LetteraturaPrimo PianoPost-illa: il vero senso dell’arte del conversare

Giorgia Pellorca13 Dicembre 2019
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Non c’è più nessuno che conosca l’arte del conversare, cioè del discutere. Conversazione è dialogo: invece oggi non c’è che qualche monologhista. Dialogare è entrare ognuno nel solco di ciò che ha detto l’altro, e di qui proseguire un tratto, o perfezionare quel solco; dialogo insomma è collaborazione. Invece i conversatori odierni, appena offrite loro un’obiezione o magari una illuminazione e conferma a ciò che hanno detto, vi guardano un momento stupefatti, come se parlaste in una lingua ignota; poi imperterriti riprendono il monologo al punto e virgola dove lo avevano lasciato. I conversatori d’oggi sono dei masturbatori; per ciò la loro conversazione è infeconda.

 

Questa attualissima considerazione sulla conversazione è contenuta in un libro di argute divagazioni pubblicato nei primi anni Venti del Novecento: La donna del Nadir di Massimo Bontempelli. All’interno di esso, l’autore sviscera una serie di tematiche relative all’essere umano e al suo agire («L’uomo libero non vuole dominare, […] perché il dominatore è colui che non sa sentirsi individuo se non in funzione di un altro essere, cioè il dominato»). Questo frammento sull’arte del conversare fa riflettere: anche oggi effettivamente risulta difficile trovare qualcuno che sappia discutere e ben argomentare. Paradossalmente il progresso ci ha fornito molteplici strumenti comunicativi, ma oggi la comunicazione – invece di evolversi – sta spaventosamente regredendo. Si pensi ai social network, finestre da cui affacciarsi per spiare le vite degli altri, diari pubblici nei quali sputare sentenze dietro la bandiera della libertà di parola e di pensiero.

Ma qual è, se c’è, il confine tra la libera espressione e il buon senso? Bontempelli parla chiaro: «Oggi non c’è che qualche monologhista». Non si è più in grado di ascoltare, di aspettare, di capire; quello che conta è dire la propria (che spesso è la qualunque). Tirare fuori una verità assoluta che si vuole imporre agli altri con tracotanza. Ma questo non è dialogare. Il dialogo è collaborazione: dovrebbe arricchire, ma in un mondo che va alla velocità del like viene meno il senso di ricchezza del tempo, speso in maniera preferenziale su schermi luminosi e non su menti illuminate. E spesso ciò che succede a chi vorrebbe comunicare e trova invece un monologhista, è rimanere in silenzio. Il silenzio di chi non ha speranza di germoglio, seminando in terra arida. Trovare una soluzione a tutto questo sembra impossibile; eppure – citando Rodari – una parola gettata a caso come un sasso in uno stagno, produce onde di superficie e di profondità e una serie infinita di reazioni a catena. E allora prendiamo tutti una parola e gettiamola, seminandola.

Giorgia Pellorca

Vive nell'agro pontino e quando può si rifugia in collina, a Cori, tra scorci mozzafiato, buon vino e resti storici. Ha studiato Lettere moderne per poi specializzarsi in Filologia. Curiosità ed empatia si fondono nell'esercizio dell'insegnamento. Organizza eventi quali reading e presentazioni di libri.