LetteraturaPrimo PianoPlatone e l’isola che non c’è

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Atlantide: enigma letterario o testamento politico?

Leggendo il nuovo libro di Felice Cesarino si trovano pagine dense di interessanti spunti di approfondimento su Atlantide – l’isola leggendaria il cui mito è menzionato per la prima volta nel IV secolo a.C. nei dialoghi platonici Timeo e Crizia – , ma anche sulla figura Platone.  Lungi da voler dare una risposta ai mille interrogativi che ancora ispirano la letteratura fantascientifica,  l’autore crea un percorso di esegesi, originale e molto stimolante, per accostarsi al mito di Atlantide attraverso le fonti classiche, la letteratura prodotta nel corso dei secoli e le ricerche scientifiche nell’ambito della geografia storica.

Ci fu un tempo in cui il Mediterraneo era un luogo molto diverso da come lo conosciamo dalle testimonianze storiche – un’epoca anteriore che si confonde con quella mitica – tanto che già durante l’antichità classica si discuteva sull’esistenza o meno di una civiltà di Atlantide. Platone stesso, volutamente, ne parla in modo simbolico, metaforico – sebbene con datazioni e dettagli precisi – e contrappone il modello di governo tra l’Atene primitiva, simbolo di sobrietà e rigore, alla ricca e potente Atlantide, punita per la sua hýbris: l’eccesso, la superbia che tanto facevano adirare gli déi antichi.

L’intuizione di Felice Cesarino, in questo saggio, sta nel considerare la storia narrata da Platone come un dei misteri appresi dal filosofo durante i suoi contatti con la tradizione pitagorica o con quella egizio–caldea, e per questo reinterpretata nei suoi dialoghi in modo letterario, senza la possibilità, o la volontà, di svelarne i contenuti  autentici e completi. L’autore affronta il problema dell’uomo Platone, della sua psiche, dei suoi amori, della sua cerchia di prediletti, che non è necessariamente corrispondente a quella che il diretto interessato ha voluto lasciare nei testi, dove la mediazione tra vita e finzione letteraria è indissolubilmente legata. Lo fa andando a cercare nei frammenti dei papiri di Filodemo, autore greco attivo in Italia che scrisse negli anni 70–60 a.C. una Storia dei filosofi in dieci libri con una sezione dedicata all’Academicorum historia dove si parla di Platone, con lo scopo di offrire al pubblico romano, in puro stile epicureo, un manuale di storiografia filosofica fondato sui criteri di obiettività e libero da spirito polemico. E soprattutto in Diogene Laerzio, autore più tardo, che ci ha trasmesso le maggiori informazioni sulla biografia platonica. Da lui apprendiamo che il filosofo morì a ottanta anni mentre lavorava alla stesura della sua ultima opera,Le leggi, e che, al momento della morte, stava ancora scrivendo su tavolette cerate in attesa di arrivare alla versione definitiva da far trascrivere su papiro.

È proprio questa indagine che ci permette di capire l’importanza per Platone delle religioni misteriche come fonte di conoscenza. Nel Timeo, infatti, egli racconta di aver appreso la storia di Atlantide da alcuni sacerdoti egizi, i quali conoscevano le vicende di questa potente città, situata oltre le Colonne d’Ercole, colpita da un immenso cataclisma. Mentre nel dialogo successivo, il Crizia, Felice Cesarino ravvisa il rispetto di Platone verso quello che doveva essere il “mistero Atlantide”, il testo, infatti, definito dalla tradizione come non terminato, è qui inteso come volutamente incompiuto proprio nella parte del destino della civiltà atlantidea. Platone descrive nel dettaglio la città di Atlantide e la colloca cronologicamente 9.600 anni prima dell’opera, racconta dei sui templi, delle sue statue, delle sue forme di governo e dei suoi riti, ma lascia in sospeso i provvedimenti di Zeus per punire la tracotanza dei suoi abitanti. Questa mancanza, o voluta omissione, di Platone nel dialogo più tardo a noi pervenuto della sua produzione, potrebbe quindi essere giustificato dalla devozione verso qualche antica religione misterica di cui deteneva, come adepto, i segreti. In tale ottica va anche intesa la visita ricevuta in punto di morte di un Caldeo, e il fatto che il suo discepolo, Ermodoro, ammise che il maestro aveva ricevuto gli insegnamenti dei più alti sacerdoti di Heliopolis – importante città dell’antico Egitto –, informazione confermata da Strabone nella sua Geografia (I sec. a.C.), dove si dice che Platone trascorse ben tredici anni con i sacerdoti di quella città e che aveva “insistito con tenacia affinché gli fossero trasmesse certe notizie che tenevano segrete ed erano restii a diffondere”. Anche  Proclo (V sec. d.C.), nel primo libro del Commento al Timeo, riferisce:

«Crantore, il primo commentatore di Platone, sostiene che il filosofo venne deriso dai suoi contemporanei per non essere lui l’inventore della Repubblica, essendosi sempre limitato a trascrivere ciò che gli Egiziani avevano scritto sull’argomento. […] Crantore aggiunge che questo è confermato dai profeti degli Egiziani, i quali affermano che i particolari, così come li ha narrati Platone, sono incisi su alcune colonne che si conservano ancora [le colonne dell’antico tempio di Sais in Egitto]».

Il passo ulteriore, ma appena accennato, è quello di verificare se nelle fonti si possono rintracciare elementi per capire dove eventuali superstiti alla catastrofe che determinò la fine di Atlantide, siano andati a finire. E la ricerca si sposta dal mare verso l’alto, verso un posto sicuro nell’entroterra dove poter evitare nuove distruzioni. Il sito anatolico di Gobekli Tepe (databile tra il 9.600 e il 7.300  a.C.), appare come plausibile impianto insediativo, certamente contemporaneo agli eventi narrati. Costruito in cima ad una collina artificiale nel cuore dell’attuale Turchia, dominava la regione circostante e vi fu ritrovato il più antico esempio di tempio in pietra. Nel Libro III de Le Leggi, Platone – parlando dei sopravvissuti alle catastrofi naturali – descrive condizioni ambientali che ricordano molto quelle di questo sito archeologico. Ma le ipotesi non vanno oltre, anzi, senza mai cadere nella pesantezza cattedratica o nell’ardire sperimentale, Felice Cesarino termina il suo percorso con scrupolo, accuratezza, originalità, e soprattutto con lo sforzo continuo di renderlo facilmente comprensibile a tutti i lettori.

 

Arbor Sapientiae

Maria Elisa Garcia Barraco

Maria Elisa Garcia Barraco

Svolge l'attività di redattrice contribuendo in ambito filologico ed archeologico alla pubblicazione di numerose opere. Attualmente la sua ricerca è rivolta allo studio e al recupero di testi particolarmente rilevanti nell’ambito delle antichità romane e della topografia antica. Si aggiorna regolarmente attraverso corsi specialistici presso il PIAC - Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, è responsabile del progetto editoriale Antiche Piante di Roma (APR), giunto al sesto volume; è coordinatrice scientifica del progetto IRAW (Italian Research on Ancient World) dedicato ai giovani ricercatori e fa parte del comitato redazionale della serie internazionale SANEM (Studies on the Ancient Near East and the Mediterranean).