ArtePrimo PianoPinacoteca Capitolina: capolavori acquisiti

Valentina Bortolotti31 Luglio 2019
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La Pinacoteca Capitolina rappresenta uno degli esempi più celebri del mecenatismo del governo pontificio del Settecento: è il risultato della politica culturale di papa Benedetto XIV, impegnata nella difesa del patrimonio artistico romano. Il celebre collezionista Silvio Valenti Gonzaga si interessò di acquisire due delle più importanti collezioni romane: quella Sacchetti e quella dei principi Pio. Tale mossa impedì la dispersione delle due prestigiose raccolte, unendo la tutela del patrimonio con l’intento didattico.

Proprio a tal proposito, assieme alla Pinacoteca, venne stabilita sul Campidoglio anche la Scuola del Nudo dell’Accademia di San Luca che consentì ai giovani artisti di studiare direttamente le opere del passato.

Dalla famiglia Sacchetti, che a causa di gravi problemi finanziari dovettero vendere una cospicua parte della loro raccolta, il Valenti Gonzaga acquisì 187 dipinti il 3 gennaio 1748. Il desiderio di mantenere le opere d’arte a Roma portò lo stesso collezionista a impedire il parziale spostamento in Spagna della raccolta di famiglia di Giberto Pio. Una volta giunte nella nuova destinazione, infatti, le opere sarebbero state vendute.  Il Valenti Gonzaga concesse il trasferimento dei quadri con la condizione di poter esercitare un diritto di scelta sulla collezione. Il principe dovette cedere al Papa 126 dipinti. Questo accadeva nel 1750.

Tra Ottocento e Novecento avvennero importanti acquisizioni che provenivano dalla collezione Cini – porcellane e mobili romani del XVII secolo – Primoli, che comprendeva dipinti e mobili del XVIII secolo, e dalla donazione Mereghi che consisteva nelle porcellane di Estremo Oriente.

Per esporre le due collezioni vennero costruite la Sala di Petronilla e la Sala di Pietro da Cortona.

Nella Sala di Petronilla – che prende il suo nome dalla tela alta più di sette metri del Guercino – sono conservate opere di incredibile rilievo come le due tele di Caravaggio la Buona Ventura e San Giovanni Battista. In questa sala si trovano opere legate, direttamente o indirettamente, alla cultura figurativa romana.

Roma, infatti, oltre ad essere il maggiore centro della cultura figurativa almeno fino alla metà del Seicento, rappresentò anche il luogo di incontro di artisti di diversa provenienza. A tal proposito, alla fine del Cinquecento si verificarono due fatti particolarmente importanti: nei primi anni Novanta era giunto dalla Lombardia Michelangelo Merisi da Caravaggio e nel 1595 era arrivato da Bologna Annibale Carracci.

I due artisti segnarono una svolta nella ricerca pittorica poiché il primo spostò l’attenzione sulla realtà oggettiva, l’altro su un nuovo classicismo che si innesta sugli esempi antichi e su Raffaello.

La Sala di Pietro da Cortona prende il nome dall’artista che – durante il Seicento – fu di estrema importanza nel panorama romano per quanto riguarda la produzione pittorica, esattamente come Bernini lo era per la scultura. Sono qui riunite moltissime opere che l’artista realizzò per la famiglia Sacchetti, a partire dal 1612. Si citano il Sacrificio di Polissena, il Ratto delle Sabine e il Ritratto di UrbanoVIII.

Maffeo Barberini – questo il nome di Urbano VIII – fu il Papa che maggiormente influenzò la stagione del Barocco, intervenendo personalmente nella scelta degli artisti e commissionando notevoli imprese urbanistiche e decorative.

Valentina Bortolotti

Nata a Roma, è laureata in Storia dell’arte e attualmente sta studiando per ottenere il patentino da accompagnatrice turistica. Parla l’inglese e il francese, se la cava con lo spagnolo. Fotografa autodidatta, guida turistica in erba, ama trascorrere il tempo nei musei in solitaria.