MusicaPrimo PianoPillole musicali: l’arpa

Richard Drake Richard Drake3 Maggio 2020
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L’arpa è costituita da una serie di corde di diversa lunghezza, tese secondo una regolare intonazione fra una cassa di risonanza e una mensola, toccate a vuoto col pizzico delle dita o, raramente, con un plettro. É uno strumento antichissimo e la sua origine, rimasta a noi misteriosa, è legata alle leggende. Secondo il mito greco, Apollo rimase sorpreso dal suono emesso dell’arco della sorella Diana e decise così di aggiungere altre corde allo strumento, ottenendo l’arpa.

Le prime raffigurazioni risalgono all’impero egiziano: gli strumenti erano molto piccoli e con poche corde (non più di undici o tredici). Vantavano diversi ornamenti ed erano splendidi anche per preziosità di materiale; sono quelli che si ammirano nelle tombe di Ramses III. Le arpe usate dagli Assiri e dai Caldei avevano un formato angolare e un numero maggiore di corde (ventidue). La grande arpa degli Assiri è come un’arpa egiziana rovesciata. La cassa di risonanza è collocata in alto, la colonna – o giogo – è da essa distinta e con essa forma un angolo retto. La si suonava stando in piedi e attaccandola al corpo per mezzo di una cinghia. Nel British Museum di Londra se ne conservano esemplari bellissimi. Il tipo dell’arpa assira si ritrova nella Persia, nella Turchia, nella Corea del Sud e nel Giappone. Si diffuse principalmente tra i popoli orientali: i Greci e i Romani preferirono piuttosto la lira e la cetra. L’uso di questi due strumenti – tanto presso i Greci, quanto presso i Romani – rese quasi nulla, o almeno assai rara, la pratica dell’arpa. Qui l’arpa assunse la forma triangolare, cosa visibile in parecchie pitture vascolari.

Una lacuna di parecchi secoli esiste nella storia dell’arpa, estendendosi dal primo Medioevo fino a quasi tutto il XII secolo. Gli inglesi e i popoli di razza celtica – Gallesi, Scozzesi, Irlandesi  – vantano la priorità nell’uso dell’arpa, sempre però di forma molto vicina alla cetra. In Irlanda, nel XII secolo, si conoscevano due arpe di diverse dimensioni: l’una di piccolo formato, usata dai missionari e dai religiosi, l’altra di grande formato, usata dai professionisti laici. L’arpa irlandese era tenuta sulle ginocchia del musicista e il corpo sonoro appoggiato contro il petto verso la spalla sinistra. Le corde si pizzicavano o con le unghie o con l’estremità del polpastrello. Un esemplare magnifico per finezza e perfezione di lavoro è conservato nel museo di Dublino ed è conosciuto con il nome di Brian Born’s Harp, poiché si credeva che fosse appartenuta al Re Brian, ucciso in battaglia nel 1014. Quest’arpa, alta 72 centimetri, conteneva trenta corde. Gli ornamenti sono d’argento finemente cesellato e cosparsi di preziosi cristalli.

Lo storico medievale Giraldo Cambrense, durante il XIII secolo, si profonde in molte lodi sugli arpisti irlandesi del suo tempo; ne celebra la purezza del suono, l’agilità, l’esattezza delle graduazioni sonore e della misura. L’arpa ebbe una grande parte nella vita irlandese: figurava nelle monete, negli stemmi gentilizi ed entrava anche nei proverbi popolari, uno dei quali diceva: «Tre cose sono necessarie all’uomo: una donna, un giaciglio e un’arpa». Come in Irlanda, l’arpa aveva molta importanza anche nella società gallese. Lo storico narra, all’interno della Descriptio Cambriae, del fatto che coloro che andavano nelle città gallesi, passavano le giornate godendosi il suono delle arpe e che ogni famiglia o tribù del Galles metteva al di sopra di ogni scienza l’abilità nell’arte dell’arpa. Delle arpe scozzesi, che somigliano esattamente a quelle irlandesi, ci sono rimasti due esemplari singolarissimi: la Queen Mary’s Harp e la Lamont Harp. La prima, che è probabilmente anteriore al XIV secolo e che appartenne alla regina Maria di Lorena, si trova nel Museo di Edimburgo: conteneva ventinove corde e nella forma corrisponde all’arpa irlandese di Brian.

L’arpa irlandese, come in generale quelle usate da popoli settentrionali, si propagò assai per tempo in tutte le nazioni. La troviamo nei paesi germanici, nei paesi fiamminghi, in Francia, in Spagna e in Italia. Nel Sollazzo di Simone Prudenzani d’Orvieto (tratto da un manoscritto italiano del Trecento e pubblicato nel 1913) è rappresentato un personaggio che intramezza assolo per arpa e madrigali e ballate di maestri dell’Ars nova.

In Italia si diffuse dal Rinascimento al Barocco, entrando nelle orchestre melodrammatiche. Nel Rinascimento fu molto apprezzata per la sua sonorità singolare e delicata. Nelle splendide e numerose corti nostrane si facevano ammirare virtuosi d’arpa, quali Orazio dall’Arpa, Iacopo da Bologna, Giovanni Battista Giacomelli, Adriana Basile, Laura Peperara, Tarquinia Molza. Tra questi, Giacomelli costruì – nella seconda metà del XVI secolo – un’arpa doppia, provvista di scala cromatica.  L’invenzione di questo strumento in realtà deve dirsi irlandese, e Vincenzo Galilei nel suo noto Dialogo della musica antica e della moderna (Firenze, 1581) pare confermarlo pienamente; ma l’averla perfezionata e messa in onore è merito di maestri italiani.

Accanto all’arpa doppia persistevano arpe di modello più piccolo, cioè arpe semplici, dette anche comuni, a suoni esclusivamente diatonici. Dobbiamo ritenere che la musica d’arpa di quest’epoca fosse più che altro affidata alla facoltà dell’improvvisazione, tanto nelle composizioni a solo, quanto nell’accompagnamento del canto, dove l’arpa fondava sul basso continuo la libera realizzazione armonica. In seguito si pensò invece di modificare l’intonazione stessa delle corde, prima mediante uncinetti a mano (1660), poi mediante pedali (1720). Fu il bavarese Christian Hochbrucker ad applicare all’arpa un meccanismo a pedali che raggiungesse lo stesso scopo senza impegnare le mani dell’esecutore. Quest’ultimo sistema, perfezionato da molti costruttori, è ancora oggi in uso, resistendo alla concorrenza della cosiddetta arpa cromatica, basata sul principio dell’intonazione fissa di ogni corda per ogni suono della serie cromatica: riusciva a contenere tutti i toni e i semitoni.

Nel suo uso primitivo, l’arpa servì quale strumento solista e anche accompagnatore. La sua funzione di strumento orchestrale fu agevolata dalle trasformazioni apportate da Sébastien Erard, mentre Ettore Berlioz fu uno dei primi a trarre dall’arpa effetti nuovi in orchestra. Dopo di lui, questo strumento acquistò ulteriore importanza, e oggi è parte integrante di una partitura. I più svariati effetti si possono ottenere con i suoi accordi arpeggiati, tanto soli, quanto accompagnati da altri strumenti. Oggi, dell’arpa, si usa molto la sonorità nelle note basse: Claude Debussy propone l’impasto dell’arpa con i timpani e i pizzicato dei violoncelli e contrabbassi. Nell’orchestra moderna, specialmente impressionistica, l’arpa ha funzioni non solo di ripieno nelle sonorità vellutate, ma anche di parte reale e spesso di legame, specialmente per mezzo dei glissando più o meno rapidi.

Una speciale piccola arpa, imitante il liuto, è stata introdotta da Richard Wagner nei Maestri Cantori. Nelle opere teatrali, l’arpa è spesso impiegata sul palcoscenico per accompagnare le voci. L’opera in cui l’arpa ha una parte di maggiore importanza rispetto alle altre resta il Tannhäuser di Wagner.

Richard Drake

Richard Drake

Un uomo vittoriano nel caos della postmodernità.