seguito vennero chiuse con vetrate, erano uno spazio destinato alle passeggiate e ai colloqui privati del Pontefice, il quale poteva accedervi direttamente dal suo appartamento. Non a caso, la prima ad esser decorata fu proprio la Loggia situata al secondo piano, in quanto adiacente all’appartamento papale. Si tratta di una lunga galleria (65 metri per una larghezza di circa 4 metri) confinante, sul lato opposto a quello del cortile, con la Sala di Costantino e la Sala dei Palafrenieri.

Subito dopo fu la volta della cosiddetta Prima Loggia, al piano nobile; tuttavia in questo caso gli affreschi raffaelleschi, già molto compromessi, vennero sostituiti da una nuova decorazione nella seconda metà dell’Ottocento. Numerosi inoltre sono i restauri che si susseguirono nei secoli, che compromisero ulteriormente la freschezza dell’originale.

Esiste infine un’ultima loggia, al terzo piano, che venne decorata dopo il 1550 da Giovanni da Udine. Questa è affiancata dalla cosiddetta Loggetta del cardinal Bibbiena, un piccolo ambiente di forma rettangolare (15,74 x 3,12 metri, alto 4,64 al sommo della volta) affacciato sul Cortile del Maresciallo e confinante con la Stufetta del cardinal Bibbiena – decorata nel 1516 circa sempre dalla bottega di Raffaello – la quale faceva parte degli appartamenti del cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena. La Loggetta del cardinale, databile al 1519, è composta da tre arcate maggiori e quattro minori sul lato lungo, alternate e aperte sul cortile; qui sopravvivono raffinate grottesche della scuola di Raffaello, che vennero scialbate per poi esser riscoperte solo nel 1906.

Raffaello e bottega, Logge Vaticane, grottesche (part.)

Tutti i pilastri e le pareti del lato chiuso delle Logge Vaticane presentano una decorazione con grottesche e mostrano figure legate perlopiù a temi mitologici; alcune invece riproducono opere d’arte celebri, come il Torso del Belvedere, il San Giorgio di Donatello e il Giona del Lorenzetto nella Cappella Chigi, forse scolpito su disegno dallo stesso Raffaello; altre ancora sono legate ad avvenimenti coevi al Papa e alla sua corte, come ad esempio l’episodio di Leone X che impartisce la benedizione a un prelato sotto le Logge.

Nel registro inferiore corre uno zoccolo dipinto a monocromo che riprende temi biblici i quali, secondo Vasari, sono da riferire tutti a Perin del Vaga.

Sotto ciascuna volta si trovano poi quattro “storie” a fresco contornate da cornici a stucco di forma differente (esagonale, rettangolare o centinate), mentre agli angoli campeggiano grottesche o decorazioni architettoniche. Al centro delle volte si stagliano degli stemmi: in quella centrale l’emblema di Papa Leone X con le chiavi di san Pietro, in tutte le altre vittorie o genietti con il gioco, tratte dall’insegna personale di Giovanni de’ Medici prima di divenire Papa.

Raffello e bottega, Giosuè ferma il sole, decima volticella (part.), Città del Vaticano, Logge di Raffaello

Le prime dodici volticelle raffigurano storie del Vecchio Testamento, mentre l’ultima è tratta dal Nuovo; tale ricchezza di scene ha fatto sì che il complesso decorativo fosse conosciuto anche come la “Bibbia di Raffaello”.

Antonio Paolucci, storico dell’arte e direttore dei Musei Vaticani, ha affermato: «Raffaello è senza dubbio il più grande pittore del secondo millennio, e la Loggia è la sua più importante eredità». Quali parole migliori per concludere il ciclo di appuntamenti dedicati alle imprese vaticane di Raffaello; un’eredità immortale, come sottolinea lo studioso, che riecheggerà per secoli in tutta la sua bellezza e imponenza.

Martina Scavone

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.