Michel Pastoureau apriva Il piccolo libro dei colori (2005) notando come «a forza di averli sott’occhio, si finisce per non vederli più. Insomma, non li si prende sul serio». In effetti è vero: spesso non ci si sofferma sul perché di alcune scelte cromatiche nella letteratura, nel linguaggio comune o nel marketing. Probabilmente in pochi si sono chiesti perché Flaubert veste di blu Madame Bovary o sanno che le imprese (e non solo) difendono strenuamente i colori che le identificano presso il pubblico o, ancora, si sono domandati perché quando si hanno i conti in rosso si finisce per ritrovarsi al verde. I colori veicolano codici e messaggi: le indicazioni stradali li usano per informare chi non avrebbe il tempo di leggere un lungo testo scritto, le donne per valorizzare i propri tratti grazie ai cosmetici, gli esperti di marketing per indirizzare i consumatori verso l’acquisto di beni.
Lo studio di luce e colore nei secoli ha attratto scienziati, poeti, artisti, filosofi. Se Isaac Newton tanto impegno aveva messo nello studio sulla composizione della luce e nell’enunciazione della sequenza prismatica, John Keats lamentava nella sua Lamia (1819) questa ossessione della filosofia e delle scienze di «disfare l’arcobaleno» e annientare con freddo tocco i misteri del mondo. Nel dubbio, un antinewtoniano come Johann Wolfgang von Goethe si diede pena di risistemare i colori. D’altro canto, anche molti artisti sembrano faticare nel recepire il corretto modo di “dipanare” la luce: tra questi John Constable che, benché fosse un acuto osservatore della natura e dei suoi paesaggi, notoriamente sbagliava l’ordine dei colori dell’arcobaleno secondario (che per ragioni che sarebbe lungo e difficile spiegare risulta invertito rispetto all’ordine del primario), così come il preraffaellita John Everett Millais che dovette correggere, per le critiche di un pubblico troppo pignolo, il medesimo errore nel suo La ragazza cieca (1856). Ma d’altro canto «tentare di dipingere secondo le regole scientifiche circa l’uso del colore» – affermava Paul Klee – «significa rinunciare alla ricchezza dell’anima».
Spesso nell’arte, e non solo, l’uso del colore è giustificato dal messaggio che tramite questo si vuole diffondere, ma bisogna fare attenzione perché i colori e i loro significati non sono immutabili: parliamo di un linguaggio in continua evoluzione, che trasmette informazioni, le quali però possono variare nel corso delle diverse epoche storiche a seconda del sostrato simbolico, sociale e religioso.
Prendiamo il blu, ad esempio. Si potrebbe dire, eufemisticamente, che a greci e romani non piacesse: era una disgrazia perfino nascere con gli occhi azzurri, soprattutto per una donna, la cui dissolutezza era evidente già dalla pigmentazione dell’iride. Nelle sue commedie, Terenzio utilizzava questo colore per sottolineare i caratteri grotteschi dei personaggi negativi. Il blu era il colore dei barbari e della morte. Dopo l’anno 1000 si riscopre la bellezza di questo colore, tanto da tingervi l’abito della Madonna: non si può negare che la Santa Vergine abbia contribuito molto alla rivalutazione di un pigmento in origine tanto odiato. Tra Settecento e Ottocento il blu diventa il colore-simbolo di un’intera stagione del romanticismo tedesco: il fiore blu di Novalis è l’emblema dello struggimento romantico, del sogno e della poesia. La stessa aria sognate che contraddistingue Emma Bovary, felice a teatro nella sua gonna di seta azzurra, come azzurra è anche la carrozza che avrebbe tanto voluto avere per raggiungere il suo amante a Rouen: si potrebbe pensare che per l’eroina di Gustave Flaubert il blu fosse il colore della felicità e dell’illusione, fino ad arrivare al boccale contenente l’arsenico, probabilmente l’ultimo desiderio di donna infelice.
Storie simili si potrebbero raccontare di altri colori. Il verde, sempre in bilico tra caratteri positivi e negativi, buona e cattiva sorte: nel Medioevo era il colore del Diavolo e per questo indice di eventi nefasti, sebbene col tempo lo si sia accostato a un concetto più vago e neutro di destino. Tutto ciò che è mutevole, aleatorio e capriccioso ha una relazione con questo colore volubile: la fortuna, i tavoli da gioco, lo stesso denaro. Ambivalente anche il rosso, colore di forti passioni, energia e addirittura Redenzione.
Le imprese spendono milioni per testare i colori sui consumatori. Per quale ragione? L’analisi sensoriale è uno strumento che alcuni settori di mercato utilizzano da anni con successo: si pensi alla cosmesi ma anche al settore agroalimentare, alla moda, al design, alla musica. L’obiettivo è quello di uscire dagli schemi e coinvolgere in modo più profondo l’interlocutore: ammettendo che lo scopo sia quello di mettere il consumatore in condizione di distinguere i prodotti e i servizi che gli vengono offerti in base alla loro origine, tale operazione può essere svolta da qualunque organo sensoriale. Il segno distintivo può essere percepito con la vista, con l’udito, con il tatto, con l’olfatto o anche con il gusto. Non è casuale il “frastuono sensoriale” che caratterizza i luoghi pubblici, i centri commerciali e i media. Gli esperti di comunicazione conoscono bene l’importanza dello scegliere con cura la gamma di colori per la creazione di un piano di “corporate identity”: il pubblico memorizzerà il marchio visivamente e solo in un secondo momento verbalmente. Il linguaggio d’impresa è molto meno poetico, però, di quello degli artisti: i colori sono catalogati e raccolti mediante classificazioni e codici, che permettono di individuare una sterminata scelta cromatica. L’obiettivo che si intende perseguire è quello per cui, percependo una determinata tonalità, il consumatore associ d’istinto il prodotto all’impresa. Non è un caso che spesso si faccia riferimento al “blu Tiffany” o al “rosso Ferrari”. Il celeberrimo logo di Barbie, uno tra i più famosi al mondo, è stato registrato sessant’anni fa e ha il suo inconfondibile tono di rosa: la scelta del colore non è ovviamente casuale, il rosa è infatti il colore associato alla femminilità, alla giovinezza e alla dolcezza. Non è raro, infine, soprattutto per le grandi imprese, scontrarsi in un’aula di tribunale per “questioni di sfumature”: in Germania, nell’ottobre del 2004, la Milka ha corso il rischio di dover stingere la sua famosa mucca lillà a seguito di un procedimento tenutosi presso la corte federale di giustizia.
La realtà è che ogni colore esiste, prima e più che in se stesso, per come l’occhio e il cervello umano lo percepiscono. Sebbene scienza e tecnica possano dare spunti interessanti, è la società a sollevare questioni simboliche, estetiche, psicologiche. Alla luce di quanto detto, sembra lecito affermare che se “un’immagine vale più di mille parole” buona parte di questo valore risiede proprio nel colore.

Irene Colasimone
Nata a Roma nel febbraio 1993. laureata in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi Roma Tre con una tesi in diritto industriale. Appena può si rifugia in un museo, un teatro o un bosco. Ha la mente piena di codici, il cuore colmo di libri e gli occhi immersi nelle bellezze della Città Eterna.