LetteraturaPrimo PianoPost-illa: l’intelletto di Dante Alighieri o l’arroganza di Filippo Argenti?

Giorgia Pellorca3 Maggio 2019
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Chi era Filippo Argenti? Poco si sa di costui eppure Michele Salvemini – in arte Caparezza – dà voce e corpo a quest’uomo fiorentino in una delle sue canzoni, Argenti vive, contenuta nell’album Museica del 2014. Ogni canzone dell’album prende ispirazione da alcune opere d’arte e, infatti, la figura dell’Argenti viene rievocata da Caparezza grazie al pittore e incisore francese Gustave Doré, rinomato per aver illustrato la Divina Commedia e altre prestigiose opere letterarie.

Ci troviamo dunque nell’Inferno dantesco, canto ottavo, cerchio degli iracondi e dei violenti: mentre Dante e Virgilio sulla barca del demone Flegiàs attraversano la palude in cui sono immersi i peccatori, si avvicina un’anima; è infangata, lurida e perciò irriconoscibile. Pur non palesando il proprio nome, Dante non mostra difficoltà nel riconoscerla – è l’anima dell’Argenti – ed esprime subito il desiderio di vederla affogare nel fango infernale. Non soddisfatto del tutto, l’Autore della Divina Commedia fa assalire la sventurata sagoma dagli altri dannati e «più non ne narra», proseguendo così il suo cammino. Di quali atroci colpe si sarà macchiata quest’anima per meritare lo sdegno del Sommo Poeta?

Filippo Adimari, detto l’Argenti per l’abitudine di ferrare il proprio cavallo con zoccoli d’argento (secondo quanto riportato in una nota del codice 512 dell’Abbazia di Montecassino), era un ricco cavaliere di Firenze appartenente alla fazione dei Guelfi Neri (e questo già potrebbe bastare per intuire l’insofferenza dell’Alighieri). Ma non è tutto: nelle Chiose ai codici fiorentini pubblicate da Francesco Selmi nel 1865 viene fatto riferimento a un aneddoto preciso. Pare che l’Argenti abbia chiesto a Dante, suo vicino di casa, di garantire per lui aiutandolo a risolvere alcuni problemi giudiziari; l’Alighieri, dopo aver scoperto altre disonestà quali corruzione e usurpazioni di terreni da parte del cavaliere, lo denunciò anziché aiutarlo, raddoppiando perciò l’ammenda. Si dice che di tutta risposta Filippo Argenti lo abbia schiaffeggiato in pubblico. E altri ancora sono gli episodi riconducibili alla violenza dell’uomo: in una novella di Franco Sacchetti un anonimo cavaliere identificato nell’Adimari, andando a cavallo per le vie di Firenze, era solito lasciare le gambe ben divaricate in modo da colpire la faccia dei malcapitati vicino a lui.

Ma veniamo al testo di Caparezza: comincia proprio con le parole della Divina Commedia appositamente romanzate per rendere il testo di immediata comprensione all’ascoltatore. Dopo poco, è proprio Filippo Argenti a prendere la parola rovesciando completamente lo scenario dantesco:

 

Ciao Dante, ti ricordi di me?
Sono Filippo Argenti!
Il vicino di casa che nella Commedia ponesti tra questi violenti.
Sono quello che annega nel fango, pestato dai demoni intorno;
Cos’è vuoi provocarmi, sommo?
Puoi solo provocarmi sonno!

 

Comincia a tutti gli effetti la rivalsa verbale del cavaliere, che non teme di mostrarsi per quello che è, un violento:

 

Sono dannato, ma te le do di santa ragione!
Così impari a rimare male di me, io non ti maledirei, ti farei male Alighieri!
Non sei divino, individuo
Se t’individuo, ti divido!
È inutile che decanti l’amante, Dante, provochi solo cali di libido!
Il mondo non è dei poeti, il mondo è di noi prepotenti!
Vai rimando alla genti che mi getti nel fango, ma io rimango l’Argenti!

 

Argenti mostra tutta la sua arroganza nella volontà di risolvere gli attriti con Dante attraverso la violenza, sostenendo con fermezza che il mondo non appartiene ai poeti come Dante, ma ai prepotenti come lui; così continua la sua polemica:

 

Argenti vive, vive e vivrà, sono ancora il più temuto della città
Sono ancora il più rispettato, quindi cosa t’inventi?
Se questo mondo è l’Inferno allora sappi che appartiene
A Filippo Argenti!

 

Caparezza ribalta il senso della locuzione «A Filippo Argenti» – intesa nel canto dantesco come «(Tutti) addosso a Filippo Argenti» – in un complemento di termine celebrativo e quasi onorifico.

 

Poeta tu mostri lo sdegno
A Filippo Argenti!
Ma tutti consacrano questo regno
A Filippo Argenti!
Le tue terzine sono carta straccia
Le mie cinquine sulla tua faccia
Lasciano il segno

Non è vero che la lingua ferisce più della spada, è una cazzata
Cosa pensi tenga più a bada, rima baciata o mazza chiodata?

Fatti non foste per vivere come bruti, ben detta
Ma sputi vendetta
Dalla barchetta di Flegiàs
Complimenti per la regia!

 

Caparezza cita il verso di un altro canto dell’Inferno, il ventiseiesimo, quello in cui Ulisse esorta i suoi compagni a (in)seguire la via della virtù e della conoscenza, uniche vie possibili per la salvezza dell’umana anima; ma il cantante vuole mettere in risalto il “predicare bene e razzolare male” di Dante: lì sulla barca del demone Flegiàs, all’avvicinarsi dell’Argenti, il Sommo Poeta sembra abbandonare la via della rettitudine e della saggezza, lasciandosi invece vincere dal desiderio di vendetta e augurando il peggio al dannato che risponde:

 

Argenti vive, vive, vivrà,
alla gente piace la mia ferocità,
persino tu che mi anneghi a furia di calci sui denti,
ti chiami Dante Alighieri, ma somigli negli atteggiamenti
A Filippo Argenti!

 

Si annulla dunque qualsiasi differenza tra i due uomini: Dante colloca Filippo Argenti nell’Inferno per essere stato un violento, un disonesto, un arrogante, con l’intenzione di sottolineare i virtuosismi del suo spirito colto ed elevato rispetto alla brutalità del cavaliere; ma il trattamento che il Sommo Poeta riserva all’Argenti, seppur in maniera fittizia, non si allontana molto dagli atteggiamenti abituali dell’Adimari. È perciò l’arroganza a vincere sull’intelletto?

 

Stai lontano dalle fiamme, perché ti bruci
Guardati le spalle, caro Dante, è pieno di Bruti!
Tutti i grandi oratori sono stati fatti fuori
Da signori volenti e nerboruti

 

L’aggettivo «nerboruto» legato all’Adimari lo ritroviamo nel Decameron di Boccaccio: durante la nona giornata Lauretta racconta la sua novella (la nona) dove compare Ciacco – altro personaggio fiorentino presente nell’Inferno al canto sesto – e a seguire Filippo Argenti, descritto con queste parole: «Uomo grande e nerboruto, e forte, e sdegnoso, iracundo e bizzarro». L’Argenti di Caparezza invita Dante a riflettere sul fatto che anche gli intellettuali possono farsi «bruti», che la focosa rabbia finisce per incendiare anche lo spirito dei più colti, che essendo uomini – per quanto virtuosi – siamo tutti inclini all’errore (e all’errare).

La canzone si chiude come era cominciata, riprendendo e romanzando i versi danteschi: «Lo lasciammo là nella palude e non racconto altro». Effettivamente altro Dante non ci racconta, ma nel Paradiso è presente un’invettiva contro tutta la famiglia degli Adimari (al canto sedicesimo) che non lascia alcuna perplessità sull’acredine accesa e vivissima di Dante Alighieri. Caparezza dando voce a una “comparsa” della Divina Commedia ci porta a riflettere sui concetti di arroganza e intelletto nell’epoca contemporanea, dimostrandoci quanto sia importante la (ri)lettura del nostro straordinario bagaglio culturale e quanti livelli significativi e allegorici siano ancora esplorabili e dunque possibili; ci invita anche a guardare con simpatia e curiosità questi uomini di epoche tanto lontane eppure così simili a noi, nei sentimenti e nei limiti.

Giorgia Pellorca

Vive nell'agro pontino e quando può si rifugia in collina, a Cori, tra scorci mozzafiato, buon vino e resti storici. Ha studiato Lettere moderne per poi specializzarsi in Filologia. Curiosità ed empatia si fondono nell'esercizio dell'insegnamento. Organizza eventi quali reading e presentazioni di libri.