LetteraturaPrimo PianoPost-illa: tre poesie di Dino Campana o della pazzia

Giorgia Pellorca Giorgia Pellorca12 Luglio 2019
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2019/07/scFWFEAFES.jpg

In un prezioso scritto intitolato La notte della cometa Sebastiano Vassalli ricostruisce con appassionata accortezza la vita del poeta novecentesco Dino Campana. L’opera è l’omaggio sincero di un autore contemporaneo (scomparso nel 2015) verso un autore del primo Novecento, nel tentativo di restituirgli il giusto prestigio, di umanizzarlo allontanando così da lui ogni alone di stramberia e di follia che per molto tempo lo ha circondato.

«Ma se Dino Campana non fosse esistito io ugualmente avrei scritto questa storia e avrei inventato quest’uomo meraviglioso e “mostruoso”, ne sono assolutamente certo. L’avrei inventato così».

Quello su cui Vassalli pone l’accento è un fatto in particolare: Dino non era matto, a Dino era stato imposto di essere matto fin dalla nascita. E questo perché in famiglia un matto già c’era e la pazzia era considerata ereditaria. A questo va aggiunto il rapporto più che complesso con la madre che cerca in tutti i modi di allontanarlo da casa, fin da piccolo, additandolo come folle; il temperamento troppo mite del padre pronto a spalleggiare la moglie; il piccolo paese di Marradi dove era nato e cresciuto, e si sa: ci vuole poco ad essere considerato matto in un paesello (in un paesello e non solo: la fama di Dino si estenderà oltre Marradi e sarà impossibile per lui inserirsi nella cerchia dei poeti novecenteschi. Papini e Soffici perderanno addirittura il manoscritto dei suoi Canti Orfici, considerandolo, appunto, un esaltato e nulla più); infine il carattere dello stesso Dino, incredibilmente sensibile, da vero poeta, quanto focoso e istintivo da giovane sull’orlo della crisi, emarginato e costretto costantemente a difendersi.

«Io ho incontrato per la prima volta Campana quando avevo vent’anni, leggendo quella poesia: La Chimera, di cui aveva scritto a Prezzolini nel gennaio 1914: “Scelgo per inviarle la più vecchia la più ingenua delle mie poesie, vecchia di immagini, ancora involuta di forme: ma Lei sentirà l’anima che si libera”. Anch’io, a vent’anni, sentii l’anima che si liberava. Campana mi apparve subito, o quasi subito, per ciò che è: un grande solitario della letteratura italiana del Novecento. […] Cercavo un matto, trovai i matti».

E se è vero che «le vite degli uomini, quando incominciano storte, nemmeno Dio le raddrizza», il tempo può giovare per una rivalutazione; perché se i contemporanei non avevano saputo cogliere l’incredibile lirismo di Campana, certamente lo hanno fatto e continueranno a farlo i posteri. Di seguito proponiamo tre poesie del poeta tra le più belle.

 

La speranza

(sul torrente notturno)

Per l’amor dei poeti
Principessa dei sogni segreti
Nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
Principessa i tuoi canti:
O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gli inestinti pianti
Da tregua agli amori segreti:
Chi le taciturne porte
Guarda che la Notte
Ha aperte sull’infinito?
Chinan l’ore: col sogno vanito
China la pallida Sorte

 Per l’amor dei poeti, porte
Aperte de la morte
Su l’infinito!
Per l’amor dei poeti
Principessa il mio sogno vanito
Nei gorghi de la Sorte!

 

Batte botte

Ne la nave
Che si scuote,
Con le navi che percuote
Di un’aurora
Sulla prora
Splende un occhio
Incandescente:
(Il mio passo
Solitario
Beve l’ombra
Per il Quai)
Ne la luce
Uniforme
Da le navi
A la città
Solo il passo
Che a la notte
Solitario
Si percuote
Per la notte
Dalle navi
Solitario
Ripercuote:
Così vasta
Così ambigua
Per la notte
Così pura!
L’acqua (il mare
Che n’esala?)
A le rotte
Ne la notte
Batte: cieco
Per le rotte
Dentro l’occhio
Disumano
De la notte
Di un destino
Ne la notte
Più lontano
Per le rotte
De la notte
Il mio passo
Batte botte.

 

In un momento

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P. S. E così dimenticammo le rose.

 

«Le mie ricerche su Dino Campana mi hanno insegnato quanto sia difficile ricostruire la vita di un uomo che non è stato storicizzato in vita. Ogni ricordo si perde nel volgere di pochi anni, al massimo qualche decennio».

Oltre alla lettura integrale della produzione campaniana, suggeriamo di leggere il già citato La notte della cometa per avere una visione onesta e completa del poeta e dell’essere umano Dino splendidamente restituita da Sebastiano Vassalli.

Giorgia Pellorca

Giorgia Pellorca

Vive nell'agro pontino e quando può si rifugia in collina, a Cori, tra scorci mozzafiato, buon vino e resti storici. Ha studiato Lettere moderne per poi specializzarsi in Filologia. Curiosità ed empatia si fondono nell'esercizio dell'insegnamento. Organizza eventi quali reading e presentazione di libri.