ArtePrimo PianoQuando il Club 57 incontra l’Italia del Bernini

Avatar Giulia Ferri28 Agosto 2019
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Ancora pochi giorni per poter ammirare presso il Museo Carlo Bilotti di Roma le opere di Frank Holliday, esponente di quella giovane generazione di artisti che nella New York degli anni 80’ rivoluzionò il mondo dell’arte e della musica. Assiduo frequentatore dello storico Club 57, Holliday rientrò a pieno titolo tra gli artisti più famosi della scena underground del famoso locale nell’East Village; soprannominato anche l’Anti Studio 54, il Club 57 divenne lo status symbol di un’arte di strada caratterizzata da voglia di cambiamento e libertà nei confronti del sistema classista del tempo. Insieme a Holliday, altri giovani squattrinati del tempo trovarono in quelle quattro mura l’ambiente perfetto per sperimentare la propria arte e le proprie vite, come Keith Haring, Madonna e Jean Michel Basquiat; una vera e propria fucina artistica che avrebbe rivoluzionato gli anni a venire.

La mostra Frank Holliday in Rome, in esposizione fino al 13 settembre, permette al visitatore di scoprire un volto relativamente nuovo dell’artista americano che ci propone una personale collezione di 36 opere realizzate interamente durante il 2016, anno che vede la permanenza stabile nella Capitale italiana dell’artista americano. Frutto di un’attenta analisi estetica della produzione artistica dei grandi maestri italiani, il risultato è una produzione fortemente influenzata dall’arte nazionale e dalle magnificenze di artisti come Caravaggio e Gian Lorenzo Bernini. Proprio da quest’ultimo Holliday trae maggiore ispirazione, trovando nei capolavori dell’artista napoletano un’estetica in grado di trascendere la pesantezza del mondo reale per elevarsi verso una ricerca spirituale che si avvicina al viaggio dantesco.

Tra intime ricerche spirituali e gironi infernali, Holliday ci accompagna in un percorso di crescita, di perfezionamento e intrinseco misticismo che Cesare Biasini Selvaggi, curatore della mostra, definisce come la rappresentazione della realtà nella sua irrealtà, alla ricerca dell’aldilà in questo mondo terreno.

Dall’arte figurata all’astrattezza dei colori, dal peso della razionalità a quello fugace della spiritualità, il lavoro di Holliday è uno scorcio su un’estetica che tende al divino, ad una materia che lentamente sfuma nel trascendente.

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Giulia Ferri

Classe 1995, durante gli anni universitari si sposta tra Bologna, Siena e Barcellona laureandosi prima in Antropologia e successivamente in Strategie Comunicative. La sua vita si racchiude in una macchina fotografica e un buon vecchio classico.