CinemaPrimo PianoQuella piccola differenza: il cinema di Duccio Tessari

Alessandro Amato Alessandro Amato17 Novembre 2019
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«Nessuno di noi inventa niente, hanno inventato tutto Omero e Tolstoj». E se a dirlo è uno come Duccio Tessari, che ha cominciato assistendo le regie di una decina di peplum (film in costume di ambientazione mitologico-romana), forse c’è da credergli sorridendo. In quel contesto conoscerà un altro aiuto regia celebre di nome Sergio Leone, ed entrambi firmeranno la loro opera prima proprio nell’ambito di quel genere così popolare nei primi anni Sessanta. Arrivano i titani (1962) di Tessari viene ricordato fra i più originali e solidi “sandaloni”, riconoscibile perché ammantato da un’aura di autoironia, spesso assente in quel tipo di operazione, e da un generale senso di risolutezza che fa pensare quasi al testamento di un’epoca che sta volgendo al termine. Non è un caso se l’attrice Antonella Lualdi, oggi vivace ottantottenne, lo ricorda come il miglior film al quale abbia mai partecipato. Protagonista maschile era il ventiquattrenne Giuliano Gemma, in tempi non sospetti, in seguito lanciato proprio dal regista genovese nella serie di spaghetti-western dedicati a Ringo.

Infatti, non bisogna dimenticare che dietro il genio di Leone, nella creazione di quelle epopee di frontiera in salsa nostrana con Per un pugno di dollari (1964), c’è il co-sceneggiatore Tessari insieme agli amici Fernando Di Leo e Tonino Valerii, i quali proseguiranno (il secondo più del primo) nello sviluppo del filone con fortune alterne ma significative. Una vera e propria bottega artigiana che porterà, per almeno un decennio, l’intuitività e la prontezza del nostro cinema ad un imitatissimo successo planetario. Ancora quando l’entusiasmo per lande desolate e pistole urlanti non sembra volersi sopire, Duccio contribuisce alla crescita di un altro genere, ovvero la commedia spionistica con il cult Kiss Kiss… Bang Bang (1966). Il film fu scritto con un Di Leo ancora pre-noir e con quel Bruno Corbucci che poi avrebbe inventato “Er Monnezza” con Mario Amendola e Tomas Milian, regalando alle sale cinematografiche italiane respiro fino alla fine degli anni Settanta.

Ma Tessari era appunto uno di quei cineasti che non disdegnava la pagnotta, quindi appena questi filoni si fossilizzarono ebbe la prontezza di abbandonare la nave in tempo e di passare ad altro. Il poliziesco La morte risale a ieri sera (1970) rientra nel contesto di pellicole tratte dai romanzi di Giorgio Scerbanenco, il quale era appena scomparso, dedicati al commissario Duca Lamberti. Per esempio, anche Di Leo ne realizzò uno in quegli anni, intitolato I ragazzi del massacro (1969). Tessari lavora sulla tensione drammatica, sull’impotenza di un padre (il veterano Raf Vallone) alla ricerca di una figlia rapita senza apparente motivo. Rivisto oggi, questo film, risulta persino attuale. Mentre il successivo Una farfalla con le ali insanguinate (1971) vola sulla scia dei titoli animaleschi del thriller all’italiana ma è in realtà un altro giallo d’investigazione che orbita intorno al corpo erotizzato e magnetico di Helmut Berger. Ed è gustosissima la scena dello scontro finale girata come se fosse il duello di uno spaghetti-western. In fondo un po’ gli apparteneva, quella roba.

Mentre gli anni Settanta sembrano correre più veloci, dal polar alla siciliana Tony Arzenta (1973) con Alain Delon al thriller L’uomo senza memoria (1974) con Luc Merenda, dal blackexpoitation Uomini duri (1974) con Lino Ventura alla commedia avventurosa Safari Express (1976). In quest’ultimo curioso film il regista affianca Ursula Andress a Giuliano Gemma, ma soprattutto dirige uno scimpanzé con la maestria di un prestigiatore. Chiunque abbia lavorato con Duccio Tessari giurerebbe di non aver mai visto un così bel set, di essere stato coccolato e vezzeggiato dall’inizio alla fine, come se ci si fosse trovati sempre in una grande riunione di famiglia. Il figlio Cristiano, che partecipò ad alcuni di questi lavori come assistente scenografo, è persino convinto che come cineasta suo padre fosse migliore non solo di Leone ma anche di molti autori ben più celebrati del nostro cinema. Si tratta solo di amore parentale? In ogni caso, il regista ha fatto la sua parte nel grande calderone della nostra filmografia di genere, e non è una parte indifferente.

Come molti altri della sua generazione, negli anni Ottanta Tessari passerà ai prodotti televisivi, ma solo dopo aver dato un colpo di coda col gustoso Un centesimo di secondo (1981). Si tratta di una sorta di dramma sportivo ambientato sulla neve, con protagonista lo sciatore Gustavo Thoeni e la giovanissima Antonella Interlenghi (figlia della Lualdi e dell’attore Franco Interlenghi). Soprattutto nella prima parte, il film mescola con una certa intelligenza momenti di commedia giovanile con intense discese su pista riprese a rallentatore. Quasi – ci si conceda l’ironia che contraddistingueva Tessari – l’anello mancante fra La grande estasi dell’intagliatore Steiner (1974) di Werner Herzog e Vacanze di Natale (1983) di Carlo Vanzina, in cui peraltro ritorna la Interlenghi. Un’operazione figlia della sua epoca che oggi fa sorridere per le numerose ingenuità narrative e una improbabile carica drammatica su dinamiche che non hanno alcun riscontro sulla glaciale faccia di Thoeni.

In questi mesi di lavoro sul cinema italiano – per così dire – medio, abbiamo constatato come sia evidentemente difficile scrivere di un regista che non è mai stato assurto ad autore. Ma con Tessari è ancora più difficile proprio per la varietà delle opere di cui sopra, così legate alla circostanza del successo commerciale e alla necessità di rimanere a galla in un sistema che fa in fretta a rimuoverti. Duccio Tessari è stato anche teorico di se stesso, producendo per il piccolo schermo un documentario sullo spaghetti-western e accettando negli stessi anni di dirigere l’adattamento di un fumetto di genere con Tex e il signore degli abissi (1985). La pellicola è datata e dimenticabile, ma testimonia come tutti quegli elementi che lui e i suoi collaboratori avevano radicalizzato vent’anni prima ormai sul grande schermo non potessero più funzionare, nemmeno filtrati dall’iconicità di un personaggio. E l’imbolsito Gemma può far poco per salvare l’insalvabile. Meglio rifugiarci nel “Paradiso del cane”, ovvero la pensione raccontata in C’era un castello con 40 cani (1990), film che Tessari dedica ai suoi figli e che affida agli occhi del piccolo Salvatore Cascio uno sguardo ancora fiducioso sul mondo, in chiusura di una carriera all’insegna dell’ironia. Quella piccola differenza.

Alessandro Amato

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E". e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.