CinemaLetteraturaPrimo PianoPost-illa: quando un film ti apre la mente (e il cuore) come un libro

Giorgia Pellorca9 Agosto 2019
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Estate, anni ’80. In una tenuta della campagna lombarda arriva Oliver, affascinante universitario americano, ospitato dal suo professore di archeologia, anche lui americano, sposato con una donna francese di origini italiane; loro figlio Elio, diciassettenne acuto e profondo che legge molto e trascrive musica, seppur inizialmente contrariato, concede all’ospite di stabilirsi nella sua camera, trasferendosi nella stanza affianco e condividendo con lui il bagno. Da questo momento Guadagnino mette in scena la bellezza. La bellezza statuaria e seducente di Oliver che inevitabilmente evoca quella delle sculture greche (viste nelle scene iniziali del film e nelle diapositive analizzate e commentate da Oliver stesso e il professore), la bellezza delle melodie suonate e reinventate da Elio al pianoforte, la bellezza dell’estate, delle corse in bici, dei paesaggi dai colori caldi, dell’erba fresca su cui distendersi; la bellezza delle relazioni (familiari, amorose, adolescenziali), la bellezza della scoperta delle pulsioni, dei sentimenti, del proprio corpo, del piacere e anche del dolore. Il tutto scandito da autentica poeticità.

Connessioni liriche si rincorrono per tutto il film: la citazione di Eraclito sullo scorrere del fiume che «non significa che tutto cambia e quindi non possiamo riviverlo, ma che alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento» e le continue immersioni nelle acque che sembrano essere benefiche e purificatrici oltreché rinfrescanti; lo scorrere del tempo, puntualmente percepito dagli orologi (primo tra tutti quello di Elio), dal susseguirsi di giorno e notte, dalle colazioni, ai pranzi, alle cene, dai numerosi ospiti della tenuta, dalla cultura e nello specifico dalla tradizione classica che piomba e zampilla come pioggia sui tetti (in una scena vengono fatti dei riferimenti linguistici ed etimologici alla parola albicocca, frutto che sarà poi protagonista in un momento di “appassionata” solitudine di Elio, nell’istante in cui il ragazzo sperimenterà le proprie percezioni, le proprie curiosità ed eccitazioni); dal saluto abituale di Oliver – «Dopo» e non «A dopo» – per il quale viene preso affettuosamente in giro. Proprio questo «Dopo» è una delle chiavi rivelatrici del film: il dopo, le conseguenze e gli strascichi delle esperienze come confiderà nell’emozionante dialogo finale il padre ad Elio, in un discorso accorato che esorta il ragazzo a non soffocare la sofferenza, ma a viverla, ad estenderla, proprio come si fa con la gioia; infatti quella che all’inizio sembrava non essere un’intesa vincente tra i due ragazzi, si trasformerà in un amore puro, timoroso, tenero e appassionato. Elio inizialmente guarda con curioso sospetto l’ospite, lo osserva, lo spia e segretamente lo ammira; Oliver manda dei messaggi (seppur criptici) all’adolescente che, inesperto, non li percepisce, tanto da infastidirsi durante un dialogo incalzato ai piedi di una statua ai caduti, dove Oliver dirà ad Elio con tono di sdegno: «C’è qualcosa che non sai?», ma quello che Elio non sa e non conosce è proprio l’amore; e quello che dovrebbe essere il primo vero contatto fisico, teso a segnare la definitiva tregua tra i due con una stretta di mano, è invece un contatto indiretto tra Elio che tende la mano e Oliver che gli passa un bronzeo braccio ritrovato nel lago di Garda durante un’immersione archeologica; stretta di mano che invece Elio riceverà da Marzia, sua coetanea, con la quale ha condiviso il primo rapporto sessuale. È un grande racconto di formazione, di esplorazione, di dubbi, di tradizioni (le pendenti stelle di Davide al collo prima del solo Oliver e successivamente anche di Elio), di comprensione da parte di due meravigliosi genitori (quelli di Elio) che, pur capendo tutto, non fanno domande, non indagano, ma anzi, lasciano spazio alla fioritura di questo legame.

Chiamami col tuo nome rimane un racconto estremamente puro per tutto la durata della proiezione che indaga l’amore attraverso i corpi, i sensi e la bellezza, senza scadere nel volgare o nel banale. L’emblema delle vigorose braccia di Oliver che sembrano voler avvolgere Elio, esile, giovane, titubante, un po’ turbolento e sognatore, e magari proteggerlo dalla vita e dalle delusioni, sono, in realtà, braccia che stringono nella morsa del ricordo fino a fare sanguinare il cuore. Nella commovente scena finale viene voglia di allungare le mani verso lo schermo e consolare in un abbraccio fraterno il povero Elio. Con questa sublime pellicola Guadagnino ci ha dimostrato che è possibile parlare di amore, di sesso e di omosessualità con immediata semplicità e assoluto candore. E se il film si apriva con le fotografie di statue greche proprio a sottolineare l’importanza del passato, inteso come vissuto dell’uomo e dell’umanità tutta, si chiuderà con un elemento archetipo, il fuoco, dal quale scottarsi, dal quale rinascere.

Giorgia Pellorca

Vive nell'agro pontino e quando può si rifugia in collina, a Cori, tra scorci mozzafiato, buon vino e resti storici. Ha studiato Lettere moderne per poi specializzarsi in Filologia. Curiosità ed empatia si fondono nell'esercizio dell'insegnamento. Organizza eventi quali reading e presentazione di libri.