LetteraturaPrimo PianoQuella volta in cui Charles Baudelaire navigò verso l’India e tornò indietro

Adele Porzia Adele Porzia21 Gennaio 2021
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Qualcuno ha detto – ed è questa un’affermazione pesantissima per un italiano – che il mondo non ha probabilmente mai conosciuto poeta più grande di Charles Baudelaire. E si sa che di critici esaltati è piena la terra, ma questa lapidaria sentenza – seppur estrema – ha del vero. E, per quanto possa dolere il cuore a un qualunque italiano che rammenti l’inizio della Divina Commedia o che ricordi di Silvia e dei suoi «occhi fuggitivi», si deve pur dare a Baudelaire quel che è di Baudelaire. Infatti, se la modernità ha fatto il suo nobile ingresso nella poesia, il merito è proprio di questo incredibile poeta francese che parlava di lampioni, treni, carrozze, quando i suoi contemporanei rimpiangevano il passato bucolico e condannavano il progresso e quel presente troppo veloce. Baudelaire scriveva qualcosa di totalmente nuovo, seppur nella forma classica, mentre Paul Verlaine si lamentava giungendo a dire che ormai fosse stato già tutto scritto e che un poeta fosse condannato a ripetere cose dette e ridette.

Ma, a parte la sua arte, di cui si è già sentito parlare, non lasciamoci sfuggire l’occasione di trattare un lato inedito della vita di questo scrittore, che ci fornisce contezza vera del genio che si cela dietro quei versi splendidi che danno forma a un capolavoro quale I fiori del male. Baudelaire, innanzitutto, era un tipo ribelle. Nacque in un anno benedetto – il 1821 – insieme a Gustave Flaubert e all’immenso Fëdor Dostoevskij, sito da tutt’altra parte del mondo. E per tutta la vita litigò a spada tratta con tutti i suoi familiari, ma in particolar modo con la madre che, consapevole della “vivacità” del figlio, gli aveva affiancato un uomo che lo controllasse, in modo che non dilapidasse il patrimonio di famiglia e non socializzasse con la gentaglia che aderiva ai moti rivoluzionari. E il nostro Baudelaire, tra una lite e l’altra, nonché qualche rissa nei bassifondi, passava buona parte del suo tempo seduto sulle panchine al porto o in stazione, per osservare le navi che partivano o i treni che giungevano, fantasticando di lasciare quella Parigi così noiosa e asfissiante. Sognava palme e luoghi esotici, strade gremite e nuvole, nuvole ovunque, che si addensassero in un cielo azzurrissimo, annunciando una pioggia tropicale.

Desiderava più d’ogni altra cosa imbarcarsi alla volta dell’India e restare lì, per sempre, senza rivedere quell’odiatissima Parigi. Un giorno, non si sa bene quando, ebbe modo di far avverare il suo sogno e, dopo aver salutato qualche amico e fatto le valigie, salutò Parigi e famiglia da lontano, direttamente dalla nave che l’avrebbe portato in India. Navigò per tre mesi, con la trepidazione dei ragazzini, agitandosi sulla nave e camminando avanti e indietro, finché non vi fu una terribile tempesta che obbligò l’imbarcazione a un ancoraggio d’emergenza presso l’isola di Mauritius per delle riparazioni. Baudelaire scese dalla nave e si ritrovò in un’isola splendida, con le sue adorate palme e un mare cristallino.

Passò circa un mese e qualcosa cambiò nel suo animo. Non aveva fatto i conti, il nostro Baudelaire, con il suo “spleen”, con quel malessere che si portava dietro da tutta la vita, un sentimento simile a quello che noi oggi chiameremmo depressione. Passò dei giorni terribili, in agonia, con una tristezza tremenda e giorni, invece, di totale apatia. Se ne stava sull’assolata spiaggia a guardare l’orizzonte, senza provare alcuna gioia. Fu in quei momenti che comprese che nulla sarebbe cambiato in India, perché poco dopo quell’iniziale allegria sarebbe nuovamente piombato nella profonda mestizia, che ben conosceva. Non c’era altro da fare: ordinò al capitano di tornare indietro. E, visto che c’era solo lui su quell’imbarcazione, insieme a un nutrito equipaggio di uomini scelti, si tornò in Francia.

Baudelaire trascorse altri tre mesi in quel profondo turbamento quando, all’improvviso, alzò gli occhi al cielo e guardò le nuvole che passeggiavano nella volta celeste mentre coprivano e scoprivano il sole. Si sentì stranamente felice, appagato, ed ebbe il sentore di aver compreso la più grande verità: che ogni uomo è piccolo, fugace, quasi inconsistente, rispetto a quel cielo che lo attornia, come quelle nuvole che scorrono placide sotto il sole. Capì, per dirla con Giacomo Leopardi, «che tutto al mondo passa e quasi orma non lascia». E, per un attimo, trovò un antidoto all’angoscia.

Ne fece un brevissimo racconto, che chiamò Lo straniero (contenuto all’interno dell’opera Lo spleen di Parigi), basato su un dialogo tra due uomini. Possiamo indovinare dietro chi si celasse Baudelaire: «Dimmi, chi ami di più, tu, uomo enigmatico? Tuo padre, tua sorella o tuo fratello? / Non ho padre, né madre, né sorella o fratello. / I tuoi amici? / Usi una parola il cui significato mi è ancora sconosciuto. / La tua patria? / Ignoro quale sia la sua latitudine / La bellezza? / L’amerei volentieri, dea immortale. / Ma allora cos’ami, straniero straordinario? / Amo le nuvole… le nuvole che passano… laggiù… laggiù… le meravigliose nuvole!». E ogni volta che sentì la tristezza montargli dentro, alzò gli occhi al cielo. E, in quella sua vita così infelice e travagliata, trovò momenti di pace.

Adele Porzia

Adele Porzia

Nata in provincia di Bari, in quel del ’94, si è laureata in Filologia Classica e ha proseguito i suoi studi in Scienze dello Spettacolo. Giornalista pubblicista, ha una smodata passione per tutto quello che riguarda letteratura, teatro e cinema, tanto che non cessa mai di studiarli e approfondirli.