LetteraturaPrimo PianoPost-illa: poesia contemporanea – Tempora di Giulio Mazzali

Giorgia Pellorca2 Agosto 2019
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Ogni volta che ammiriamo una perla
dimentichiamo che è la cicatrice
della malattia della conchiglia.

Karl Jaspers

 

L’epigrafe che apre la raccolta poetica Tempora (L’Erudita, 2018) va interpretata come un estratto annunciatore dell’intera opera. La cicatrice e dunque la ferita, segno tangibile di una sofferenza che può essere toccata e avvertita, è il motivo che vibra in tutte le liriche e che, alla fine, dà vita alla lucente e ammirevole perla. In quest’ottica l’autore/conchiglia offre al mondo il frutto e l’elaborazione del proprio malessere, tramutandolo in qualcosa di prezioso e attribuendo alla scrittura anche una dote terapeutica. Va detto però che il dolore di Giulio Mazzali è costruttivo – non distruttivo – rivolto all’indagine di sé e dell’umanità; per questo non mancano i riferimenti all’iconografia cristiana: la cacciata dei progenitori di Masaccio («le mani sopra gli occhi» del pentito Adamo), l’ultima deposizione di Rosso Fiorentino (in cui Cristo sembra sollevato e finalmente sereno nella morte dopo la lunga agonia), il Giudizio Universale di Michelangelo (Cfr. Nel silenzio, p. 44). La silloge si articola in quattro parti – e altrettanti intermezzi – che alludono propriamente alle stagioni, alla mutevolezza, ai cambiamenti. La domanda di un caro, una foglia che gratta sul selciato, un castello di sabbia, le stoviglie pulite sono per l’Autore motivo di riflessione, spunto poetico di cui servirsi ad libitum. Tra i motivi più sentiti sicuramente il dramma dell’incomunicabilità e il contrasto tra ciò che sentiamo e ciò che esterniamo, nella struggente consapevolezza di non poter essere un unicum perché il dualismo è la nostra stessa esistenza e forse vaghi echi pessoani ci suggeriscono, leggendo, che alberga in noi una vasta colonia di esseri messi a nudo dalla poesia, sublime arte pronta a rinverdire la nostra memoria, a scuoterci dal torpore dell’ignavia. E come può delinearsi, in queste pagine, un eroe moderno? Chiaramente come un emblematico Enea che porta faticosamente sulle spalle il passato e spinge in avanti con disperata forza il futuro; ma il nuovo Enea è disarmato: porta con sé solamente «i [suoi] versi (basteranno a tanto ardore?)» (Cfr. Enea, p. 55) in una lotta che dunque si prefigura come ideologica, in cui l’incertezza non è solo insicurezza e il «parolare» è teso ad innescare il dubbio, prima scintilla di una sperata rivoluzione. E se i pensieri possono essere mine o freschi rivoli all’occorrenza, il poeta fa della materia incandescente della vita il suo armamentario artistico, strumento per non soccombere alla disperazione e – allo stesso modo – per alleviare il dolore della superficialità (la ferita, appunto). Tempora è un dialogo a più voci dove vengono toccate diverse tematiche, un confronto che l’autore fa con sé stesso e con l’esistenza, senza sottrarsi agli incontri/scontri generazionali, alla ricerca di risposte, alla certezza di (non) averle. Un colloquio con i poeti del passato e con la tradizione, dove traspare la più importante delle componenti liriche: la verità. Mazzali afferma che la sua «mente è ventilata»; certamente tra una pagina e l’altra vengono percepiti refoli confortanti e poetici, pronti a ricordarci che – citando l’autore – «la parola, come la vita, senza memoria non ha voce».

 

Tu mi chiedi
se sono stanco, ma non di cosa
e a che cosa sto pensando.
È nella domanda ancora tronca
che tradisci trafelata
l’arte, tutta nostra,
di non volere in realtà
alcuna risposta.

Tu mi chiedi, dalla raccolta poetica Tempora (L’Erudita, 2018) di Giulio Mazzali

Giorgia Pellorca

Vive nell'agro pontino e quando può si rifugia in collina, a Cori, tra scorci mozzafiato, buon vino e resti storici. Ha studiato Lettere moderne per poi specializzarsi in Filologia. Curiosità ed empatia si fondono nell'esercizio dell'insegnamento. Organizza eventi quali reading e presentazione di libri.