LetteraturaPrimo PianoPost-illa: un Caetani al papato – Bonifacio VIII tra storia e letteratura

Giorgia Pellorca Giorgia Pellorca26 Luglio 2020
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Era il 1294. Dopo una “pausa” durata due anni dal soglio pontificio (determinata da pestilenze e vari altri impedimenti al conclave, successivamente alla morte di Niccolò IV nell’aprile 1292), finalmente la Chiesa di Roma eleggeva un nuovo papa: Celestino V, nato Pietro Angelerio, detto da Morrone. Tale Pietro – cresciuto in un’umile famiglia di contadini – non conosceva il latino, era di temperamento mite, di spirito eremitico e di una bontà che poco si addiceva alle manovre governative e politiche di allora. Uno dei suoi primi atti ufficiali fu la Bolla del Perdono dalla quale venne istituita la Perdonanza, celebrazione religiosa ancora oggi tenuta nel capoluogo abruzzese che anticipò di sei anni il primo Giubileo del 1300, indetto dal pontefice successivo. Celestino, eletto il 5 luglio e incoronato il 29 agosto, abdicò a dicembre di quello stesso anno. Indirettamente è nominato da Dante nella Commedia: «Vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» (canto III, Inferno). La severità del Poeta nei confronti di Celestino – la cui elevata spiritualità aveva acceso forti speranze in una riforma morale della Chiesa – è da imputare proprio al “gran rifiuto” del Pontefice che, soggiogato e pilotato dal cardinale Benedetto Caetani, aveva aperto la strada all’elezione papale di quest’ultimo. Era il gennaio del 1295 e Benedetto Caetani diventava Bonifacio VIII.

Stemma di Bonifacio VIII. Le onde fanno riferimento al luogo d’origine della famiglia Caetani, Gaeta

La scelta del nome rimandava a Bonifacio IV, il papa che fece diventare il Pantheon una chiesa cristiana, tramutandolo così nel nuovo simbolo di Roma, ormai crocevia tra antichità e modernità. Dispotico, corrotto, senza scrupoli, Bonifacio VIII fu uno dei pontefici più discussi e più disprezzati, tanto da guadagnarsi un posto nell’Inferno dantesco pur non essendo – all’epoca del viaggio ultraterreno – ancora morto. Facciamo un po’ di ordine per spiegare l’insofferenza del Poeta. Alla fine del XIII secolo, dopo un breve periodo di pace, Firenze era ripiombata in un feroce clima di contrapposizione tra i Guelfi, sostenitori della supremazia del papa, e i Ghibellini, promotori del primato politico dell’imperatore. Dante, che apparteneva alla fazione dei Guelfi, riteneva che l’autonomia di Firenze andasse difesa da qualsiasi ingerenza. La politica espansionistica di Bonifacio divise i Guelfi in due fazioni: i Bianchi, tra cui l’Alighieri, contrari appunto all’intromissione di Roma nelle politiche fiorentine, e i Neri, legati al papa da interessi politici ed economici. Trovando nel letterato fiorentino uno scomodo oppositore, Bonifacio fece in modo di attirarlo in una trappola che gli causò la confisca dei beni e il confino; è così che il Caetani si assicurò un posto nella Commedia. Dante vede in lui non solo un nemico per Firenze e se stesso, ma la negazione degli ideali cristiani: fa predire il suo arrivo tra i Simoniaci (coloro che erano arrivati a ottenere cariche ecclesiastiche tramite denaro, titoli, alleanze) a un altro erede di Pietro, Niccolò III (canto XIX, Inferno) che, rivolto in una fossa a testa giù a scontare la sua pena, dice al Poeta: «Se’ tu […], Bonifazio?». Sotto suggerimento di Virgilio, Dante risponde di non essere l’uomo che ha nominato e allora Niccolò chiarisce subito che, presto, lì «verrà colui ch’i credea che tu fossi». Anche il rancoroso Guido da Montefeltro nel canto XXVII lo nomina, apostrofandolo come il «gran prete» (per sottolineare quanto non fosse stato il successore di Cristo ma, per carica, il maggiore tra i preti) e «lo principe d’i novi Farisei», capo del clero corrotto e traditore. Viene nominato anche nel Purgatorio e nel Paradiso dove si fa prima riferimento a quando il pontefice, su istigazione di Filippo il Bello, re di Francia, fu arrestato e tenuto prigioniero per qualche giorno ad Anagni (canto XX, Purgatorio) e poi all’alleanza coi Guelfi Neri per abbattere il governo dei Bianchi a Firenze a cui fece seguito l’esilio di Dante (canto XVII, Paradiso). Ma è nel canto XXVII del Paradiso che si chiude il cerchio: San Pietro prorompe nella più violenta delle invettive dell’intero poema contro Bonifacio, accusandolo di aver usurpato il sacro soglio e aver trasformato in fogna maleodorante il luogo dove il Santo è sepolto.

Tra corruzione e intrighi, una cosa è certa: se Benedetto Caetani non fosse stato eletto pontefice, la storia dell’Italia e dell’Europa sarebbero andate in maniera diversa. Possiamo considerare Bonifacio VIII l’ultimo grande pontefice medievale, sulla linea dei papi che avevano combattuto contro gli imperatori germanici per affermare la superiorità della sfera spirituale su quella temporale. La sua scaltrezza e il suo potere trasformarono gli anni del suo pontificato in un’infernale gabbia dorata studiata a tavolino e manovrata a dovere. La sua abilità politica fu tale da condizionare molte scelte che portarono alla formazione di nuovi equilibri, nuove alleanze e nuovi regni. Tra questi, nel 1297, la nascita ex novo del Regnum Sardiniae et Corsicae e la scomunica della famiglia Colonna – con relativa confisca dei beni – dalla città di Ninfa (oggi sede del Giardino di Ninfa). L’interesse dei Colonna sui territori ninfesini era stato determinato dal desiderio di contrastare l’intraprendenza dell’emergente famiglia dei Caetani, ma quando uno di loro diventò pontefice, l’ascesa fu inarrestabile. Nel 1300 Ninfa passò ufficialmente nelle mani di Pietro II Caetani con la benedizione dello zio Bonifacio VIII. Fu un periodo di grande prosperità per la città: vennero effettuati numerosi interventi di ampliamento e di innalzamento; Bonifacio si interessò anche alla bonifica delle paludi pontine. Ma i Colonna, in un certo senso, hanno avuto comunque la loro rivincita: quello dell’8 settembre 1303 è ricordato ancora oggi come “lo schiaffo di Anagni”. Alleatosi con Filippo il Bello, Giacomo Colonna detto “Sciarra” (in volgare “attaccabrighe”) – con l’aiuto di una mano traditrice – riuscì a penetrare nella città di Anagni col suo esercito, vincendone le difese; secondo la tradizione, Papa Bonifacio VIII si sarebbe rifugiato al secondo piano del palazzo della famiglia Caetani, nella Sala degli Scacchi (chiamata poi Sala della Schiaffo). Il primo a precipitarsi al secondo piano e a fare irruzione nella sala sarebbe stato proprio Giacomo Colonna, che avrebbe dato il famoso schiaffo al pontefice.

Non abbiamo certezza di questo schiaffo – rimane per lo più una leggenda – ma è indubbio che uno schiaffo ci sia stato, quello morale. Dopo essere stato fatto prigioniero, Bonifacio VIII venne liberato dagli abitanti di Anagni e portato sotto scorta a Roma, dove morì poco dopo, l’11 ottobre 1303. Le sue spoglie si trovano nelle Grotte Vaticane, nel sarcofago funerario realizzato da Arnolfo di Cambio.

Giorgia Pellorca

Giorgia Pellorca

Vive nell'agro pontino e quando può si rifugia in collina, a Cori, tra scorci mozzafiato, buon vino e resti storici. Ha studiato Lettere moderne per poi specializzarsi in Filologia. Curiosità ed empatia si fondono nell'esercizio dell'insegnamento. Organizza eventi quali reading e presentazione di libri.