LetteraturaPrimo PianoPost-illa: Prima del noi c’è un io – Per un’analisi sulle relazioni amorose

Giorgia Pellorca Giorgia Pellorca7 Febbraio 2020
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Quello delle relazioni amorose è un tema sempiterno; basti pensare ad alcuni titoli letterari tra i più celebri come Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, Gli amori difficili di Calvino o ai romanzi della Austen Orgoglio e pregiudizio e Ragione e sentimento. Già da questa manciata di titoli si capisce come l’amore venga percepito da sempre un sentimento problematico, difficoltoso, rischioso. Citando De André «ma gli uomini mai mi riuscì di capire perché si combinassero attraverso l’amore, affidando ad un gioco la gioia e il dolore». E se è vero che “non ci riesce di capire”, eppure è una delle uniche certezze che abbiamo: le esperienze con le persone che ci accudiscono nei primi anni di vita plasmano la nostra capacità  di amare – secondo la teoria dell’attaccamento – ma l’impulso di essere sempre vicini a una persona per noi particolarmente significativa, è un bisogno umano fondamentale, in ogni fase della vita. Allora in che modo, oggi, una relazione può navigare in acque tranquille? La soluzione più appropriata e logica sembra essere quella di scegliere un partner con il quale condividere gli stessi interessi, ideali e valori, capace di confronti costruttivi, di continui stimoli, di affetto sincero e disinteressato. Ma tutto ciò è davvero sufficiente? Prima di cercare un partner con cui condividere la vita, occorre cercare se stessi e trovare/costruire la propria identità.

Per Erikson la costruzione dell’identità è «la sfida più importante che gli adulti emergenti devono affrontare» (per “adulti emergenti” si intendono i ragazzi tra i venti e i trent’anni che, dopo aver concluso le scuole superiori, si affacciano alla vita, alla società e al lavoro cercandone all’interno il loro ruolo da adulti). Per ogni essere umano la costruzione dell’identità è differente (lineare, discontinua, problematica, serena, paranoica) ma certamente lo sviluppo di essa si protrae per tutta l’esistenza. [Qui ci sarebbe da aprire una parentesi sui Millennials – i nati tra il 1981 e il 1996 – sulle loro condizioni, sul degrado sociale, sullo sconfortante panorama lavorativo, sulle prospettive del futuro, ma sorvoliamo!] Durante la metà del Novecento, uno psicologo statunitense parlò di “identità” inserendola in una scala di bisogni, meglio conosciuta come La piramide di Maslow. Secondo Maslow ogni individuo si realizza in modo progressivo raggiungendo ogni livello di questa piramide, la quale successione potrebbe variare da individuo a individuo. Si parte dai bisogni naturali, quelli fisiologici, per arrivare ai bisogni di appartenenza, di affetto, di stima e a quello necessario della realizzazione di sé, concretizzando appunto la propria identità, le proprie aspettative e conquistando una posizione soddisfacente all’interno del gruppo sociale. Scontato considerare che, nel momento in cui si ha stima di se stessi, dopo aver costruito faticosamente la propria piramide, si è pronti ad accogliere una relazione con benevolenza, cercando un partner per il quale nutrire stima e ammirazione, scoprendo se si è simili per interessi, back-ground culturale e visione del mondo. Questa fase della relazione Murstein la inserisce nella teoria dello stimolo/confronto di valori/ruolo che porterebbe a un’unione con un processo articolato in tre fasi. Come prima cosa si cerca un partner che possa apparentemente possedere le caratteristiche a noi più congeniali (fase dello stimolo); durante poi la fase del confronto dei valori si cerca di capire se condivide con noi valori e visione del mondo. Infine, durante la fase del ruolo, si pianifica un’ipotetica vita insieme. Il principio su cui si basa questa teoria è “l’omogamia”, la tendenza a scegliere partner affini e con status sociali equivalenti.

Ad oggi, considerato il periodo storico in cui viviamo, non è facile trovare una persona con la quale edificare e mantenere un rapporto maturo, ben saldo e non frivolo. È il periodo della precarietà sentimentale, oltre che lavorativa. Occorre dunque ricercare una propria identità definita, unica, esule da emulazioni e improntata su ciò che ci rende felici e fieri di noi stessi – che siano attività, passioni, studio, lavoro, rapporti sociali e umani. Una volta trovato il proprio benessere – tesoro ed eredità preziosa destinata ad accrescere nel tempo e a essere tramandata – possiamo cercare qualcuno con cui condividerlo e alimentarlo. Amare (stimare, voler bene, rispettare) se stessi è il primo passo imprescindibile per poter amare gli altri. Concludiamo con una frase significativa e pertinente di Cesare Pavese, tratta dai Dialoghi con Leucò: «Ma ricordati sempre che i mostri non muoiono. Quello che muore è la paura che t’incutono».

Giorgia Pellorca

Giorgia Pellorca

Vive nell'agro pontino e quando può si rifugia in collina, a Cori, tra scorci mozzafiato, buon vino e resti storici. Ha studiato Lettere moderne per poi specializzarsi in Filologia. Curiosità ed empatia si fondono nell'esercizio dell'insegnamento. Organizza eventi quali reading e presentazione di libri.